martedì, Novembre 29, 2022
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L’incontro tra il boss Misso e il killer della moglie

ll patto tra clan in guerra che portò in secondo piano l’omicidio di Assunta Sarno

Può la voglia di guadagnare e di fare affari (anche se illeciti) far mettere da parte il dolore che si prova per la morte di una moglie? Evidentemente sì, guardando quello che è successo al boss, oggi pentito, Giuseppe Misso. Una circostanza che emerge dall’ordinanza contro i clan Rinaldi, Reale, Formicola e Mazzarella di aprile 2021. I fatti risalgono al periodo successivo alla morte di Assunta Sarno, compagna del boss uccisa in un agguato feroce a marzo del 1992. All’epoca Misso era il capo indiscusso dell’omonimo clan con roccaforte nel centro di Napoli, a Largo Donnaregina. In quel periodo Misso, Sarno e Mazzarella avevano formato un cartello per contrapporsi all’Alleanza di Secondigliano. A raccontare di quel periodo è lo stesso capoclan.

«Peppe Ammendola – afferma – è figura di spicco del clan Contini ed è soprannominato Peppe o ‘guaglione. Ho iniziato a raccogliere informazioni precise sul suo conto fin quando ho appreso che egli è stato uno degli esecutori materiali dell’omicidio di mia moglie». «Ammendola – spiega ancora – nasce come affiliato al clan Licciardi e in particolar modo vicino a Gennaro, Vincenzo e Maria Licciardi». Dopo la morte di Gennaro e l’arresto gli altri due fratelli Ammendola si avvicina a Edoardo Contini diventando per l’omonimo clan una persona molto importante.

«Sia con riferimento al compimento di omicidi, sia con riferimento alla trattazione di tutte le attività economiche illecite ovvero lecite ma di riciclaggio che facevano capo al clan Contini» racconta Missi. Nel 1999 Misso, appena uscito dal carcere, aveva tra le priorità «quella di cercare di uccidere Peppe Ammendola». Necessità che fu messa da parte però perché nella strategia del capoclan di Largo Donnaregina bisognava rompere gli equilibri nell’Alleanza di Secondigliano in modo da isolare e colpire i Licciardi. «Per questa ragione – racconta – iniziai a far girare la voce che i miei risentimenti personali e i miei attacchi sarebbero stati rivolti solo ai Licciardi e non ai Contini».

Le trattative tra Misso, Contini e Mazzarella

«Iniziarono a giungere delle ambasciate per favorire un incontro tra me (Giuseppe Misso, ndr.) e Ammendola per conto di Edoardo Contini. Concordammo un appuntamento che si tenne in un appartamento nelle disponibilità di Peppe De Tommaso a via Duomo. Incontro con cui partecipai insieme a mio nipote Michelangelo (Mazza, ndr) anche alla presenza di Umberto Ponziglione, alias o ‘viecchio, in rappresentanza dei Mazzarella che dovevano essere coinvolti per via della sanguinosa contrapposizione all’Alleanza di Secondigliano che aveva portato alla morte di Francesco Mazzarella». Dal lato dei Contini si presentò Peppe Ammendola. In quell’incontro si parlò dei problemi che dovevano essere risolti in vista della tregua.

«Stabilimmo una precisa ripartizione territoriale tra i vari clan, soprattutto appianando i contrasti tra i Contini e i Mazzarella che erano confinanti». Trattative che andarono a buon fine al punto che, per sigillare il patto, Edoardo Contini (all’epoca latitante) «voleva incontrarsi proprio con me per la valenza simbolica che avrebbe definitivamente sancito la pace tra noi e a tal proposito mandò ambasciate tramite Gaetano Attardo e lo stesso Ammendola» conclude il collaboratore di giustizia.

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