Dieci anni, tanto è passato dalla sentenza di primo grado, per arrivare al successivo step dell’iter giudiziario. Un periodo interminabile, uno «spot» tutt’altro che felice per i tempi della giustizia italiana, sempre più «lumaca». Il prossimo venerdì (27 settembre), presso il Tribunale di Napoli, si aprirà il processo di Appello, che vede alla sbarra una 47enne condannata per omicidio preterintenzionale, alla pena di 2 anni e 11 mesi di reclusione. La sentenza del Tribunale di Torre Annunziata è stata emessa il sette luglio del 2009 e depositata il 17 settembre dello stesso anno; due lustri dopo, parte il procedimento in Corte di Appello. Che è avviato addirittura 11 anni e mezzo dopo i fatti. Si tratta comunque di un caso limite, visto che la durata media per la fissazione di una udienza in Corte d’Appello a Napoli, è compresa tra i 12 e i 24 mesi.

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Era il 21 marzo del 2008, quando in uno stabile in Via Matteotti a Boscotrecase, paesotto di poco più di 10mila anime alle falde del Vesuvio, si verifica una lite, per futili motivi, tra due donne. Una, l’imputata, si chiama Antonella Rabesco, l’altra, la vittima, Rita Benigno. I rapporti tra le due, che sono dirimpettaie, accerteranno gli inquirenti, non sono mai stati buoni. Rabesco si è trasferita nel palazzo in cui vive Benigno, da un paio d’anni, e fra le donne si contano molti alterchi. Scontri per futili motivi, di quelli che si registrano in quasi tutti i condomini del mondo. A inasprire i rapporti tra le due vicine, anche la presenza dei due cani «di grossa taglia» della vittima. Uno degli animali, dichiara Antonella Rabesco agli inquirenti, avrebbe perfino morso una figlia della 47enne.

 

Si va avanti così, fino ad arrivare al fatidico pomeriggio del 21 marzo 2008. Intorno alle 16 di quel giorno, Rabesco è alle prese con il trasloco, perché sta lasciando l’appartamento di Via Matteotti. Sta trasportando un mobile e esce sul pianerottolo. La sua vicina, invece, è a casa di una amica (che abita nel suo stesso stabile, ma al piano sottostante) a prendere un caffè. L’amica di Benigno è la testimone chiave, poiché è l’unica persona che assiste all’aggressione. Le donne che sono intente a consumare la tazzulella, sentono delle urla che arrivano dal piano superiore, e che dirà la testimone, «erano rivolte all’indirizzo di Rita». Quest’ultima era accusata dalla sua dirimpettaia, di aver proferito una frase: «Finalmente te ne vai». Parole che suonano offensive e di sfida alle orecchie della 47enne. Benigno sale le scale, prima gli accenni di un nuovo alterco verbale, poi Rabesco la afferra per i capelli strattonandola più volte, fino a quando a dividerle non è l’amica della vittima.

Dopo l’aggressione, le contendenti rientrano in casa, ma poco dopo Benigno si sente male, viene soccorsa dai vicini. Sul posto si recano anche le forze dell’ordine e personale sanitario del 118, che decide di condurre la donna presso l’ospedale civile di Boscotrecase. Successivamente le condizioni di Benigno si aggravano, e viene trasferita al San Giovanni Bosco di Napoli. E’ qui che tre giorni dopo i fatti, e un periodo passato in stato comatoso, si registra il decesso. I medici legali stabiliscono che la morte di Benigno è sopravvenuta per emorragia cerebrale, conseguente all’azione di Rabesco (che ha afferrato la vittima per i capelli e l’ha strattonata più volte).

L’udienza preliminare viene fissata all’otto ottobre del 2008, sei mesi e mezzo dopo i fatti. Rinviata a giudizio per omicidio preterintenzionale, nove mesi dopo e non pochi slittamenti delle date delle udienze, Antonella Rabesco verrà condannata alla pena di due anni e 11 mesi e al pagamento delle spese processuali. La sentenza di primo grado viene impugnata e da allora si aspetta l’apertura del processo d’Appello. Passano più di dieci anni, per l’inizio dello svolgimento del procedimento di secondo grado. Procedimento che si aprirà presso la Sezione I della Corte di Assise di Appello di Napoli venerdì prossimo. La parte civile rappresentata dai familiari di Rita Benigno è assistita dall’avvocato Michele Riggi del Foro di Torre Annunziata. Imputata e parte civile entreranno in aula dopo un lasso di tempo interminabile, tempo da giustizia «lumaca».