I grandi delitti italiani – La storia della serial killer lombarda.

di Francesca Esposito.

“Chi lotta contro i mostri deve fare attenzione a non diventare lui stesso un mostro. Se guarderai a lungo in un abisso, anche l’abisso vorrà guardare dentro di te.” Friedrich Nietzsche. 

Milena Quaglini nasce a Broni, in provincia di Pavia, il 25 marzo del 1957. Nota serial killer italiana capace di dividere l’opinione pubblica tra chi la definisce assassina e chi invece giustiziera.

Nella storia della sua vita privata ci sono molti vuoti e tutto ciò che sappiamo è stato raccontato da lei durante vari interrogatori.

Le giornate si allungano e nell’aria si respira il profumo dei primi ciliegi in fiore, da poco è entrata la primavera ma l’infanzia della piccola Milena sarà tutt’altro che spensierata. Subisce passivamente le continue violenze del padre, un uomo possessivo e per di più alcolizzato. La madre è una donna estremamente fragile che, soggetta al carattere predominante del marito, non riuscirà a difendere sua figlia da questo padre-orco.

Tali violenze impediranno alla povera Milena di vivere tranquillamente la sua adolescenza. Poco più che diciannovenne, sente di doversi allontanare da quel luogo che le reca così tanto dolore e decide di fuggire da quella gabbia che fino ad oggi è stata la sua dimora dove quell’orco la teneva prigioniera. Diventa una nomade, cambia spesso domicilio e altrettanto spesso lavoro, cassiera, badante e successivamente donna delle pulizie. Durante questi spostamenti conosce un uomo. Tra i due è amore a prima vista e, sentendosi trattata da principessa, decide di trasferirsi con lui a Como. Successivamente si sposa e diventa madre del piccolo Dario.

Durante l’interrogatorio descrive questo come il periodo più bello della sua vita, un compagno che la ama ed un bambino dolce e tranquillo. Afferma di aver amato l’intero periodo della gravidanza comprese le notti insonni passate ad allattare il suo piccolo Dario. Il ruolo di madre premurosa le calza a pennello ma, nonostante tutto, questo perfetto quadretto familiare non è destinato a durare. Il marito di Milena muore a causa di un diabete fulminante.

Trovandosi improvvisamente spaesata, ma sapendo di dover badare al suo bambino, si autoconvince di avere la forza necessaria per andare avanti, ma questo pensiero razionale dura poco. Cadrà in un vortice di depressione che le causò un’incontrollabile ricerca ed uso dell’alcol. Decide di ritornare nell’ultimo posto al mondo in cui sarebbe voluta tornare, Pavia. Inizia a svolgere lavoretti saltuari e nel frattempo conosce Mario Fogli, camionista alcolizzato e violento, un’attivista della lega caratterizzato dalla mentalità molto ristretta che somiglia a quello di suo padre. Milena decide di sposarlo ed i due si trasferiscono a Bronti luogo natio di Milena, dove darà alla luce ad altre due bambine. Come prevedibile la povera Milena è costretta dal marito a lasciare il lavoro.

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Mario diventa molto ossessivo nei confronti della moglie, utilizzando sempre più spesso violenza anche sull’innocente Dario, primo figlio di Milena, avuto durante il precedente matrimonio. La situazione diventa insopportabile al tal punto che la donna decide di cercare conforto nell’alcol. Mario cambia molti lavori, prova a fare diversi investimenti che risultano sempre fallimentari. L’ufficiale giudiziario si presenta a casa da Milena per pignorare i beni della coppia, cogliendo incredibilmente di sorpresa la donna ignara di tutto e scioccata da queste vicende che le vengono raccontate. La sua vita sta andando a soqquadro ed in più ci sono anche 3 figli a cui deve badare. Non perdendosi d’animo, la donna si rimbocca le maniche e decide di fare della sua passione il suo lavoro dedicandosi alla pittura. Riesce a vendere i suoi quadri ma i soldi guadagnati non sono sufficienti a portare avanti la famiglia.

Dopo poco Milena chiede la separazione e si trasferisce in Veneto.

È il 1995, Milena Quaglini trova lavoro come  portinaia in una palestra e arrotonda facendo la collaboratrice domestica. Uno degli uomini per cui lavora si chiama Giusto Dalla Pozza, un usuraio 83enne, residente ad Este, piccolo paesino in provincia di Padova, ma capirà subito che l’uomo è tutt’altro che un docile vecchietto. Giusto presta a Milena quattro milioni di vecchie lire ed una sera le rivela che questo gesto non era disinteressato. Afferrandola per un braccio le chiede in tempi brevissimi la restituzione di tutti i soldi con altissimi interessi. Chiede, quindi, alla donna di scegliere se restituire i soldi o pagare in natura. Senza la minima vergogna, inizia a minacciarla ed inveisce contro di lei in attesa di una risposta immediata. Milena completamente sotto shock, afferra una lampada, senza pensarci due volte colpisce l’uomo e scappa via. Dopo essersi resa conto di ciò che è successo rientra a casa e trova Giusto in una pozza di sangue. L’uomo è ancora vivo, Milena chiama l’ambulanza ed una volta arrivati i soccorsi viene trasportato d’urgenza in ospedale, ma è del tutto inutile ogni tentativo di tenerlo in vita perché, dopo poco, perde la vita. In seguito alle indagini, dopo sei mesi la polizia archivia il caso come “morte accidentale” poiché, secondo le dinamiche, Giusto Dalla Pozza, rinvenuto a terra vicino al letto, mostra, secondo gli inquirenti, fratture compatibili con una caduta.

Nel 1997 Milena decide di provare a ricostruire il rapporto con il suo ex marito Mario Fogli anche perché le due figlie di 4 e 7 anni ed anche Dario, ormai 18enne, risentono di questi continui spostamenti. Il tentativo fallisce miseramente, l’uomo ricomincia a picchiare Milena che ricade in depressione, abusando nuovamente dell’alcol e di alcuni medicinali antidepressivi. Sabato 2 agosto 1998, dopo l’ennesimo litigio e sotto gli effetti delle enormi quantità di alcol assunte, Milena mette in atto il suo piano di vendetta. Attende che Fogli si addormenti, taglia i fili delle vecchie tapparelle e si avvicina lentamente all’uomo, trattenendo anche il fiato pur di non far rumore, afferra la lampada probabilmente in modo casuale come già fatto in precedenza, colpendo Mario.

Approfittando dello stato confusionale dell’uomo, gli lega mani e piedi con la corda precedentemente tagliata e lo colpisce con un pesante portagioie ripetutamente. Ogni colpo per Milena è una liberazione per tutto quello che ha subito, le sue braccia esili ma con una forza sovraumana le permettono di avvolgere il resto della corda intorno al collo dell’uomo fino a farlo esalare l’ultimo respiro.

Le bambine dormono ancora, Milena butta le coperte insanguinate, rifà il letto ed avvolge il corpo ancora caldo del marito in un tappeto, poi depositato e nascosto fuori al balcone. Il giorno dopo racconta ai figli che il papà preso dagli impegni lavorativi è costretto ad allontanarsi per un po’, ma la bugia non reggerà a lungo. In seguito a diverse segnalazioni dei vicini che notano la prolungata assenza del signor Fogli ed atteggiamenti ambigui, i carabinieri irrompono nell’appartamento trovandosi davanti ad una scena surreale. Le due bambine che giocano in salotto con le Barbie ignare che il loro papà è a pochi metri da loro avvolto in un tappeto pregno di sangue e Milena che piange ininterrottamente in un angolo vicino al corpo ormai senza vita di suo marito.

Il 26 aprile del 1999 viene condannata a 14 anni di reclusione dal tribunale di Voghera per uxoricidio ed affida le sue figlie alla sorella. A difenderla c’è l’avvocato Licia Sardo, che dal primo momento prende a cuore la storia di Milena. In appello riesce a ottenere la seminfermità mentale, la condanna è quindi commutata in 6 anni e 8 mesi, scontabili agli arresti domiciliari.

Milena ha alle spalle due tentati suicidi ed è sempre più dipendente dall’alcol. Il tribunale decide di mandarla a curarsi in una Comunità Religiosa, ma, dopo circa 3 mesi, la donna viene cacciata perché oppone resistenza agli infermieri rifiutando ogni tipo di cure. In seguito viene trasferita in una nuova clinica dove conosce Salvatore, ex carabiniere, che le offre ospitalità nella sua casa di Bressana. La convivenza dura solo 48 ore, poi la donna è costretta a fuggire quando anche questo nuovo conoscente tenta di abusare di lei.

Alla ricerca di una nuova abitazione dove scontare i suoi arresti domiciliari, Milena incappa in un annuncio: “53enne divorziato, dinamico e longilineo, con casa propria, cerca piacevole compagnia. Max 40 anni per amicizia-convivenza”. L’uomo si chiama Angelo Porello, residente a Bascapè, da poco uscito dal carcere dopo 6 anni. Era stato condannato per aver abusato più volte delle sue tre figlie. Inizia una frequentazione e i due vengono visti insieme sempre più spesso. La notte del 5 ottobre 1999 Milena viene fermata dalla polizia a bordo di una Regata Bianca per un controllo.

L’auto appartiene a Porello, la patente della donna risulta falsa ed immediatamente scatta la denuncia per evasione dagli arresti domiciliari. Il 6 ottobre Angelo Porello viene dichiarato scomparso.

Il 7 ottobre Milena torna in galera perché viene ritrovata nuovamente a spasso per strada. Vengono revocati gli arresti domiciliari e la donna viene richiusa nel carcere femminile di Vigevano nel quale passa le giornate a scrivere lettere a Porello. Le sue non sono lettere d’amore, la donna nello scrivere usa toni distaccati, lasciando intendere che il legame fra i due si sia raffreddato mentre la polizia pensa che la donna voglia depistare le indagini. Perquisendo la casa dell’uomo, viene ritrovato nella spazzatura lo scatolo dei medicinali di Mirella e nel letto i suoi capelli. Tutto ciò viene accertato dopo il test del Dna, l’avvocato della stessa donna inizierà a dubitare di lei.

La deposizione avviene durante un lunghissimo interrogatorio di circa 5 ore, tra il 23 e 34 novembre.

Racconta che il 5 ottobre dopo una lunga discussione l’uomo pretende che Milena usi dei vestiti succinti e più audaci per soddisfare le sue fantasie, scaraventandola in seguito violentemente sul letto ed abusando di lei per due volte. L’uomo tenta nuovamente di violentare la donna che però lo convince a fare una pausa per bere un caffè che gli sarà fatale. All’interno della tazzina non ci sono le solite zollette di zucchero ma 20 pastiglie di Halcion, farmaco usato per l’insonnia che usato in dosi eccessive può provocare un overdose che porterebbe alla morte. Milena aspetta l’effetto della dose e quando l’uomo si addormenta riesce con tutta la forza che possiede a trascinarlo verso la vasca da bagno già riempita fino all’orlo qualche attimo prima. Con grande sforzo lo solleva e lo immerge al suo interno. Anche questa volta, come in precedenza, esce a fare un giro e quando torna trova la vasca piena di vomito ed escrementi. Decide, quindi di pulire tutto per far sparire le prove.

Durante la notte, appena è sicura che nessuno può vederla, trascina il cadavere, attraversa il giardino, sale 10 scalini e lo getta nella concimaia. Il corpo dell’uomo viene ritrovato 15 giorni dopo, senza indumenti, sepolto nel letame tra i vermi. Uscita di casa Milena viene fermata sulla Regata Bianca e denunciata nuovamente per evasione. Due omicidi sono già troppi ma sulla donna cadono ulteriori sospetti. Qualcuno ricorda la morte di Giusto Dalla Pozza ed indaga sulla collaboratrice che chiamò i soccorsi. Si tratta proprio di Milena Quaglini, la quale pochi giorni dopo è costretta a confessare anche questo omicidio

L’avvocato Licia di Sardo, nonostante i dubbi che l’attanagliano, continua a difenderla durante i processi del 2000-2001. In carcere, Milena passa le giornate a dipingere, l’unico modo con cui riesce a combattere la depressione e nell’ottobre del 2000 si vocifera anche che la donna abbia intrapreso una relazione amorosa con un detenuto. Milena viene sottoposta a numerose perizie psichiatriche, richieste dalla difesa ma anche su disposizione della corte. Viene confermato il vizio parziale di mente in occasione dell’omicidio di Mario Fogli a 6 anni e 8 mesi di reclusione, mentre per l’omicidio di Giusto Dalla Pozza, le vengono inferti 20 mesi di reclusione per eccesso colposo di legittima difesa.

Le ultime due perizie psichiatriche su Milena sono molto differenti.

La prima conferma la seminfermità mentale della donna, che addirittura parla in terza persona degli omicidi, ma è l’ultima perizia quella definitiva. Redatta da Maurizio Marasco, specialista in neurologia e psichiatria, professore di psicologia forense e criminologia, nella quale si legge che la donna soffre di un disturbo caratteriale di tipo isterico, il cosiddetto disturbo Borderline. In altre parole ci troviamo al cospetto di una personalità psicopatica. La donna era perfettamente consapevole del fatto che stava uccidendo un uomo, agendo spesso con una freddezza ed una lucidità implacabili, senza alcun ripensamento o esitazione. “La donna è folle ma assolutamente capace di intendere e di volere”.

Milena percepisce la gravità della situazione nella quale si trova ed 16 ottobre 2001, a due settimane dalla sentenza, la donna finge di dormire ed appena le guardie si allontanano, con una parte del lenzuolo forma un cappio, lo appende al piccolo armadio presente in cella e lo avvolge intorno al suo collo con la stessa eleganza con cui si indossa una collana. Verso le 01:15 viene trovata dalle guardie, il cuore batte ancora, ma è debole. Viene trasportata d’urgenza in ospedale e verso le 02:00 i medici dell’Ospedale Civile di Vigevano dichiarano il decesso di Milena Quaglini.

Nei mesi successivi alla sua morte, gli inquirenti riesaminano alcuni casi archiviati, tutti avvenuti nelle zone di Jesi, Ancona e Comacchio, dove Milena ha vissuto. Non trovano nulla che la collegasse a questi, ma permane nella testa di molti il dubbio che le vittime della vedova nera siano più di tre.

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