Sabino Morano

Le elezioni amministrative del 2018 ad Avellino

di Giancarlo Tommasone

Trentotto anni, irpino, imprenditore, impegnato in politica fin da giovanissimo. Sabino Morano, lunedì scorso è stato raggiunto da un avviso di garanzia, gli viene contestato il reato di scambio elettorale politico-mafioso. Coordinatore provinciale per la Lega ad Avellino, si è autosospeso dall’incarico. Stylo24 lo ha intervistato per raccogliere il suo punto di vista relativamente alle indagini che lo hanno interessato.

ad

Lunedì mattina ha subìto una perquisizione domiciliare da parte delle forze dell’ordine. E’ stato effettuato qualche sequestro?
«Assolutamente no, l’accesso dei carabinieri ha avuto esito negativo: non mi è stato sequestrato alcunché. Comunque posso dire che su questa vicenda sono state dette e scritte molte cose completamente inesatte».

A cominciare da cosa?
«Dal fatto che si è tirata in ballo la Lega e il mio ruolo di coordinatore provinciale del Carroccio, mentre mi sono state contestate questioni che riguardano il periodo della candidatura a sindaco di Avellino, nel 2018. E io, in quella occasione, mi sono presentato, come espressione di Forza Italia, in una coalizione di centrodestra. Sono diventato coordinatore della Lega solo a gennaio del 2019. E tornando alle indagini, il mio nome è stato associato erroneamente, dai media, all’inchiesta Partenio.2».

Nel senso che?
«Nel senso che non c’è alcuna attinenza, per quanto mi riguarda, con l’inchiesta condotta contro i clan. Io sono stato interessato da un decreto di perquisizione, e indagato con l’ipotesi di reato di scambio elettorale politico-mafioso. Nelle quasi 900 pagine dell’ordinanza Partenio.2, che ho letto per intero, non si fa una volta, che sia una, riferimento al mio nome, in nessuna circostanza. Questo va sottolineato e ribadito. E’ successo che contestualmente (ma separatamente) all’esecuzione delle 23 misure di custodia cautelare, hanno anche notificato gli avvisi di garanzia a me e ad altre 16 persone».

Tra i destinatari degli avvisi di garanzia c’è anche Damiano Genovese, che è stato candidato dalla Lega, nel 2018, al Consiglio comunale di Avellino. Lega che faceva parte della coalizione di centrodestra guidata da lei. Era a conoscenza del fatto che Genovese fosse il figlio di un boss della camorra?
«Conoscevo, certo, il background familiare ‘particolare’ di Damiano Genovese, ma anche su questo aspetto voglio fare chiarezza e distinguere le cose: prima di tutto la situazione giudiziaria del padre di Genovese era relativa a fatti risalenti a 20 anni fa. Secondo: Damiano Genovese è stato inserito nella lista della Lega, io, lo ripeto, ero il candidato sindaco della coalizione, in quota Forza Italia e non del Carroccio».

Chiarito ciò, non crede che sia stato poco opportuno, o quanto meno incauto da parte sua, presentarsi alla guida della coalizione sapendo che in una lista c’era il figlio del boss?
«Allo stato dei fatti, c’è da dire che Gaetano Genovese è una persona assolutamente incensurata e che aveva già partecipato ad altre tornate elettorali. Quindi il suo nome non era da ritenere particolarmente ‘scandaloso’. Era stato candidato da un partito, la Lega, e quindi nemmeno avrei potuto agire direttamente sulla sua esclusione o meno dalla lista. Del resto non esistevano motivi reali per chiederne l’esclusione. A quell’epoca, Genovese, era conosciuto prevalentemente per il suo impegno nello sport e nella politica cittadina».

Nel decreto di perquisizione che la riguarda si fa menzione anche a un sms inviatole dal fratello di Pasquale Galdieri (Pasquale Galdieri arrestato nell’ambito dell’inchiesta Partenio.2, ndr). Messaggio, che secondo gli inquirenti, farebbe esplicito riferimento a una pratica amministrativa. L’sms recita: mi raccomando Sabino, non ti dimenticare scuola media.
«Si tratta di uno degli equivoci che chiarirò con i magistrati. La scuola media è quella che sta al centro di Avellino chiusa nel 2012, e ancora abbandonata nel 2018. E fra i vari impegni che mi assumevo in campagna elettorale, c’era anche quello relativo al recupero di detta scuola».

E per quel che riguarda l’intercettazione avvenuta in casa di Pasquale Galdieri, in cui quest’ultimo conversando con familiari e amici, avrebbe invitato a votare per lei alle elezioni del 2018, «perché – dice Galdieri – si è sempre messo a disposizione»?
«Anche relativamente a questo equivoco, spiegherò nei dettagli, ai magistrati quelle che presumo essere le ragioni che hanno portato Galdieri a dire quanto ha detto. E poi voglio sottolineare una cosa: in tutta la mia carriera politica non mi sono mai occupato di vicende amministrative. Sono stato candidato sindaco, una sola volta, nel 2018, perché considerato una bandiera del centrodestra e invitato a guidare la coalizione dalle forze politiche che la componevano».

Lei ha parlato di equivoci, e ha detto che li chiarirà al più presto davanti ai magistrati. Cosa crede abbia potuto, eventualmente, aiutare a far nascere questi qui pro quo?
«Io penso che il fumus della vicenda sia stato alimentato dalla circostanza relativa al fatto che, nell’estate del 2018, sono stato vittima dell’incendio di due auto nella mia disponibilità. Ma ritengo che la causa degli attentati sia da ricercare altrove, ad esempio nella reazione di qualcuno che mal sopportava il mio impegno e le mie battaglie sul territorio, in particolare la battaglia contro la realizzazione del biodigestore di Chianche».