Racket delle estorsioni, il clan si affida a un imprenditore amico (foto di repertorio)

Un imprenditore interviene per aiutare un suo parente vittima del racket, poi ci rinuncia perché…

Capita anche questo nei contesti criminali, capita che un imprenditore legato a doppio filo a una organizzazione malavitosa, alla quale serve, all’uopo, anche da prestanome, un giorno viene contattato da un parente, che ha problemi con un gruppo che gli ha imposto di pagare il pizzo. Qualche mese dopo, quando la questione sarà quasi del tutto risolta (almeno secondo gli schemi degli ambienti malavitosi, ndr), la voce dell’imprenditore finirà sul nastro dell’Antimafia, e costituirà un elemento di notevole peso nell’inchiesta contro il clan di estorsori. Il parente della persona intercettata si è rivolta allo zio, per farlo intercedere e mediare relativamente a una estorsione. «Ma tu hai capito? Quello è scemo totale, un cretino. Il figlio di mio cugino mi chiamò e disse: “Zio, io tengo un problema con certe persone, che mi hanno chiesto una grossa tangente (circa 100mila euro). Vedi tu che puoi fare”. Io mi misi a disposizione e parlai col ‘compare’ (il capoclan). Alla fine, invece di tot, si chiuse a qualche migliaio di euro», spiega l’imprenditore a un suo amico. «Però questo nipote mio, il figlio di mio cugino, è uno che non sa campare, è scemo, è un cretino, un cretino totale», racconta l’uomo. Il parente, evidentemente, ha avuto con gli estorsori un comportamento non previsto dall’«etichetta» della camorra in determinate circostante. «Non si sa comportare, guarda, se lo merita di pagare. Per questo io mi sono tolto di mezzo. Ho fatto sapere a quelli là che i soldi se li devono andare a prendere direttamente dal nipote di mio cugino, che prima li portava a me per farglieli dare. Adesso non voglio sapere più niente», taglia corto l’imprenditore amico del clan.