Dopo lo schiaffo sulle preferenze, FdI cerca i responsabili e studia la correzione dello Stabilicum al Senato. Sullo sfondo c’è Vannacci
La legge elettorale va avanti, ma la resa dei conti è soltanto rinviata. Giorgia Meloni non pensa alle dimissioni né alle urne anticipate. Vuole prima capire chi, dentro la maggioranza, ha affossato per un solo voto l’emendamento sulle preferenze. Poi proverà a trasformare la sconfitta parlamentare in una battaglia politica contro le liste decise dalle segreterie.
Il messaggio lanciato da Palazzo Chigi è netto: il governo non cade su una modifica alla legge elettorale. Antonio Tajani ha provato a spegnere l’incendio: «Meloni non ha mai parlato di elezioni anticipate». Il leader di Forza Italia ha anche chiarito la gerarchia delle priorità: «La parte essenziale di questa riforma è la stabilità, non le preferenze».
Dietro la linea ufficiale, però, il clima resta pesante. Fratelli d’Italia considera il voto segreto uno sgarbo politico. Lega e Forza Italia avevano annunciato il proprio sostegno, ma nell’urna sono mancati i numeri. Da qui parte una caccia ai franchi tiratori che attraversa tutti i gruppi del centrodestra.
FdI vota con Vannacci e sfida gli alleati
Il primo contraccolpo è arrivato in Aula. Futuro Nazionale ha riproposto un emendamento per introdurre preferenze piene, senza il sistema temperato dei capilista bloccati. Fratelli d’Italia ha deciso di sostenerlo, senza concordare la mossa con gli alleati.
Il segnale rivolto a Lega e Forza Italia è apparso chiaro: se avete bocciato le preferenze limitate, ora potete ritrovarvi quelle vere. L’emendamento è stato respinto con 233 voti contrari e 139 favorevoli, ma l’asse occasionale tra i meloniani e i parlamentari di Roberto Vannacci ha aperto uno scenario politico nuovo.
I vannacciani hanno esposto cartelli in Aula e rilanciato la sfida: «Futuro nazionale vota con FdI, Lega e FI no. Chi è ora la stampella della sinistra?».
Fratelli d’Italia nega che il voto rappresenti l’inizio di un’intesa con il generale. La diffidenza di Meloni verso Vannacci resta forte. Il tabù, però, è caduto: su alcuni temi una maggioranza alternativa nel campo della destra può esistere.
La caccia ai franchi tiratori nel centrodestra
Nei corridoi della Camera circola una battuta: «I tacchini non votano per anticipare il Ringraziamento». La domanda è chi abbia davvero votato contro un meccanismo che avrebbe ridotto il potere dei partiti nella selezione degli eletti.
Forza Italia respinge le accuse e invita FdI a guardare al proprio interno. Secondo alcune stime, tra i meloniani potrebbero esserci almeno cinque o sei disertori. Altre ricostruzioni fanno salire il numero fino a dieci. I sospetti riguardano parlamentari contrari alle preferenze, deputati incerti sulla ricandidatura e dirigenti poco convinti dell’impianto scelto.
Dentro il partito della premier la minaccia è già partita: «Li troveremo. E possono scordarsi il seggio». Le future liste sarebbero costruite premiando chi ha lavorato e garantito la presenza nelle commissioni. Per gli altri, la porta potrebbe chiudersi.
Tommaso Foti ha fissato il punto politico: «Se dici che voti sì, poi devi votare sì, altrimenti un problema si pone». Sul numero complessivo dei franchi tiratori, però, le valutazioni oscillano. C’è chi parla di 20-25 voti mancanti e chi ipotizza una pattuglia molto più ampia.
I sospetti di FdI arrivano fino a Marina Berlusconi
La tensione si è spostata anche fuori dal Parlamento. In ambienti di Fratelli d’Italia si sospetta che l’indicazione di bocciare le preferenze sia arrivata da Marina Berlusconi, descritta come contraria a un sistema capace di limitare il controllo sulle candidature.
Si tratta di accuse politiche, ipotesi e retroscena senza conferme. La tesi che circola è che la presidente di Fininvest guardi con interesse a un futuro governo più largo e voglia mantenere un peso nella composizione delle liste di Forza Italia.
Tra gli episodi citati c’è l’applauso attribuito a Marta Fascina dopo l’intervento di Davide Faraone, secondo il quale altri governi si sarebbero dimessi per molto meno. Fascina ha tagliato corto: «Non voglio commentare, è inutile».
La replica dei forzisti è altrettanto secca: gli alleati dovrebbero cercare i contrari alle preferenze dentro FdI, dove diversi deputati avrebbero manifestato in privato la propria ostilità alla riforma.
Il piano B di Meloni passa dal Senato
La premier non vuole convocare subito un vertice chiarificatore. L’intenzione è lasciare abbassare la tensione, studiare i numeri e rinviare il confronto politico a dopo l’estate.
Il piano più accreditato prevede una modifica dello Stabilicum al Senato. Le preferenze verrebbero reinserite mantenendo i capilista bloccati. A Palazzo Madama il voto sulla legge elettorale sarebbe palese: ogni parlamentare dovrebbe assumersi pubblicamente la responsabilità della propria scelta.
Se la correzione passasse, il testo tornerebbe alla Camera. A quel punto il governo potrebbe porre la fiducia, trasformando la riforma in una prova definitiva per la coalizione. Il messaggio sarebbe semplice: chi vuole fermare la legge e aprire una crisi dovrà farlo alla luce del sole.
Ignazio La Russa ha ricordato che il bicameralismo consente di modificare un provvedimento approvato dall’altro ramo del Parlamento: «Se al termine della riflessione si volesse riproporre in forma simile la proposta sulle preferenze, c’è la possibilità di farlo in Senato. Chi lo nega o si meraviglia delle mie parole non rispetta la Costituzione».
La Russa: «Non è un voto di sfiducia»
Il presidente del Senato ridimensiona la portata istituzionale dell’incidente, pur riconoscendo che potrebbero esserci effetti nella maggioranza.
«Intanto mi lasci dire che il voto non è una sfiducia al governo. Certo, possono ben esserci conseguenze politiche per un voto come quello sulle preferenze. Sarebbe diverso e più grave se fosse stata bocciata la legge».
La Russa rivendica anche la coerenza di Fratelli d’Italia. Le preferenze, sostiene, appartengono alla storia del partito e non sono una risposta al pressing di Vannacci. «Questa è una battaglia di principio e di democrazia che FdI conduce fin dalla sua nascita».
Il presidente di Palazzo Madama ritiene più adeguato il voto palese previsto dal regolamento del Senato: «Al Senato, col voto palese, si vedrebbe chi veramente vuole fare scegliere gli eletti ai cittadini e chi invece no».
Quanto al rischio di elezioni anticipate, la risposta è breve: «Non credo».
Meloni trasforma la sconfitta in una campagna
La premier vuole usare la bocciatura delle preferenze per recuperare consenso. La narrazione è già partita: Fratelli d’Italia ha tentato di restituire ai cittadini il potere di scegliere, mentre gli altri partiti hanno difeso le liste bloccate.
Arianna Meloni ha pubblicato l’immagine delle opposizioni esultanti alla Camera accompagnandola con un messaggio: «Non dimenticate questa foto. La sinistra esulta come ai Mondiali dopo aver bocciato la proposta di Meloni di restituire agli italiani il diritto di scegliere chi mandare in Parlamento».
La battaglia punta a riportare il partito verso il 30 per cento e a contenere l’avanzata di Vannacci. Il generale prova infatti a occupare lo stesso spazio politico, accusando la premier di non avere abbastanza coraggio per rompere con gli alleati.
Meloni non sembra intenzionata a concedergli il monopolio della protesta contro la “casta”. Il voto segreto diventa così un’occasione: lei dalla parte degli elettori, tutti gli altri schierati a difesa delle segreterie.
Come funziona lo Stabilicum senza preferenze
L’impianto della riforma resta in piedi. Il premio di maggioranza scatterà quando una coalizione supererà il 42 per cento dei voti validi a livello nazionale. In quel caso saranno assegnati 70 seggi aggiuntivi alla Camera e 35 al Senato, fino al limite di 220 deputati e 113 senatori.
Se nessuno raggiungerà la soglia, oppure le due Camere produrranno maggioranze differenti, scatterà il proporzionale puro. Ogni partito otterrà rappresentanti in base ai voti raccolti.
Restano le liste bloccate. L’elettore potrà scegliere il simbolo, ma non il candidato. L’ordine deciso dai partiti stabilirà chi entrerà in Parlamento. È proprio il punto che ha acceso lo scontro.
Le soglie restano quelle del Rosatellum: 10 per cento per le coalizioni e 3 per cento per le singole liste. Partiti e alleanze dovranno indicare anche il nome della persona proposta per Palazzo Chigi, senza modificare le prerogative del presidente della Repubblica.
Voto ai fuorisede, il sì che unisce il Parlamento
Nel mezzo della battaglia sulle preferenze, maggioranza e opposizioni hanno trovato un accordo sul voto ai fuorisede. La misura potrebbe interessare quasi cinque milioni di studenti, lavoratori e cittadini lontani dal Comune di residenza per motivi di cura.
Gli interessati potranno votare nel luogo in cui sono temporaneamente domiciliati, dopo l’iscrizione in un elenco dedicato. È la parte della riforma più vicina alla vita quotidiana e quella che ha raccolto il consenso più ampio.
Cambiano anche le circoscrizioni Estero. Alla Camera saranno ridotte a due: una per i Paesi dell’Unione europea e una per il resto del mondo. Al Senato resterà un’unica area.
La riforma esenta dalla raccolta delle firme le forze che disponevano già di un gruppo parlamentare in almeno una Camera. Una regola contestata dai movimenti più recenti, tra cui Futuro Nazionale e +Europa.
Lo Stabilicum resta sospeso tra riforma e resa dei conti
Il voto finale alla Camera può consegnare alla maggioranza una prima approvazione, ma il futuro della legge sarà deciso dopo l’estate. Il passaggio rapido al Senato non è più scontato.
Meloni attenderà i sondaggi, valuterà il peso di Vannacci e deciderà se rilanciare le preferenze con voto palese. Resta anche un’altra opzione: fermare lo Stabilicum e andare alle elezioni con il Rosatellum, accettando il rischio di un risultato senza vincitori.
La Russa difende invece una legge capace di produrre una maggioranza: «È bene che siano gli elettori, anche per un solo voto in più, a decidere chi governa e chi sta all’opposizione. Il tempo delle “ammucchiate” dovrebbe averci insegnato qualcosa».
La partita, dunque, non riguarda più soltanto il sistema elettorale. Dentro ci sono la leadership di Meloni, l’affidabilità degli alleati, il futuro dei parlamentari e la sfida lanciata da Vannacci. La riforma continua il suo cammino. La maggioranza, invece, deve ancora capire con quali numeri e con quali compagni di viaggio.

















