Chiamarli videogames ormai è dispregiativo. “Negli ultimi tre anni è cambiato tutto”, il campione della FIFA eWorld Cup 2019 racconta in una lunga intervista online rilasciata a AIPS Media

di Stefano Esposito

“La mia vita non è stata più la stessa dopo quel torneo”. Trionfo in finale sul favorito Msdossary per 2-1, più 250mila dollari di premio“Avevo già vinto dei trofei”, spiega MoAuba. “Ma quell’evento è stato davvero qualcosa di enorme. In mezzo a tanti fan, seguito dai media più importanti. E una volta finito, sono rimasto chiuso in casa per un mese a rilasciare interviste. Celebrità reale. “All’inizio gli eSports non sembravano un affare così grosso: non avrei mai immaginato di poter diventare un vero campione”.

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Come tutte le storie di pionieri, quella di Mohammed è iniziata un po’ per caso. “Ho iniziato a giocare a 7-8 anni, quando sfidavo mio fratello su FIFA 2003, ricorda con un sorriso. “Lui è di dieci anni più grande di me, quindi aveva già parecchia esperienza con la playstation: fu allora che iniziai ad allenarmi duro per batterlo. Ero abbastanza bravo, così ho iniziato a fare un po’ di tornei locali”, dalle parti della sua Bochum, in Renania. “La prima volta, alla PS4, avevo dovuto pagare 20 euro di iscrizione. Poi a 16 anni ho iniziato a vincere soldi: lì, ho cominciato davvero ad avere fiducia sul potenziale mio e di questo mondo”.

La svolta è arrivata quando i club professionistici hanno iniziato ad investire negli eSports. “Una grande trasformazione”, MoAuba, da buon frontman FIFA, evita attentamente la parola ‘evolution’. “Ho iniziato a giocare per il Werder Brema, poi gli sponsor sono aumentati sempre di più e ora rappresento la Germania. Cosa significa essere il più forte? “La gente mi guarda in modo differente, i miei avversari ancora di più: quando giocano contro di me sono più aggressivi e danno sempre il 120% pur di battere il campione del mondo. Poi interviste, programmi tv, attività promozionali. E l’audience: prima erano solo famiglia e amici, la finale l’hanno seguita 20 milioni di persone.

La spinta è arrivata anche dai genitori: “Per loro e per me è stato importante che innanzitutto finissi bene gli studi. Ma ora accettano la mia vita. Anzi, vi dirò di più: una volta mi rimproveravano quando giocavo alla playstation. Oggi invece, quando mi vedono fare altri giochi con gli amici, mi sgridano perché non mi sto allenando a FIFA. L’ex bambino alla riscossa.

All’improvviso il gamer si è ritrovato così sul piano virtuale dei fuoriclasse. Messi è sempre stato un mio grande punto di riferimento”, e la stessa Pulce ha la mania di FIFA. “Incontrarlo è stata una sensazione strana, felice. Ma la vera sorpresa per me è arrivata a Liverpool, un altro mondo che mi è molto caro: quando sono andato dalle parti di Anfield non ero io a fermare i giocatori ma loro a fermare me!. Oggi il grande calcio si è fermato, non gli eSports. “E infatti anche tutti i campioni giocano di più e mi chiedono consigli. Mbappé in testa.

Un mondo alla rovescia. “Adoro il mio lavoro, ma devo essere onesto”, ammette MoAuba. “Giocare a FIFA non è più come quand’ero un ragazzino. Un tempo mi divertivo di più, ora il mio focus è sul miglioramento continuo. Ma devo anche pensare a produrre un contenuto, agli eventi in streaming, a promuovere FIFA in tutto il mondo. Fantastico. Io come Messi nel mio genere? Forse, chi lo sa…”

MoAuba si sofferma poi sulla routine del professionista: “L’allenamento è essenziale: un’ora di gioco al giorno, con picchi di 5 appena esce una nuova versione di FIFA. La mia stagione dura 10 mesi, con 30 partite per weekend: circa 1000 in un anno”. I medici sottolineano i pericoli per la vista“E infatti cerco di non giocare mai più di 3 ore di fila. Solo in torneo non è facile riuscirci, perché spesso capita di avere fino a 11 ore di partite in breve tempo. È dura, si cerca di dormire. Ma dal punto di vista fisico la preparazione per un torneo non è così difficile, perché l’adrenalina ti tiene sveglio. Poi, finito tutto, scoppia la stanchezza”.

L’allenamento chiave è soprattutto mentale: “Tutta questione di velocità di pensiero: bisogna sempre avere in mente come potrà svilupparsi un’azione prima del tuo avversario, una rapida visione d’insieme. Questo è l’essenziale per vincere a FIFA. Più una grande capacità di adattamento. “Soprattutto ad alti livelli, le differenze di giocotra un’edizione e l’altra si fanno sentire: è fondamentale essere reattivi a questi update. Anche se non sempre si cambia in meglio: FIFA 20 non è certo l’annata migliore…. MoAuba rispolvera il vecchio dualismo con PES: “È stato un gioco superiore fino al 2006, ma da anni ormai FIFA è migliore per struttura, realismo, accuratezza delle formazioni. Non ho mai pensato di cambiare di nuovo”.

Il mestiere è inedito, senza una generazione di confronto: quando ci si ritira? “Non so cosa riserverà il futuro”, ammette Mohammed. “Ma quando smetterò avrò tutta l’esperienza di gioco necessaria per testare, sviluppare e far parte della produzione delle nuove edizioni di FIFA. So tutto quello di cui hanno bisogno i giocatori.

L’appeal commerciale è fuori discussione, quello mediatico più forte che mai. Ma dal punto di vista emotivo, gli eSports saranno mai veramente uno sport? “Non lo so e non mi interessa”, il campione risponde in tutta sincerità. “È questione di lessico, per me conta solo essere felici di quello che facciamo. Naturalmente, per apprezzare gli eSports bisogna innanzitutto amare il calcio e non necessariamente gli altri videogiochi. Ma rispetto alle partite reali, quelle su FIFA sono molto più veloci e per questo credo anche più eccitanti da guardare. Il calcio da solo non ti può sempre portare dove ti piacerebbe.

Così ora Pelè gioca contro Cristiano Ronaldo, con tanto di telecronaca e broadcasting professionale. Un mondo parallelo, che a MoAuba ha cambiato la vita.