Una perla del nostro patrimonio archeologico.

di Letizia Laezza.

L’eruzione del Vesuvio fu in grado di radere al suolo un territorio dall’ampiezza sconvolgente; è risaputo che oltre alla proverbiale Pompei, anche Stabia e l’allora Hercolanum subì le conseguenze delle esplosioni e delle colate di lava. Quest’ultima infatti era collocata proprio sul versante meridionale del Vesuvio, pertanto ancora più soggetta alle sue ire della famosa Pompei, che è poi diventata l’emblema di quel tragico giorno del 79 d.C.

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Le due città subirono le conseguenze di quell’evento in modo diverso: mentre Pompei fu sepolta da una pioggia di ceneri, Ercolano fu colpita dai flussi piroclastici, nuvole di gas incandescente e materiale vulcanico, che “vaporizzarono” , alla lettera, chiunque si trovasse esposto a quel cielo grigio.

Il fatto che alle prime ricerche non si fossero palesati molti resti umani lasciò supporre agli archeologi che gli abitanti di Ercolano, a differenza di quelli di Pompei, si fossero salvati. Solo durante gli anni 80 furono rinvenuti circa 300 scheletri di persone rifugiatesi presso il porto, forse nella speranza di essere tratte in salvo dalla flotta romana.

Sono molti i reperti che ci sono giunti rispetto ad un’area tanto vasta comprendente Ercolano, Pompei, Oplontis e Stabia; riguardo Hercolanum merita un’attenzione particolare la così detta Villa dei Papiri, conosciuta anche con il nome di Villa dei Pisoni secondo un’ipotesi sul suo possibile proprietario. Infatti ci sono diverse opzioni riguardo il possessore di questa abitazione costruita nel decennio fra il 50 e il 60 a.C. : alcuni studiosi presumono che la villa fu di proprietà del suocero di Gaio Giulio Cesare, ovvero di Calpurnio Pisone Cesonino, in quale fu protettore del filosofo Filodemo di Gadara; è infatti interessante che le sue opere siano ampiamente presenti nella corposa collezione di papiri che da il nome alla villa. Altri invece sostengono che lì risiedesse suo figlio, Lucio Calpurnio Pisone Pontefice.

Come è risaputo questa costruzione di epoca romana è detta Villa dei Papiri proprio perché fa da scrigno a più di 1.800 papiri, conservati in una biblioteca al suo interno. Infatti, sebbene le condizioni non siano eccellenti, c’è da notare che i materiali organici carbonizzati, come legno, cibo e i famosi rotoli di papiro si sono riusciti a conservare ad Ercolano in quanto la fanghiglia che ricoprì la città sigillò ogni cosa sotto il suo manto, a differenza di quanto accadde a Pompei.

Come molte altre ville nella zona, anche Villa dei Papiri subì le conseguenze del  terremoto di Pompei del 62 d.C. e anche essa fu oggetto di un’opera di ristrutturazione e manutenzione che però non fece in tempo ad essere completata prima che il Vesuvio esplodesse. Anche qui, infatti, cumuli di calce sparsi in varie stanze testimoniano la presunta situazione, mentre i colori attestano che l’opera di rifacimento era rivolta anche alle decorazioni. In realtà quella del 79 d. C. non fu l’unica eruzione che Ercolano accusò: nel 1631 il Vesuvio ammantò il circondario di un altro sostanzioso strato di lava tanto che la villa fu trovata sepolta sotto circa 30 metri di materiale piroclastico e fango. In quello stato Ercolano non fu oggetto di grande curiosità, venne anzi accantonata per secoli, fino al 1709, quando, scavando un pozzo, un contadino trovò dei pezzi di marmo, che poi risultarono appartenere all’antico Teatro. Le prime vere ricerche partirono solo a metà del 1700, dirette da  Roque Joaquín de Alcubierre e Karl Weber. La Villa dei Papiri fu rinvenuta solo nel 1750, e due anni più tardi furono trovati i primi rotoli. Fu proprio Weber, uno storico e sociologo tedesco di grande fama, a realizzare le prime piante dell’edificio: una nel 1751 e l’altra tre anni più tardi (rivisitata poi nel 1764), estremamente precisa: illustrava tutto quanto era stato reperito fino a quel momento, i cunicoli realizzati per meglio muoversi durante le indagini, i riferimenti dell’opera svolta e i reperti riportati alla luce. Sulla base di un lavoro così accurato, l’imprenditore e collezionista d’arte Jean Paul Getty si fece erigere a Malibù una riproduzione della villa uguale finanche nelle dimensioni, che smesso l’utilizzo di abitazione assunse quello di museo dedicato appunto a Jean Paul Getty.

La prima opera di scavo si concluse nel 1761 e riuscì a recuperare affreschi, pavimenti, statue e soprattutto un numero esorbitante dei veri protagonisti della villa: i papiri, precisamente rinvenuti il 19 ottobre 1752. Fu poi aggiunta un’altra breve campagna di indagini tra il 1764 ed il 1765, e anche questa vide nomi di un certo calibro mostrare interesse e curiosità: Francisco la Vega (governatore di Cuba e vicerè della nuova Spagna) e Camillo Paderni (storico ed archeologo).

Purtroppo però i lavori dovettero concludersi ben presto a causa delle esalazioni tossiche di mofete (emissioni fredde di anidride carbonica) che obbligarono alla chiusura di tutti i pozzi di aerazione e dei cunicoli.

Dopo quella esperienza solo negli anni ’80 del secolo passato vennero riprese delle indagini, che tenevano conto anche di antiche piante borboniche; nel 1985 e in seguito fra il 1996 e il 1998 ci si dedicò allo scavo a cielo aperto. Fu necessaria un’opera di bonifica, che avvenne nel 2002 tramite delle pompe idrovore che mantenevano asciutta la parte esplorata. Non è molto ciò che oggi si può visitare della Villa: soltanto l’atrio alla basis villae ed alcune stanze al piano inferiore.

Come era abitudine di molti patrizi romani anche il proprietario della Villa dei Papiri la volle affacciata sul mare: prima dell’eruzione il luogo dove sorge era la linea della costa. Non tradisce le aspettative di maestosità solite a questa sorta di costruzioni; tutta intonacata di bianco, lunga più di 250 m, l’abitazione si erige su tre piani –non è infatti stata recuperata in tutta la sua altezza- e poggia su basi molto lineari: una semplice struttura quadrangolare divisa a sua volta in quattro quadrati. La zona a sud era riservata agli ambienti di servizio, fra cui anche il deposito dei papiri oltre alle latrine e agli alloggi, mentre quella a nord era la zona residenziale e ludica. Caratteristiche le grandi finestre luminose provviste di battenti in legno con cerniere. Da una di queste aperture si riesce a intravedere un ambiente parzialmente esplorato, del quale non è stato ancora raggiunto il piano di calpestio, decorato nella volta con tralci di vite e alcuni amorini e animali marini, mentre nella parete di fondo, in rosso, un amorino e delle ghirlande: si notano inoltre degli architravi in legno, segno di aperture che conducono ad ambienti che i ricercatori ancora non sono riusciti a raggiungere.

I papiri non sono l’unico tesoro reperito in grandi quantità all’interno del complesso; anche molte statue sono state ritrovate. L’implivium presente nell’atrio, ad esempio, è contornato da undici statuette facenti funzione di fontane. L’imponete portico in giardino conta 64 colonne ed al centro esibisce una piscina: al momento dello scavo, furono ritrovate numerose statue in marmo e bronzo, alcune delle quali oggi esposte al museo archeologico nazionale di Napoli, come il Satiro ebbroHermes in riposoPan con la capra, un’erma raffigurante probabilmente Lucio Anneo Seneca ed i Corridori. Sono state rinvenute un totale di 87 statue fra quelle di bronzo e quelle di marmo, realizzate nel I secolo a.C. sullo stile di quelle greche. Tra i vari reperti ritrovati, ci sono inoltre ami, cumuli di grano, lucerne ed una meridiana in bronzo con intarsi in argento..

Molti ambienti sono piastrellati con il tipico mosaico -il quale in alcuni punti è stato asportato durante le esplorazioni borboniche– e sono spesso decorati a parete con affreschi di differente fattura stilistica in base al periodo in cui sono stati effettuati ritocchi di manutenzione. Il lungo viale che conduce al belvedere vantava un pavimento in marmi policromi, asportato poi per essere conservato prima alla reggia di Portici, poi al Museo Nazionale. Come ennesima testimonianza dell’ingegno e dell’avanzamento dell’edilizia romani, la villa possedeva anche un impianto idrico diretto alle numerose vasche, fontane e bagni.

Nella biblioteca, famosa per essere l’unica giuntaci quasi intatta dal mondo antico ad oggi, furono rinvenuti 1826 rotoli di papiro carbonizzati, custoditi in alcune casse ed avvolti in coperture di legno. Sventuratamente molti sono andati perduti in quanto non furono individuati immediatamente per ciò che sono: essendo friabili e anneriti furono confusi con semplici pezzi di carbone o peggio andarono distrutti nello stesso atto di srotolarli per leggerli. Infatti è stato molto difficile creare le condizioni per dispiegarli e tradurli senza danneggiarli ulteriormente: come precedentemente accennato questi cimeli si erano salvati perché sepolti in un ambiente totalmente privo di umidità, ma proprio perché così asciutti, l’azione dello srotolamento rischiava di mandarli in polvere. Negli ultimi 250 anni sono stati usati metodi diversi per ovviare al problema, la maggior parte dei quali ha provocato gravi danni. Molti papiri andarono perduti durante le stesse operazioni di scavo. I primi che si impegnarono in questa opera furono Camillo Paderni e l’abate Antonio Piaggio, il quale addirittura creò un apposito macchinario che somigliava ad un telaio per riuscire a ricomporli e studiarli: ogni frammento aperto, incollato su vesciche animali, era montato su cartoncini e conservato separatamente.

Negli anni a venire fu adibita un’apposita istituzione di studi sull’argomento, l’Officina dei Papiri Ercolanensi, trasferita poi alla Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, nel Palazzo Reale di Napoli. Il modo in cui furono rinvenuti i papiri curiosamente indicava diverse possibili intenzioni del loro proprietario prima che il Vesuvio le dirottasse: alcuni disposti sugli scaffali di una piccola stanza, altri imballati in capsule, scatole da viaggio apposite per i rotoli, quindi probabilmente pronti ad essere trasferiti o almeno riparati durante i lavori di ristrutturazione in corso nella villa. 

La scoperta di un’antica biblioteca ammaliò l’intera Europa, tanto che i papiri assunsero anche un peso politico e vennero usati come merce di scambio in alcune trattative diplomatiche: nel 1802, Ferdinando di Borbone cercando di convincere Napoleone a non attaccare e conquistare Napoli, lo omaggiò di sei papiri; il sacrificio fu inutile in quanto 4 anni dopo l’imperatore francese invase comunque la città, e Ferdinando fuggì a Palermo. Nel 1815 gli Inglesi aiutarono il sovrano a riprendersi il trono e lui mostrò la sua gratitudine offrendo loro, si dice, 18 papiri. Alcuni finirono ad Oxford, ma altri scomparvero per sempre.

Il contenuto dei papiri, come altri dettagli della villa, riconduce per la maggiore ad un’ambientazione filo-ellenica: si tratta di filosofia epicurea. Una certa simpatia per il mondo greco è inoltre confermata dalla riproduzione di un ephebeum di un ginnasio greco dove furono peraltro rinvenute ancora altre statue sia in bronzo che in marmo, come un busto femminile, due busti di flamine e riproduzioni del Clamidato, dell’Eracle di Policleto, dell’Efebo e di Athena Promachos.

Pochi sono i papiri in latino, tratti in genere da un’opera chiamata De bello Actiaco, il cui argomento è la guerra tra Marco Antonio Cleopatra contro Augusto. D’altro canto però sono ancora tanti quelli da analizzare. L’universo dell’erudizione umanistica confida nella speranza che tra le centinaia di papiri ancora non aperti si celino le opere complete firmate da nomi importanti come Epicuro, ad esempio, dei cui testi originali ci è giunto ben poco.

C’è comunque da tenere presente che sono stati fatti molti progressi nel corso dei secoli, e le recenti tecniche, non meccaniche ma digitali (scansione, raggi x) alimentano le possibilità di leggere i rotoli carbonizzati. Infatti durante il primo decennio del nuovo millennio è stata applicata la tecnica della Tomografia allo studio dei papiri, una tecnica a raggi x per la lettura virtuale di questi testi delicati.

Ad ogni modo Circa tre quarti della Villa dei Papiri non è ancora stata esplorata. Solo negli anni ’90 gli archeologi si resero conto della presenza dei due livelli inferiori, che si immaginano colmi di nuovi ed entusiasmanti reperti.

Inclusa nella gestione e nella tutela del parco archeologico di Ercolano, questa perla del nostro patrimonio archeologico appartiene al Mibact.