Rinviato a questa mattina l’interrogatorio di garanzia

di Giancarlo Tommasone

Bisognerà attendere ancora qualche ora, per l’interrogatorio di garanzia di Fabio Manduca, il 39enne di Arzano, componente del gruppo ultras dei Mastiffs, arrestato lo scorso venerdì perché accusato dell’omicidio di Daniele Belardinelli. Quest’ultimo, lo scorso 26 dicembre (poco prima dell’inizio del match di campionato Inter-Napoli), è stato investito dalla Renault Kadjar (che da una serie di riscontri è emerso, fosse condotta da Manduca), mentre si trovava in Via Novara, dove erano appena scoppiati gli scontri tra supporter nerazzurri e partenopei. Il 39enne, che, nel corso delle indagini, per ben due volte si è avvalso della facoltà di non rispondere, sarebbe dovuto comparire davanti al gip del Tribunale di Milano, Guido Salvini, già nella giornata di ieri, ma siccome i legali di Manduca non potevano essere presenti, l’interrogatorio è stato rinviato alla tarda mattinata di oggi.

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Focalizzando l’attenzione sulla condotta di alcune delle persone coinvolte nell’inchiesta, nell’ordinanza di custodia cautelare si fa menzione della circostanza relativa a un presunto tentativo di sviare le indagini da parte dei passeggeri della Kadjar. Tentativo attuato, argomentano gli inquirenti, per far ricadere la responsabilità di quanto accaduto sulle persone che si trovano a bordo dell’Audi A3 (l’auto che la  Kadjar sorpassa prima di impattare contro Belardinelli). «Anche alcune conversazioni intercorse tra i passeggeri della autovettura Audi A3 che, come ricostruito dalle stesse immagini e dalle dichiarazioni degli indagati, ha seguito per un tratto la marcia del Renault Kadjar, dimostrano il tentativo da parte di altri tifosi napoletani collegati a Fabio Manduca di fare pressione sui passeggeri dell’AudiA3 per indurli addirittura ad assumersi la responsabilità dell’investimento di Daniele Berardinelli escludendo così il coinvolgimento della Renault Kadjar», è riportato nell’ordinanza.

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Nel corso di una conversazione che avviene (il 7 febbraio del 2019) tra il conducente dell’Audi e una persona che era con lui in auto la sera del 26 dicembre, emerge una circostanza ritenuta importante dagli investigatori. «E’ venuto quello lungo (presumibilmente Giancarlo Franco, fratello di Vincenzo, capo dei Mastiffs, gruppo egemone della Curva A), questo e quello con uno di loro vicino, ma tu stavi lì sopra (riferendosi alle dichiarazioni rese in Questura a Napoli)… io ho visto non ho visto». Le parole si riferiscono al presunto interessamento di Giancarlo Franco rispetto a quanto le due persone, ascoltate dagli inquirenti, hanno riferito.

Le pressioni di un gruppo
di indagati
Il tentativo di depistare

le indagini

In effetti, uno degli interlocutori dà una lettura logica di quanto avvenuto: «Se sono venuti da te (per chiedere informazioni), vuol dire che il prurito (la responsabilità rispetto all’investimento di Belardinelli, ndr) ce l’hanno loro addosso (quelli che il 26 dicembre sono a bordo della Kadjar)». La conversazione continua, i due commentano l’atteggiamento di quelli che definiscono «manciata di uomini di merda». «Non c’entriamo niente, siete andati dalle guardie (Digos Napoli, ndr), siete andati dai giornalisti a fare il nome nostro…», dice il conducente dell’Audi. «Bravo. E questo fatto che tu mi hai detto adesso, sai che significa? Che a Michele (una delle persone che quel 26 dicembre si trovano a bordo di un altro veicolo che forma la ‘carovana’ di tifosi azzurri) lo hanno buttato in mezzo, lo hanno chiamato per dire che deve uscire la macchina nostra perché noi ce ne siamo andati… noi siamo andati dritti allo stadio», argomenta il passeggero dell’Audi.

Le telefonate intercettate
tra il 39enne e la sorella

Tornando a Manduca, «in particolare, in alcune telefonate intercorse tra (quest’ultimo) e  la sorella, emergono plurimi riferimenti da parte dell’indagato all’investimento di Daniele Belardinelli; di fronte alle domande della sorella, Manduca tenta di convincerla della sua totale estraneità alla vicenda e tenta di  trasferire ogni responsabilità sullo stato di generale disordine causato dallo svolgimento della rissa». E’ scritto nell’ordinanza. Il 14 gennaio scorso, il 39enne chiama la sorella per farle gli auguri.

Le «rassicurazioni»
della parente: vedi
che finisce tutto
a pane e peperoni

«Le dice di essere stato indagato e che adesso dovrà prendere un avvocato. Aggiunge che l’indomani ci sarà l’autopsia e l’avvocato dovrà recarsi a Milano. Continua dicendo che ci sono 35 indagati (fra i napoletani). La sorella chiede se siano indagati solo quelli che guidavano i veicoli e Manduca le risponde che sono indagati tutti, anche i passeggeri». La sorella rassicura il 39enne: «Vedi che finisce tutto a pane e puparuoli (peperoni, espressione per sta a significare: si risolve tutto in un nulla di fatto)». Manduca si dice d’accordo con lei: anche l’avvocato gli ha detto che andrà a finire tutto in prescrizione perché gli inquirenti perderanno molto tempo per sentire tutte le persone.  «Non ho buttato nessuno a terra. Ma chi se ne è accorto… ma anche se lo avessi investito, non ce ne saremmo accorti», afferma Manduca, a causa della «baraonda» venutasi a creare durante gli scontri tra gli ultras di opposta fazione.