giovedì, Ottobre 6, 2022
HomeNotizie di AttualitàMichele Buoninconti non mise in atto alcun depistaggio

Michele Buoninconti non mise in atto alcun depistaggio

Per qualche mese ospiteremo sulla nostra testata un libro a puntate. Il testo «Il caso Buoninconti Ceste, eziopatogenesi di un errore giudiziario» è stato scritto dalla criminologa Ursula Franco che è stata consulente della difesa di Michele Buoninconti. Ursula Franco è medico chirurgo, criminologo e Statement Analyst e si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. La Franco è stata consulente della difesa di Stefano Binda.

La sosta dal sostituto del dottore

La procura di Asti ha definito depistaggio tutto ciò che non si confaceva alla propria ipotesi omicidiaria e ha dovuto far ricorso all’aggravante della premeditazione non solo per poter giustificare tempi strettissimi per la commissione del delitto e della messa in opera del cosiddetto occultamento, ma anche per poter definire depistaggio comportamenti di Buoninconti che spostavano l’ago della bilancia dalla parte dell’allontanamento volontario, uno su tutti: la sosta all’ambulatorio per informarsi sugli orari di ricevimento del sostituto del dottore, che Buoninconti fece prima di tornare a casa.

Il fatto che Buoninconti si sia fermato a controllare gli orari di ricevimento del sostituto del dottore è stato letto come un depistaggio frutto della premeditazione, eppure la figlia più grande dei coniugi Buoninconti ha confermato agli inquirenti di aver sentito i suoi genitori parlare della prevista visita dal dottore la mattina del 24 gennaio e proprio durante la colazione. Una conferma del fatto che Buoninconti ha raccontato la verità sullo stato in cui versava Elena la mattina della scomparsa.

Eppure a pag. 130 della Richiesta di appllicazione misura cautelare in carcere si legge: «Era stato il padre a dire che avrebbe accompagnato la mamma dal medico».

Peraltro sappiamo anche che non poteva che essere stata la Ceste a riferire al marito che il medico di base aveva nominato temporaneamente un sostituto che avrebbe potuto ricevere in orario diversi dal solito in quanto era passata dallo studio pochi giorni prima e aveva saputo di quella temporanea sostituzione. A tal proposito il medico curante, come si legge a pag. 52 della richiesta di applicazione misura cautelare, «precisava di aver avvisato la sig Ceste della sua assenza per i giorni 22, 23, e 24».

Il gruppo di ricerca organizzato da Buoninconti

La sera stessa della scomparsa della Ceste Buoninconti organizzò un gruppo di ricerca che da casa sua si spinse anche nell’area del Rio Mersa, area in cui, 9 mesi più tardi, furono rinvenuti i resti di Elena. Secondo la procura Michele organizzò le ricerche in quella zona per evitare che vi tornassero i soccorritori.

Vediamo cosa ci dice la logica:

Se Buoninconti avesse ucciso sua moglie e ne avesse occultato il cadavere dove sono stati ritrovati i suoi resti, non solo non avrebbe scelto di costituire un gruppo per cercarla in quella zona, ma, come ho già detto, non l’avrebbe descritta a familiari, amici e inquirenti come una donna in difficoltà che si era allontanata nuda da casa. Dove l’avrebbero cercata i soccorritori se non intorno a casa sua, luogo dal quale si era allontanata? Dove avrebbero sguinzagliato i cani i gruppi cinofili se non intorno a casa sua, luogo dal quale si era allontanata?

Se Michele avesse ucciso sua moglie e l’avesse (inspiegabilmente) semi occultata sotto casa, avrebbe organizzato un gruppo di ricerca da un’altra parte, perché, pur dirigendo lui le operazioni, egli non avrebbe potuto di certo impedire agli uomini che partecipavano a quella ricerca di ritrovare la scomparsa.

Infine, le ricerche di quella sera non servirono ad evitare altre ricerche in quel luogo, pochi giorni dopo, infatti, il 29 gennaio, i soccorritori tornarono in quell’area e, una volta arrivati al grosso cespuglio al margine del Rio Mersa, fecero retromarcia e di certo non su suggerimento del povero Buoninconti che non si trovava neanche con loro durante quelle ricerche. Il fatto che Michele si informasse dell’andamento delle ricerche è stato letto come sospetto, eppure non è di certo inaspettato che un familiare si informi sulle ricerche di un proprio caro, è invece inaspettato il contrario.

E ora immaginatevi le ricerche di un disperso, soccorritori, cani, conduttori dei cani, familiari, amici, se Buoninconti avesse ucciso sua moglie e l’avesse semi occultata sotto casa, che cosa avrebbe potuto fare per impedire che la trovassero? Buoninconti non è un burattinaio, non teneva uomini e cani al guinzaglio. Buoninconti era un uomo disperato che cercava sua moglie e che, nelle vesti di esperto, prese in mano le ricerche prima dell’arrivo dei gruppi cinofili. Buoninconti non partecipò alle ricerche eseguite con l’ausilio dei cani da traccia, le sue telefonate ad un singolo per informarsi sull’andamento delle ricerche non avevano lo scopo di contrastare le ricerche, quale influenza possono aver avuto quelle telefonate sul fiuto dei cani?

La telefonata a nome di Armando Diaz

Nel giugno 2014, durante una telefonata con una giornalista, Michele Buoninconti, spaccianosi per Armando Diaz, suggerì: «Non controllate quel laghetto, ma cercate tra chi inviava messaggi a Elena. Che volevano da una mamma, una moglie, una casalinga? Alle persone bisogna chiedere, non ai luoghi».

Come si possa individuare in questa telefonata un depistaggio è un mistero.

Se Michele avesse ucciso sua moglie e ne avesse occultato il corpo non avrebbe certo impedito le ricerche di Elena in aree nelle quali lui sapeva che non vi avrebbero trovato i suoi resti, anzi sarebbe stato ben lieto che gli inquirenti perdessero tempo a cercarli dove non erano.

Michele invitò a non cercare Elena nel laghetto e, come noto, il cadavere della Ceste nel laghetto non c’era, solo perché riteneva che fosse una perdita di tempo. Solo nel caso in cui i resti della donna fossero stati ritrovati nel lago il suo poteva essere considerato un tentativo di depistaggio.

La telefonata con E. B. durante le ricerche

Durante una telefonata con l’amico E. B., che risale al periodo delle ricerche, la linea telefonica cadde. La procura ha creduto che Michele avesse volontariamente interrotto la conversazione per impedire agli addetti alle ricerche di recarsi nella zona citata dall’amico E. B., Isola La Chiappa, dove successivamente venne ritrovato il corpo di Elena.

La trascrizione della telefonata (pag. 41, Ordinanza di riesame del 26 febbraio 2015):

Michele: Ascolta, quello vuole iniziare di nuovo le ricerche, però io credo, come ti devo dire, se c’era qui l’avremmo trovata, E., perché lui mi ha detto che lui aveva della gente in squadra con lui che, chi doveva andare via, chi è così, dice che lui non è sicuro dei parchi che hanno fatto gli altri però»

E. B.: Anche noi però.

Michele: La campagna è tutta pulita, l’elicottero l’avrebbe vista da sopra, non voglio credere che mia moglie è andata a trov… a cercare dei buchi quando non li conosce, perché lei, mia moglie usciva solo sulle strade, in campagna non c’è mai andata nelle strade di campagna.

E. B.: Ma sì, io sono andato a vedere dei posti, in certi posti, che cioè gli ho chiesto e poi li ho trovati per caso, però sono posti che se non li sai non li trovi neanche a morire, e quindi uno che non lo sa non va a cercare quei posti lì, perché non lo trova, capisci? C’era un posto lì ad Isola La Chiappa, in un campo, c’era un posto dietro ad un cespuglio che tu lo vedi dalla strada, ma non sai neanche che c’è, capisci? (cade la linea) pronto?

Michele: E.!?

Enzo: È caduta la linea.

Michele: Sì, è caduta la linea, me ne sono accorto.

Enzo: E lo so ma ti dicevo…

Michele: Rimaniamo così, passa da qua, parliamo da vicino.

Non si stupisca il lettore che in questa intercettazione si parli dell’area in cui vennero poi ritrovati i resti della Ceste, d’altra parte Elena si era persa in quella zona ed è naturale che nelle telefonate si parli di quei luoghi, in altre conversazioni Michele e i suoi colleghi hanno citato altre località non distanti dalla casa della Ceste.

Dalla lettura della trascrizione di questa telefonata si evince che l’amico E. B. e Michele sono concordi sul fatto che la Ceste non possa essersi recata in posti che non conosceva. Non è forse l’amico E. B. a dire a MIchele: «Ma sì, io sono andato a vedere dei posti, in certi posti, che cioè gli ho chiesto e poi li ho trovati per caso, però sono posti che se non li sai non li trovi neanche a morire, e quindi uno che non lo sa non va a cercare quei posti lì, perché non lo trova, capisci? C’era un posto lì ad Isola La Chiappa, in un campo, c’era un posto dietro ad un cespuglio che tu lo vedi dalla strada, ma non sai neanche che c’è, capisci?»?

E’ semplicemente un caso che durante la telefonata sia caduta la linea, e il fatto che sia caduta non ha comportato un fermo delle ricerche, al riprendere della telefonata infatti Buoninconti non ha invitato l’amico a desistere dalle ricerche, ma a passare da lui per organizzarle.

Ancora, riguardo al contenuto della telefonata, Michele riferì a E. B. che Elena non era abituata a frequentare le strade di campagna, tale affermazione era veritiera, quel giorno però la donna era in preda al delirio e, proprio per questo motivo, non si comportò come al suo solito.

I pozzi

Il 4 aprile 2014, Michele Buoninconti ebbe a dire agli inquirenti: «Come vigile del fuoco mi sento di dire che nella provincia di Asti censiscono i pozzi, nei pressi di Cuneo no». Gli inquirenti si sono spiegati questa sua dichiarazione come un tentativo di orientare le ricerche prospettando ricerche nei pozzi. A tal proposito a pag. 21 e 22 della richiesta di applicazione misura cautelare si legge: «(Buoninconti) raccontava della presenza di pozzi censiti nella provincia di Asti, molto meno nella provincia di Cuneo, riferiva di aver esplorato alcuni pozzi… escludeva che la moglie potesse essersi tolta la vita buttandosi in un pozzo avendo a disposizione molte altre soluzioni suicidarie, anche in casa». Dunque Michele riferì che c’erano pozzi non censiti nella provincia di Cuneo e poi escluse che Elena si trovasse in un pozzo. In poche parole: riferì di pozzi non censiti e poi invitò a non cercarla nei pozzi. Come si fa ad attribuirgli un depistaggio?

Peraltro i pozzi vengono controllati di routine durante le ricerche di un disperso e proprio su questo punto, l’ingegner Piazza, direttore del comando provinciale dei vigili del fuoco di Asti, coordinatore delle ricerche di Elena Ceste, il 29 ottobre 2014, sentito a sommarie informazioni, ha dichiarato: «altro è guardare nei cunicoli, dirupi o pozzi dove si può cadere, ma zone impraticabili a piedi per eccesso di vegetazione fitta e spinosa non può essere oltrepassata, né evidentemente sorvolata» e, il 17 ottobre 2014, un collega di Buoninconti ha riferito agli inquirenti: «Abbiamo fatto tanti recuperi nei pozzi anche pericolosi, livello pavimento, abbiamo sempre commentato che può essere facile finirci dentro». Depistaggi pure questi?

Govone

Il fatto che, dopo aver scoperto che Elena si era allontanata da casa, Michele si sia diretto per due volte a Govone è stato considerato un depistaggio.

Pag.169 della Richiesta di applicazione misura cautelare: «DEPISTAGGIO ATTRAVERSO LE RICERCHE ESTESE A GOVONE L’esigenza di recarsi a Govone, in due distinti tragitti, si può spiegare solo come tentativo di depistare i suoi spostamenti e di disorientare le indagini potenzialmente a suo carico in quelle zone. L’aveva fatto dirigendosi a Govone per l’accensione della caldaia, parlandone con Oreste (al quale non aveva mai parlato in passato), l’aveva ribadito interloquendo con M. nella seconda parte del giro verso San Martino Alfieri e Govone, lo aveva ancora inserito maliziosamente nel corso dell’esame davanti al Pubblico Ministero ove aveva cercato di dirigere le ricerche in pozzi non censiti di quell’area geografica, in provincia di Cuneo.

Non aveva alcun senso andare a Govone per garantire tepore nella casa dei suoceri, nel contesto della scomparsa della moglie in condizioni tanto misteriose, quanto preoccupanti. Le domande rivolte rivolte al Comandante della Stazione dei Carabinieri di Govone circa la possibilità di localizzare le persone tramite le celle telefoniche come pure l’invito a visionare le riprese della telecamera della Banca di San Martino Alfieri si possono spiegare solo come esigenza di documentare la sua presenza lì, obiettivo esclusivo del suo vagare dopo l’omicidio e l’occultamento del cadavere.

La telefonata fatta al suocero alle 9.33, in movimento, sul ponte del Tanaro condita dal racconto delle ragioni dell’affaccio, nel tentativo di localizzare la moglie viva o morta rientra nella stessa logica. Si ricorda che si tratta della prima telefonata fatta ai familiari della moglie per comunicarne la scomparsa (…) Aveva scelto un cammino documentabile, in più punti e per diverse ragioni, il ponte San Martino, come luogo dotato (secondo il suo ricordo) di telecamera per allerta meteo e livello d’acqua del fiume, celle telefoniche, avendo nel tragitto effettuato alcune telefonate, la telecamera della banca avendo scelto di passare da quella strada. Non esiste improvvisazione alcuna nel percorso fatto, nulla è parso casuale, fortuito, occasionale, tutto era studiato nei dettagli (…)

Il secondo tragitto verso il territorio di Govone, documentato tra l’altro dalle dichiarazioni di C. F. oltre che dalla elaborazione delle celle dei tabulati telefonici, si giustifica solo per la necessità di collocarsi in area lontana da quella di Chiappa di Isola d’Asti e potenzialmente idonea a gettare dubbi su di lui infondati e, quindi, spiegabili (…) C. F. si diceva sicuro (si noti: «si diceva sicuro», come se il fatto riferito dal contadino fosse particolarmente incriminante ndr) di avere notato Michele Buoninconti transitare in auto ad andatura assai moderata e la circostanza curiosa era che malgrado F. C. fosse rimasto a lavorare la vigna per circa due ore dalle 9.30, non aveva più visto Buoninconti tornare indietro dalla stessa strada».

Si noti «ove aveva cercato di dirigere le ricerche in pozzi non censiti di quell’area geografica, in provincia di Cuneo», eppure abbiamo appena visto che, un centinaio di pagine prima della stessa richiesta, a pag. 21 e 22, si legge: «(Buoninconti) escludeva che la moglie potesse essersi tolta la vita buttandosi in un pozzo avendo a disposizione molte altre soluzioni suicidarie, anche in casa».

Si può facilmente escludere che Buoninconti si fosse diretto a Govone per depistare, egli, infatti, ai soccorritori descrisse Elena come una donna nuda e in stato confusionale, in pratica suggerì ai gruppi di ricerca di cercarla intorno a casa.

Possibile che anche l’andatura moderata di Buoninconti, notata e riferita dal signor F. C., che si trovava nella sua vigna mentre Michele, nell’atto di telefonare e con il finestrino abbassato, percorreva la strada di ritorno da Govone, sia stata interpretata come sospetta e non semplicemente come l’andatura che avrebbe tenuto chiunque stesse cercando un familiare scomparso?

Che cosa intende dire la procura con «Il secondo tragitto verso il territorio di Govone, documentato tra l’altro dalle dichiarazioni di C. F. oltre che dalla elaborazione delle celle dei tabulati telefonici, si giustifica solo per la necessità di collocarsi in area lontana da quella di Chiappa di Isola d’Asti e potenzialmente idonea a gettare dubbi su di lui infondati e, quindi, spiegabili»? Ammetto i miei limiti, non nego di avere difficoltà a interpretare queste parole. Ecco, è il GIP che mi viene in soccorso: «Un clamoroso tentativo di depistaggio è stato attuato anche davanti al pubblico ministero, quando l’indagato, sentito come persona informata sui fatti, ha dichiarato: «Come vigile del fuoco mi sento di dire che nella provincia di Asti censiscono i pozzi, nei pressi di Cuneo no (cfr faldone n.1 – fg.640)».

Tale apparentemente innocente affermazione, resa nella accertata colpevolezza che il cadavere della moglie si trovava da tutt’altra parte occultato, non poteva che spiegarsi altrimenti che ritenendola funzionale ad introdurre un tema investigativo che è stato obbligato esplorare e che ha comportato rilevanti dispendio e dispersione di energie.

Il fatto di aver indirizzato gli inquirenti su una strada che egli ben sapeva essere errata, attirando su di sé sospetti nella certezza che mai avrebbero potuto trovare conferma, non fa che confermare i pesanti sospetti che gravano sull’indagato, oltre a tratteggiare una personalità delinquenziale di assoluto spessore (…) La sua principale preoccupazione era stata viceversa quella di accreditarsi come presente nella zona di Govone, spingendosi fino a creare a suo carico elementi di sospetto, che ben sapeva essere indimostrabili, connessi alla presenza di pozzi non censiti proprio nei luoghi in cui era stato visto transitare ed aveva dichiarato, anche alla vicina di casa, essersi recato (pag. 33/34/35 dell’ordinanza di applicazione di misura coercitiva» .

Quindi, secondo l’accusa Buoninconti attirò i sospetti su di sè per indurre gli inquirenti a cercare Elena nei pozzi e sulla strada per Govone e per far naufragare lì i loro sospetti.

Secondo voi è possibile che la soluzione di un caso sia così contorta? La Kabbalah insegna: «Se un’idea – o un concetto – è complessa o contorta, è probabile che non sia la verità».

Quale omicida cerca di attirare i sospetti su di sé? Quale omicida non immagina che, una volta attirati i sospetti su di sé, gli investigatori cercheranno il cadavere della sua vittima in tutti i luoghi dove lui è stato il giorno dell’omicidio? E allora, Buoninconti non aveva forse con sé il telefono quando si diresse nell’area di Chiappa di Isola d’Asti dopo aver allertato i vicini? Michele non si preoccupò del fatto che il suo telefonino potesse agganciare la cella di Chiappa di Isola d’Asti, perché non aveva nulla da nascondere, tantomeno il corpo di sua moglie.

Secondo voi, se il povero Buoninconti avesse studiato tutto nei dettagli, come vuole la procura, avrebbe portato con sé il telefonino durante il fantomatico occultamento, e dopo aver allertato i vicini, che avrebbero potuto richiamarlo, e, soprattutto, avrebbe chiamato il telefonino di Elena, per ben due volte, per rintracciarlo, come vuole l’accusa, mentre si trovava in quell’area? Se l’avesse uccisa che interesse avrebbe avuto a farsi localizzare dalle celle telefoniche in quell’area?

Ma, soprattutto, Buoninconti nulla fece per indurre i gruppi di ricerca a cercarla a Govone o nei pozzi, anzi, descrivendola per quello che era, una donna nuda in stato confusionale, invitò tutti a cercarla vicino a casa.

La verità è che Buoninconti si recò una prima volta a Govone in quanto non aveva punti di riferimento, mettetevi nei suoi panni, Buoninconti non sapeva dove cercare, raggiunse la casa dei suoceri e, poiché il suocero glielo aveva chiesto il giorno precedente, accese il riscaldamento, anche per esorcizzare quello che stava vivendo.

Infine, Michele era convinto di poter trovare Elena sulle strade percorribili dalle auto, escluse che si fosse diretta verso Costigliole d’Asti in quanto non l’aveva incrociata tornando a casa, escluse, dopo un rapido controllo, che si fosse diretta nel senso opposto e quindi decise di dirigersi a Govone, non commise un errore, infatti, la casa di famiglia di Govone avrebbe potuto rappresentare un punto di riferimento per Elena anche in quelle condizioni psichiche. Michele si diresse una prima volta a Govone ad una certa velocità e non solo per controllare se Elena fosse a casa, ma anche per cercarla sulla strada che porta al paese. Poi, non avendola trovata, tornò a perlustrare quelle strade a velocità ridotta.

Ho già detto in precedenza che non è difficile intuire il motivo per il quale Buoninconti non avesse chiamato gli anziani genitori di Elena prima delle 9.33, Buoninconti aveva sperato di poter ritrovare sua moglie così da non doverli avvisare della sua scomparsa, tra l’altro vissuta da lui come un fallimento personale.

I conflitti con gli inquirenti

I conflitti con gli inquirenti si spiegano facilmente. Michele era polemico e critico nei confronti dei carabinieri, perché era preoccupato per le sorti di sua moglie. I familiari di soggetti scomparsi, che non sono coinvolti nella scomparsa del loro caro, difficilmente ringraziano gli inquirenti finché questi non risolvono il caso. Assistiamo quotidianamente ad attacchi alle forze dell’ordine da parte di familiari di scomparsi o di familiari di vittime di omicidi, tale atteggiamento non è sospetto, lo è invece l’atteggiamento contrario.

Ma vediamo nel dettaglio la natura delle polemiche in questo caso. Il 29 gennaio 2015, nel corso di un’intervista, Buoninconti disse: «Quando chiedevo ai carabinieri se avessero guardato quegli indumenti ed il carabiniere mi ha risposto che non avevano importanza, perché quegli indumenti glieli avevo portati io, e allora io gli ho chiesto: «Portameli indietro, perché io devo vedere una cosa su quegli indumenti», e lui mi ha detto: «Cosa devi vedere?, ho detto: «Io voglio vedere quelle calze come sono state tolte, perché sono delle calze talmente strette che non riesci a togliertele facilmente». E lui è venuto a dirmi che le calze erano state tolte come si tolgono le donne, «Sono perfettamente integre»- mi ha detto, e io: «Cosa vuoi dire sono perfettamente integre?» e «No, come se le tolgono le donne da sedute, che non si sono rotte», «Allora dimmi una cosa: se le ciabatte sono a 10-12 metri dalle calze, mi sai dire se quelle calze sono sporche o pulite?». E lui è rimasto lì, è venuto ancora un’altra volta, è venuto a dirmi che le calze erano pulite. Però, dico io: «Vi consegno dei panni, volete guardarli subito o vi devo dire io ogni momento cosa dovete fare? («Chi l’ha visto?», puntata del 30 aprile 2014)».

Vi pare «un’esplosione televisiva sproporzionata e potenzialmente rivelatrice di un coinvolgimento attivo del povero Buoninconti nella vicenda de quo (annotazione del 29 aprile 2014)»?

No, non lo è. Vi spiego il perché. Come ho già detto, se Buoninconti avesse ucciso sua moglie avrebbe tentato di ingraziarsi gli inquirenti, non di inimicarseli E poi, in questa intervista Buoninconti mostrò di mettere in dubbio la propria ipotesi iniziale, ovvero che la Ceste potesse essersi denudata da sola rapidamente.

Buoninconti entrò semplicemente in conflitto con gli inquirenti perché, nonostante dicesse la verità, non gli credevano. E il fatto che non gli credessero, a suo avviso, viziava le indagini ritardando il ritrovamento della moglie.

In merito a quelle parole del povero Buoninconti, a pag. 31 della richiesta di applicazione misura cautelare, si legge: «Alle obiezioni opposte dai militari sulla inverosimiglianza della ricostruzione offerta, Buoninconti si confermava nervoso, silenzioso (…) Nel tracciare, ancora, la giornata del 24 gennaio, l’esordio era stato di riferire di avere sempre e solo detto la verità, segnalando che l’atteggiamento più cauto ed opportuno sarebbe stato quello di non far avere agli inquirenti i vestiti della moglie (forse ora penso che non avrei dovuto portare i vestiti). In questo contesto introduceva molti non ricordo ribadendo la genuinità del suo racconto sul rinvenimento dei vestiti».

Buoninconti aveva raccontato la verità e si era riferito al proprio racconto dicendo che era la verità, ma nonostante tutto non è stato creduto. Egli aggiunse «forse ora penso che non avrei dovuto portare i vestiti» proprio perché, nonostante avesse raccontato la verità sul rinvenimento dei vestiti, quel rinvenimento, che risultò incomprensibile agli inquirenti, li stava portando sulla strada sbagliata. Abbiamo visto in precedenza il motivo dei «non ricordo» e anche di come Buoninconti non fosse stato l’unico ad avere ricordi confusi di quella mattina.

Gli occhiali della Ceste

Michele non consegnò ai carabinieri di Costigliole d’Asti gli occhiali che la moglie indossava quella mattina e che aveva ritrovato vicino ai suoi pantaloni e alle calze, ma un altro paio, perché, dopo aver consegnato gli abiti di Elena ai carabinieri di Costigliole d’Asti, aveva creduto che gli uomini dell’Arma non li avessero ben analizzati e gli stessi gli erano apparsi negligenti in quanto indicarono in un verbale il sequestro di una chiavetta USB che era rimasta in casa, e dunque pensò che sarebbe stato meglio far analizzare gli occhiali ad un esperto di sua scelta per cercare eventuali impronte lasciate da estranei, poi, però, contattò il comandante dei carabinieri di Govone dicendogli che avrebbe voluto dare al magistrato gli occhiali che aveva trovato in giardino.

Il ritorno a casa

I ROS hanno individuato nelle 8.45 l’orario di rientro a casa di Buoninconti la mattina del 24 gennaio. Ecco che cosa ha riferito in merito Buoninconti durante un’intervista rilasciata ad un giornalista di «Chi l’ha visto?»: «Se non fossero le otto e mezzo, fossero le 8 e 32, 33, massimo 35, io quella mattina non è che sono stato lì a guardare l’orologio al ritorno, all’andata (intervista andata in onda il 26 febbraio, ma di sicuro registrata in precedenza)».

Ora, secondo voi, questa dichiarazione di Buoninconti è compatibile con la ricostruzione accusatoria che vuole che questo pover’uomo abbia «organizzato, preordinato, programmato l’assassinio della moglie» e abbia poi depistato in ogni modo possibile?

Buoninconti rientrò alle 8.45, non prima, fortunatamente lo si può inferire dalle immagini di alcune telecamere e dai tempi di percorrenza in auto. Secondo la procura alle 8.55.04 aveva già ucciso sua moglie e ne aveva caricato il cadavere in auto, non solo, a quell’ora stava già chiamando la vicina e si trovava già in viaggio per occultare il corpo della moglie. Tempi strettissimi. Impossibili. Ma veniamo all’intervista, secondo voi, se Buoninconti avesse ucciso sua moglie avrebbe detto di essere rientrato alle «otto e mezzo, fossero le 8 e 32, 33, massimo 35», in netto anticipo quindi sull’orario effettivo? E perché? Per darsi la zappa sui piedi? Per fare il gioco della procura? Una kamikaze, insomma.

Sapete perché disse «otto e mezzo, fossero le 8 e 32, 33 massimo 35»? Perché Buoninconti si sentiva in colpa per non aver portato sua moglie con sé quella mattina, per aver perso tempo in comune per la rata dell’IMU, per aver perso tempo allo studio del medico di base per leggere gli orari di ricevimento del sostituto del dottore. Buoninconti si sentiva in colpa perché, nonostante avesse capito che Elena non stava bene, la lasciò sola. Buoninconti si sentiva in colpa per non aver dato la priorità alla salute di sua moglie.

Un’ultima riflessione

Il 24 gennaio 2014 Michele Buoninconti chiamò la vicina M. C. alle 8.55.04 per dirle che non trovava Elene, ma non le disse subito che era nuda. Un dato che si accorda perfettamente con il racconto di Buoninconti. In poche parole: quel giorno Buoninconti fornì alla vicina informazioni in work in progress, ovvero inizialmente informazioni parziali e poi complete perché le stava acquisendo in quei frangenti. Michele non le riferì subito che Elena era nuda, perché non lo capì subito, nel momento in cui aveva chiamato M. C. aveva trovato solo la maglia e le ciabatte sul tombino di fronte alla porta di casa, ma non gli altri indumenti, che trovò invece poco prima delle 8.57.28, mentre stava uscendo dal cancello per dirigersi a casa di A. R., e dunque solo dopo aver ritrovato la seconda serie di indumenti ipotizzò il denudamento.

Buoninconti solo intorno alle 9.30 riferì a M. C. del denudamento della moglie. Non ci sono pertanto incongruenze nel racconto di Buoninconti.

Aggiungo per completezza che, come già detto, in quel rinvenimento non si può individuare uno «staging». Lo «staging» ha infatti regole ben precise: coloro che alterano una scena del crimine infatti «preparano» la scena perché la vedano gli inquirenti o eventuali testimoni. Se Michele Buoninconti avesse ucciso la moglie e avesse optato per uno «staging» dei suoi indumenti in cortile non li avrebbe poi rimossi prima che qualcuno li vedesse in terra. Oltretutto, a che scopo Buoninconti avrebbe dovuto inventarsi di aver trovato gli abiti in due zone diverse del giardino? Solo Elena aveva ragione di lasciare i suoi vestiti in due zone diverse del giardino, ella, infatti, dopo essere rientrata in casa ed essersi tolta la giacca, che Michele le aveva messo sulle spalle, premette il pulsante di apertura del cancello automatico, uscì di nuovo, si tolse prima le ciabatte e il maglione, che lasciò sul tombino di fronte alla porta di casa, quindi si avvicinò al cancello per impedire che si chiudesse e lì finì di denudarsi.

Buoninconti quella mattina raccolse gli abiti abbandonati da Elena in giardino e li mise in macchina, perché sperava di ritrovare sua moglie e rivestirla.

9 – Continua

LEGGI L’OTTAVA PUNTATA – Nessuna crisi matrimoniale precedette l’allontanamento di Elena Ceste

Articoli Correlati

- Advertisement -