Il boss Michele Zaza e il re della sceneggiata, Mario Merola

LA STORIA DELLA CAMORRA / L’episodio narrato dal compianto re della sceneggiata nella biografia pubblicata nel 2005

di Giancarlo Tommasone

Il compianto re della sceneggiata, Mario Merola, aveva un ammiratore speciale: il boss Michele Zaza (deceduto nel 1994). E per quell’estimatore, noto nome della camorra altrimenti detto ’o pazzo, come per altre frequentazioni «imbarazzanti», l’artista napoletano ebbe più di un problema. Lo rivela lo stesso Merola nella biografia scritta con Geo Nocchetti, «Napoli solo andata… il mio lungo viaggio» (2005, Sperling & Kupfer). Zaza, racconta il cantante, in più di una occasione, da latitante, avrebbe chiamato al cellulare il suo artista prediletto per fargli intonare i propri pezzi preferiti. E non solo. «Era fissato con me, gli piaceva molto la canzone Chitarra Rossa, e me la faceva cantare in tutte le occasioni in cui mi incontrava e a ogni mio concerto a cui assisteva», spiega Merola. Che racconta anche di un episodio che lo vide catapultarsi a Roma, in Via Veneto, per eseguire il pezzo preferito del boss. «Una sera mi chiama e dice: dove state? Gli rispondo che sono a casa, a Napoli e lui ribatte: io sono a Roma. Venite con qualcuno con la chitarra, perché dovete cantare qui, davanti ai tavolini dove sto seduto, Chitarra Rossa. Se venite – era il 1973 – vi do dieci milioni di lire». In un’altra occasione, Merola è per strada, e riceve la telefonata di Zaza, latitante all’estero, che gli chiede di intonare al cellulare Nnammurato ’e te. La performance è perfetta, e il boss commosso fa un’altra richiesta: il finale di Tu ca nun chiagne.

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«A quel punto – ricorda Merola – senza neanche rispondere attacco il ritornello, e quando termino, Michele urla: grazie, Mario, grazie. Vi ricordate quei milioni che mi dovevate restituire? Non li voglio più. Teneteveli, siete grande». Quei milioni a cui si riferisce Zaza sono dieci, e li ha prestati a Merola dopo che quest’ultimo ha perso al gioco. Tra i cavalli di battaglia di Merola, abbiamo scritto, quello preferito da Michele ’o pazzo resta Chitarra Rossa, per ascoltarlo, in una occasione non risparmiò – ricorda il cantante – il colpo di rivoltella. «Stavo facendo una sceneggiata al teatro Perla, e in prima fila era seduto Zaza. Tra il primo e il secondo atto mi arriva un messaggio di Michele che mi chiede di cantare Chitarra Rossa. Ma il pezzo non era in scaletta; dunque, mentre sono in pausa, dico al microfono: saluto l’amico che vuole Chitarra Rossa, ma oggi non è in repertorio. Non finisco neanche la frase, che Zaza viene dietro al palcoscenico e spara un colpo di pistola in aria. E alla fine, cantai la canzone».

L’Ave Maria cantata
nella stanza d’ospedale

Merola racconta pure di quando fu convocato dal boss, mentre quest’ultimo era piantonato in ospedale, al Cardarelli, dove era stato trasferito per problemi cardiaci. «Don Michele – mi manda a dire da uno dei suoi – vuole che venite in ospedale a cantargli l’Ave Maria», ricorda l’artista. All’atto della richiesta, Merola non dà una risposta. Poi dopo qualche giorno si decide e va al Cardarelli. «Come entro nella stanza, lui mi fa davanti a tutti: ah, siete venuto finalmente. Lo sapete, che se non venivate, io vi facevo sparare? Io gli rispondo: ma vattenne, nun fa ’o buffone, guagliò. Poi mi preparo e comincio a cantare l’Ave Maria. Mi volto un attimo e mi accorgo che mezzo ospedale si era trasferito tutto in quella stanza: c’erano parenti, infermieri, medici e pure le guardie con gli occhi lucidi. Ma alla fine mi feci pagare, naturalmente. Perché lavoro sì, ma favori no. Altrimenti sarei stato uno di loro».