giovedì, Giugno 30, 2022
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«Monumentando», spunta il secondo testimone nell’inchiesta

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di Giancarlo Tommasone

Dopo il recentissimo pronunciamento del Tar che ha di fatto bocciato il progetto «Monumentando» (come già fatto dall’Anac nel giugno del 2017), si registrano novità anche sul versante di un’inchiesta penale avviata sulla vicenda, mesi fa. Nell’ambito di detta indagine è stato ascoltato un restauratore professionista, ma presto in Procura potrebbe essere raccolta la testimonianza di un altro soggetto, figura che ha ricoperto incarichi nel già citato «Monumentando».

A questo punto, però, necessita un riepilogo dei fatti.

Come riportato da Stylo24 lo scorso maggio, l’avvocato Gaetano Brancaccio, presidente dell’«Associazione Mario Brancaccio» e animatore del comitato «Verità per Napoli», assistito dall’avvocato Maurizio Lojacono, aveva presentato una querela per presunto danneggiamento del patrimonio artistico monumentale di Napoli. Nel corso dell’indagine della Procura della Repubblica, partita in seguito all’esposto, la scorsa primavera è stato ascoltato dalle forze dell’ordine, un testimone.

Si tratta di un restauratore professionista incaricato
dalla «Uno Outdoor», società che ha vinto
il bando del progetto «Monumentando».

L’uomo ha deciso di raccontare agli inquirenti quelli che, secondo lui, sarebbero le gravi irregolarità di tre diversi cantieri in cui è stato impiegato: Piazza Mercato, Rotonda Diaz e Piazza San Gaetano. Ma oltre alla sua testimonianza, come scrivevamo, presto gli investigatori potrebbero raccogliere quella di un secondo soggetto, figura con incarichi professionali nel progetto di «Monumentando».

Nei prossimi giorni, dunque, potrebbe essere sentito
in Procura su questa vicenda.

Tornando, invece al primo testimone, è stato ascoltato dalla polizia giudiziaria sulle modalità e sulle tecniche applicate nel corso dei lavori del progetto del Comune di Napoli per il restauro a costo zero (in cambio di spazi pubblicitari) dei beni monumentali e storico-archeologici della città («Monumentando», appunto). Il restauratore, nel corso della sua prolungata e articolata deposizione, si sarebbe soffermato su diversi aspetti della vicenda: dalla sicurezza sul lavoro alla mancanza di materiale ed alla tempistica per la consegna dei lavori. Consegna ancorata, a suo dire, più che ai tempi ordinari e fisiologici di delicate operazioni di restauro, alla raccolta pubblicitaria ad opera della «Uno Outdoor».

Il professionista, relativamente alla sicurezza dei cantieri, avrebbe pure riferito che (detti cantieri) sarebbero stati occupati per la maggior parte dai tendoni pubblicitari anziché dalle impalcature per gli operai.

Agli inquirenti avrebbe riferito anche sulle modalità di pulitura dei monumenti e sulla ricostruzione in poliestere – anziché in pietra – delle teste di alcune statue rovinate dagli agenti atmosferici e dall’incuria. In particolare, il testimone avrebbe sottolineato l’approssimazione nel lavoro di ripulitura dei metalli «a vivo» con metodi che avrebbero danneggiato i beni interessati dall’opera di restauro.
«Lavori fatti male », avrebbe dichiarato il testimone soffermandosi anche sulla fretta con cui la ditta incaricata del restauro della statua della Rotonda Diaz avrebbe smontato – a opere ancora in corso – le impalcature.
Si tratta naturalmente di circostanze su cui è chiamata a fare chiarezza la magistratura: gli inquirenti sono al lavoro anche per fare luce su un altro singolare particolare: quello che avrebbe visto i restauratori offrire gratuitamente la loro opera per completare lavori per i quali la ditta incaricata non aveva previsto alcun budget di spesa.
Tornando, infine, al pronunciamento del Tar, si rivolge agli interventi relativi alle Torri Aragonesi in via Marina, ma mette dei paletti, in pratica definitivi, intorno all’intera operazione partita nel 2013 e che avrebbe dovuto provvedere al restauro di 27 monumenti in città.

monumentando danni inchiesta napoli

E’ stato lo stesso Brancaccio, con Ezio Maria Zuppardi, a rivolgersi al Tribunale amministrativo regionale dopo che il Comune aveva emesso una determina con cui veniva consentito alla «Uno Outdoor» di riprendere i lavori, con «ulteriori 900 giorni di pubblicità», nonostante la delibera dell’Anac.
L’Anticorruzione aveva gettato più di un’ombra sulla disparità tra i guadagni (con incassi milionari provenienti dalla pubblicità) e le spese per quei restauri (nell’ordine delle migliaia di euro) da parte della società. Che, a sua volta, avrebbe tratto più di un vantaggio economico dai continui ritardi, che le consentivano di lasciare in bella mostra gli spot pubblicitari.

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