di Giancarlo Tommasone

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La consorteria criminale che faceva riferimento al clan Cesarano, per quel che riguarda le estorsioni agli operatori del Mercato dei fiori di Pompei, oltre a effettuare la riscossione del pizzo (il 10 di ogni mese), aveva pure creato una vera e propria società, la Engy Service srl (nata il 29 luglio del 2015), che si occupava di trasporto logistico dei prodotti florovivaistici. Una società, attraverso la quale, tutti gli operatori avrebbero dovuto passare, pagando un’altra sorta di tangente.

Chi si ribellava al monopolio
imposto dalla cosca, veniva punito

E’ il caso di un operatore, che viene pesantemente picchiato il 22 novembre del 2015. Si era venuta a creare una situazione tale, che confessa il commerciante a un amico, aveva dovuto chiedere l’intervento di un altro malavitoso (che conosce da tempo) per intercedere presso il gruppo che lo taglieggia. E, riportando le parole, che dice, gli avrebbe detto un poliziotto, si «stava meglio» quando la zona era sotto il controllo del boss Ferdinando Cesarano (recluso al carcere duro, ndr).

La vittima
del pestaggio si era
lamentato presso altri
commercianti
delle imposizioni subite

Qualche giorno prima dell’aggressione era stata contattata dai responsabili della Engy Service, che gli avevano chiesto di abbassare i prezzi sui trasporti, altrimenti non ci sarebbe più stato margine di guadagno per l’agenzia. L’operatore, allora, aveva chiesto ed ottenuto un incontro con Giovanni Esposito (uno degli indagati) della citata agenzia, per accordarsi sui prezzi da praticare.

L’agenzia di trasporti
dell’organizzazione
criminale
aveva il monopolio
all’interno
del Mercato dei fiori

Ma, come rilevano gli inquirenti, basandosi su quanto emerge da una intercettazione telefonica, che intercorre il 14 novembre del 2015, tra Esposito e un altro soggetto, si scopre che un dipendente del commerciante dei fiori, in una occasione, si era messo d’accordo direttamente con un cliente per il quale effettuare il trasporto, bypassando l’agenzia. Vista la ritrosia dell’operatore a sottostare alle regole imposte, sarebbe dunque, scattata la punizione. L’imprenditore viene picchiato con pugni e a calci da una coppia di emissari del clan.

Le intercettazioni
telefoniche e ambientali

Denuncia la cosa alle forze dell’ordine, ma non fa i nomi, affermando di non aver riconosciuto gli aggressori, perché hanno agito, dice, con dei cappelli che gli coprivano il volto. Secondo quanto emerge dalle indagini (attraverso intercettazioni ambientali), a fare da palo, nel corso della spedizione punitiva, sarebbe stato Vincenzo Melisse, alias taccarella. Ma da dove nasce l’insofferenza degli imprenditori? «Si prendono 200, 300 euro a camion», afferma, intercettata, la vittima, parlando con un amico, il giorno successivo al pestaggio.

Le richieste estorsive
e i guadagni
del clan Cesarano

«I camion laggiù – continua – sono temila euro alla settimana, 12mila euro al mese. I soldi li prendono da noi che non possiamo pagare nemmeno la nafta». Naturalmente alla imposizione dell’agenzia per i trasporti, si aggiunge quella del pizzo mensile, da versare al clan ogni mese. Le «rate» vanno dai 1.500 ai 2.000 euro a operatore, emerge dall’inchiesta. Nel corso della stessa conversazione intercettata il 23 novembre del 2015 (nel brogliaccio allegato all’ordinanza di custodia cautelare), la vittima racconta all’amico: «Sai cosa mi ha detto ieri un poliziotto? “Era meglio quando ci stava Nanduccio (Ferdinando Cesarano, boss detenuto da anni al 41bis, ndr)». «Questo poliziotto – sottolinea l’imprenditore – è uno della Digos, un pezzo d’uomo che ha arrestato quasi tutti quanti. Poi ha detto che quando c’era quello non teneva nessun problema, ha detto che laggiù non ci passavano proprio».

La richiesta
di intercessione
da parte del ras
Vincenzo D’Apice

La vittima dell’aggressione cerca di sottrarsi alle imposizioni che subisce, anche chiedendo l’intervento di altri malavitosi, in virtù del suo rapporto di amicizia con Vincenzo D’Apice, alias ’o bumbularo. Quest’ultimo, in occasione delle festività natalizie, aveva ricevuto un permesso per lasciare il carcere e tornare a Castellammare di Stabia. E’ lo stesso imprenditore, nel corso di una conversazione con la moglie, a spiegare la circostanza dell’aiuto richiesto.

E’ il 29 dicembre (del 2015) e il commerciante si sta preparando per portare «la torta migliore e una bottiglia importante a Enzuccio (Vincenzo D’Apice), voglio brindare con lui».

«Devo fare il brindisi
con Enzuccio»

«E’ rimasto talmente male (per l’aggressione subita dal commerciante) – spiega alla consorte – che ha mandato a chiamare Gigino il profeta (Luigi Di Martino) di corsa a casa. Ma quello ancora non si è fatto vedere». Luigi Di Martino, detto ’o profeta, è stato arrestato nel corso dell’operazione scattata il 22 maggio scorso. E’ considerato dagli inquirenti il principale attore del racket delle estorsioni imposte ai danni dei commercianti del Mercato dei fiori. La stessa vittima del pestaggio, parlando con il suo amico, il 23 novembre del 2015, spiega: da quando «è uscito lui (Luigi Di Martino era stato scarcerato a giungo del 2014) sta facendo asso pigliatutto».

Il blitz del 22 maggio scorso
ha portato
4 persone in carcere
e 3 ai domiciliari

Tornando al blitz scattato lo scorso mercoledì, sono state sette le misure di custodia cautelare eseguite. Gli arresti in carcere sono stati disposti nei confronti di Giovanni Cesarano, detto Nicolino (classe 1966); di Luigi Di Martino, alias ’o profeta (nato il 25 marzo del 1961); di Luigi Di Martino, detto cifrone (nato il 21 giugno del 1961); di Aniello Falanga (classe 1964). Arresti domiciliari, invece, per Ivan Cammarota, detto orsetto (classe 1975); Vincenzo Melisse, anche detto taccarella (classe 1966); Francesco Mogavero (classe 1979). In tutto gli indagati sono 12.