Yemi nel Cas di Mergellina

di Giancarlo Tommasone

Dopo circa tre settimane durante le quali sono state raccolte, verificate e validate informazioni, visionati documenti e incrociati dati, la redazione di Stylo24 è riuscita a mettersi in contatto con la famiglia di rifugiati di origine africana che all’inizio dello scorso novembre è fuggita dal Centro di accoglienza straordinaria (Cas) di Mergellina, e della quale non si avevano notizie da più di 30 giorni.

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La famiglia in fuga si è appoggiata presso un’abitazione
di un amico: ma le condizioni sono precarie

Il nucleo formato da padre, madre e due bimbe, una di 5 anni e l’altra di 8 mesi è ospitato attualmente da una famiglia di connazionali (padre, madre e un bambino) che vive in un appartamento di Ercolano, in Via Roma. L’abitazione è una di quelle messe a disposizione nell’ambito del progetto Sprar (Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati) rivolto in totale a sedici persone. Alcune sono alloggiate presso appartamenti in Via Osservatorio (alle pendici del Vesuvio, a mille metri di altitudine), tre in Via Roma, mentre altre sette sono state trasferite, per mancanza di case, nel Cas di Mergellina, a Napoli. Tra queste ultime ci sono Fontadine (22 anni da compiere a gennaio) e suo marito Mamadee (31 anni compiuti a settembre) e con loro hanno una bimba di 5 anni e un’altra nata lo scorso aprile.

Una stanza nel Cas di Mergellina

A Mergellina restano poco, poi decidono di allontanarsi dal centro e di loro si perdono le tracce. Nelle scorse ore però, siamo riusciti, con non poca fatica, a raggiungere telefonicamente il padre delle piccole. Gli chiediamo prima di tutto se sia insieme alla sua famiglia, se stiano bene e dove si trovino.

“Era impossibile vivere con una bimba piccola
in una struttura con 200 uomini”

«Siamo ad Ercolano, in Via Roma, nella casa assegnata a un mio amico», afferma Mamadee in un elementare ma comprensibile italiano. «Stiamo bene, anche se la casa è piccola (un unico bagno per sette persone, che rende l’alloggio non proprio praticabile, ndr) e io, insieme a mia moglie e alle bambine dormiamo per terra». Ci facciamo raccontare della fuga dal centro di Mergellina. «Era impossibile vivere lì, abbiamo le bambine piccole, una di cinque anni e c’erano tutti uomini (circa 200 adulti). Abbiamo avuto paura e dopo un paio di giorni siamo scappati. Lì dentro non potevamo nemmeno cucinare per le piccole perché non c’è un fornello e non c’è la possibilità nemmeno di scaldare del latte», dice.

«Sentivo che mia figlia di 5 anni era in pericolo e quindi non abbiamo avuto altra scelta, siamo fuggiti». Mamadee racconta pure di aver contattato il suo amico alloggiato in Via Roma e di essersi appoggiato da lui. Gli domandiamo se dopo la fuga qualcuno degli operatori responsabili del progetto, li abbia cercati. «No, da quando siamo andati a Mergellina nessuno ci ha più contattato», risponde.

Possibile che nessuna delle Istituzioni preposte
al controllo si preoccupi di questa famiglia?

La conversazione con Mamadee finisce qui, l’importante è che lui e la sua famiglia stiano bene, non avevamo ulteriori domande da rivolgergli. Del resto altri dovranno spiegare perché dei rifugiati vengano alloggiati a mille metri di altitudine (in Via Osservatorio), praticamente a chilometri di distanza dal centro abitato; perché, per un progetto che prevede appartamenti sul territorio di Ercolano, si trasferiscano nuclei a Napoli, tra l’altro famiglie con bambine in un centro di accoglienza in cui sono alloggiati 200 uomini.

L’audio con la richiesta di aiuto di Fontadine

È mai possibile che nessuno si sia accorto della fuga della famiglia di Mamadee dal Cas di Mergellina? E nel caso ancora più grave, qualcuno degli operatori che si occupa del progetto di accoglienza sia venuto a sapere della fuga, perché non ha provato a contattare Mamadee o sua moglie per capire dove fossero finiti insieme alle loro bambine?

 

Parliamo di accoglienza, di integrazione, di servizi pagati con soldi pubblici ad imprese che a quanto sembra, almeno riferendoci al caso appena descritto, non farebbero bene il proprio lavoro. Che tra l’altro, lasciando stare la giusta retribuzione per l’operato che si svolge, in molte occasioni viene sbandierato come vera e propria missione verso chi è meno fortunato.