Una delle aree in cui sono state effettuate le intercettazioni allegate all'inchiesta

Le intercettazioni allegate all’inchiesta sul superclan: i pestaggi contro i pusher per ristabilire l’ordine a Poggiomarino

Delle vere e proprie spedizioni punitive organizzate sul territorio di Poggiomarino. Nel mirino finivano piccoli pusher, ma anche chi con il proprio atteggiamento, nella logica malavitosa, avrebbe mancato di rispetto agli affiliati. E’ il quadro che emerge dall’ordinanza di custodia cautelare di quasi mille pagine, a firma del gip del Tribunale di Napoli, Claudio Marcopido.

All’inizio di maggio del 2017 vengono intercettate conversazioni che sono ritenute di particolare importanza investigativa. «Il ricorso alla violenza, a dire di Nappo e Marano (due degli indagati, ndr) – è riportato nero su bianco nell’ordinanza – si era reso necessario per ristabilire gli equilibri e far comprendere che bisognava portare rispetto al gruppo di Orefice, che rappresentava la consorteria di Rosario Giugliano».

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Gli indagati, si evince dall’attività di intelligence dell’Antimafia, avrebbero effettuato delle vere e proprie ronde per monitorare il territorio e controllare che tutto fosse in ordine, naturalmente nell’ordine che doveva essere quello stabilito dalla cosca. Se qualcosa non quadrava, allora scattavano le spedizioni punitive. Come quelle contro i pusher che si rifornivano di stupefacente da altri gruppi malavitosi; gli spacciatori venivano condotti in un posto appartato, e picchiati. Intorno alle 21.30 del sei maggio 2017 si captano le parole di Cristian Sorrentino (anche lui finito in carcere, insieme ad altri 23 indagati, nel corso dell’operazione scattata il 19 aprile contro il clan capeggiato da Rosario Giugliano).

L’imposizione del monopolio
per la fornitura di stupefacenti

«L’erba, a Poggiomarino, non lo prendete a nessuna parte sennò facitiv a marenn (intende dire che se ne devono andare, ndr)… sennò andate a lavorare, hai capito? Guardami bene, perché te lo sto spiegando. La prossima volta non te lo spiego più. Ok, tieni il bambino, devi lavorare, noi ti facciamo lavorare (intende che gli fornirà lo stupefacente, ndr), non devi andare da altre parti, non dovete andare da altre parti (da altri fornitori, ndr)».

«Per quanto accaduto- è riportato nell’ordinanza – si capisce, ancora una volta, che il mercato della droga era pienamente controllato dal gruppo di Rosario Giugliano, che non tollerava intrusioni dall’esterno». A maggio vengono anche captate, tra le altre, le conversazioni che intercorrono tra Giuseppe Nappo e Domenico Gianluca Marano (tutti e due finiti in carcere, insieme ad altri 24 indagati, nel corso dell’operazione scattata il 19 aprile).

Particolarmente emblematiche dell’atteggiamento violento di alcuni indagati, sono delle frasi intercettate in auto, in ambientale. «A me dispiace che tuo fratello va a finire fuori linea, io se gli ho dato gli schiaffi è per metterlo sulla linea», spiega a Bruno D’Avino (anche lui indagato), Giuseppe Nappo. E D’Avino risponde: «Fui picchiato da uno scemo, nella masseria (…) tenevo il dito medicato con i punti, presi due schiaffi». «Uno vi da la possibilità», afferma Marano. «Qua fate i signori, ti faccio fare il signore… », gli fa eco Nappo. «E non lo volete capire», conclude la frase del sodale, Marano.

Il sei maggio del 2017, ancora Marano, si rivolge a Nappo: «Ma tu tieni le mani pesanti, Peppe». «Quello è andato bene. Quelli non hanno provato neanche la metà della forza», dice Nappo. E Marano ribatte: «Bruno ha acchiappato ’nu leccamusso (intende uno schiaffo, ndr). Mi ero messo pure l’anello, apposta» per fargli più male.

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