A metà dei Duemila, invece, scoppiò la «moda» dei falsi orologi-calcolatrice

di Giancarlo Tommasone

In certi ambienti, sono più i contro rispetto ai pro, quando ci si trova davanti a dispositivi tecnologici troppo avanzati. In carcere e per le comunicazioni tra sodali di gruppi malavitosi, meglio utilizzare i micro cellulari: niente sistema operativo, niente timore che qualcuno possa inocularvi dei trojan spia. I più piccoli telefonini in commercio, al momento, misurano appena 4,5 centimetri, e pesano niente. Ci si può solo parlare e mandare sms, ma tanto basta.

Sui siti di e-commerce costano una ventina d’euro, ma ci si imbatte anche in modelli che non arrivano nemmeno ai dieci. Per non parlare di quelli che si possono facilmente reperire nei negozietti, quasi sempre gestiti da cittadini stranieri, nella zona della stazione centrale, a Napoli. I telefoni «short» vengono prodotti in Cina, e chi li acquista, ha un unico obiettivo: non farli scoprire. Soprattutto alle guardie. Non rappresenta, certo, una novità il fatto che i cellulari siano utilizzati all’interno dei penitenziari, dai piccoli delinquenti, fino ad arrivare ai boss. La scorsa settimana, sotto la lente della Dda, sono finiti alcuni penitenziari pugliesi e della Sicilia.

I boss e la tecnica per impartire ordini dal carcere

E si è scoperto come elementi apicali di organizzazioni  malavitose riuscissero a comunicare con i propri affiliati, riuscendo a dettare ordini dalla cella, grazie all’inoltro e alla ricezione di sms. La rete, è stato ricostruito dagli inquirenti, era composta da chi utilizzava lo stesso tipo di micro cellulari e le schede dovevano essere nuove. «No dal tel grande», scrive dal carcere un boss della Sacra corona unita e rivolgendosi agli affiliati, raccomanda: «Allontanate i tel vostri quando parlate… e dai mio numero solo a chi ha scheda nuova». Si riferisce agli smartphone, che devono restare lontani quando gli affiliati in libertà conversano tra di loro (per evitare intercettazioni ambientali), e alle intestazioni delle schede, che devono essere nuove, quindi non ancora messe sotto controllo da parte delle forze dell’ordine. L’utilizzo di detti dispositivi è comune in tutte le carceri.

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a volte… è questione di un attimo

A Secondigliano, ad esempio, durante una sola perquisizione ne sono saltati fuori cinque: in alcuni casi si è resa necessaria una ispezione «corporale», poiché i detenuti avevano nascosto i dispositivi nelle parti intime. Ma come entrano, i cellulari, nelle carceri? Attraverso i «pacchi» che i familiari destinano ai reclusi. I telefonini vengono nascosti nelle pieghe della biancheria, o all’interno di scarpe. Come è capitato di recente, sempre a Secondigliano, dove una donna è stata arrestata perché ha provato a consegnare una coppia di cellulari (occultati in un paio di sneakers), lunghi meno di 5 centimetri, a un familiare. C’è pure da rilevare che a metà degli anni Duemila, nelle carceri, secondo quanto è attestato in diverse informative di polizia giudiziaria, scoppiò la «moda» dell’orologio-telefonino. I dispositivi erano uguali ai modelli di cronografi con calcolatrice (quelli che produceva la Casio negli anni Ottanta, per intenderci). In questo caso, però, i tastini servivano a comporre numeri di telefono per le comunicazioni con l’esterno.