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di Francesco Monaco.

“Quando si rischia la vita con qualcuno ci rimani sempre attaccato come se il pericolo non fosse passato mai”. Nel capolavoro di Ettore Scola “C’eravamo tanti amati”, Antonio, cui presta volto e voce Nino Manfredi, sintetizza con questa frase il rapporto che si instaura tra i protagonisti del film. Qualcosa di unico e speciale che è anche difficile da provare a spiegare. Ora forse i tifosi del Napoli e Maurizio Sarri non avranno rischiato la vita insieme, ma non è sbagliato dire che, insieme, appunto, hanno provato a combattere la più bella delle guerre calcistiche dai tempi di Maradona. Hanno provato a conquistare il palazzo del potere in bianco e nero e a dipingerlo d’azzurro. Così non è stato ma, la si potrà raccontare come si vuole, è indubbio dire che ci si è provato in tutti i modi. Così come in tutti i modi si è fatto quanto in potere avessero gli occupanti da sempre di quel palazzo perché ciò non accadesse. Sono stati tre anni che hanno visto il Napoli essere per due volte campione d’inverno, arrivando a un passo dal sogno più bello. Da quello scudetto che, la sera del 22 aprile 2018, quando Koulibaly è volato in cielo e ritorno per insaccare alle spalle di Buffon, non è mai stato così partenopeo.

Poi quell’altra di sera, anzi, la notte che ha preceduto Fiorentina-Napoli, quello scudetto perso in albergo, con proprio il difensore senegalese protagonista in negativo con l’espulsione più brutta e, forse, più decisiva della sua carriera. Prologo del finale più brutto possibile, ovvero di un’estate fatta di quel tira e molla su un rinnovo che nessuna delle due parti forse voleva davvero. Con Sarri che sentiva di aver raggiunto l’apice che questa società avrebbe potuto garantire a lui e ai tifosi e con il club stesso che corteggiava Ancelotti. L’esonero e l’addio di un comandante come forse solo Maradona all’ombra del Vesuvio ha saputo essere. Condottiero che ha sempre difeso i colori azzurri come se fossero i suoi. Come proprio poco prima di quella sfida all’Allianz Stadium, quando mostrò il dito medio ad alcuni sostenitori bianconeri che accolsero il pullman del Napoli con i soliti epiteti razziali. “Non l’ho fatto perché erano juventini, ma l’ho fatto perché ci stavano insultando perché siamo napoletani. E se avessi potuto sarei anche sceso”. C’è tutto Maurizio Sarri in questa frase. C’è il suo modo di essere controcorrente. Anche contro lo stesso presidente De Laurentiis. Due caratteri che, a ben pensarci, è già tanto se hanno saputo resistere insieme per quei 3 magnifici, troppo brevi, anni.

 

Adesso sulla panchina azzurra c’è Carlo Ancelotti, che, nonostante il palmares di assoluto rispetto che lo cataloga come uno degli allenatori più forti e vincenti della storia del calcio, ha avuto l’ingrato compito di insinuarsi lì dove il ‘Sarrismo’ aveva creato una sorta di barriera inespugnabile. E senza aver vinto un trofeo che sia uno. Mazzarri, Benitez, che a Castelvolturno hanno portato coppe Italia e supercoppe, non sono ricordati come lui. E forse proprio tutto ciò non va giù alla brigata dei “non avevamo neanche i palloni”. Ovvero l’idea che tutto ciò sia solo frutto di un amore incondizionato tra una parte della tifoseria e questo allenatore toscano incapace di essere diverso da quello che è. E allora, proprio nel momento peggiore della sua avventura al Chelsea, con tre sconfitte nelle ultime cinque gare, fino a toccare il fondo con il 6-0 subito sul campo del Manchester City, l’altra parte della tifoseria napoletana, nella sublimazione del papponismo ha gettato la maschera, mostrando tutta la cattiveria possibile nell’attaccare il Sarri ferito.

Forse è vero ciò che dice Romolo Catenacci, interpretato da Aldo Fabrizi sempre in “C’eravamo tanto amati”, per cui “negli onesti c’è quella purezza che se gli capita l’occasione diventano più mascalzoni dei mascalzoni veri”. Eccola l’occasione. Il Comandante a terra. E allora basta andare un po’ in giro sulla rete, ma anche camminare per le strade della città, e finanche leggere qualche giornale o ascoltare qualche programma in tv o alla radio, per ritrovarli tutti. Uniti nell’attacco all’artefice principale del “patto scudetto”, grazie al quale il Napoli è stata l’unica squadra capace di mettere realmente in difficoltà la Juventus negli ultimi 8 anni. A entrare in ogni stadio a testa alta, per vincere sempre. Chissà, forse è anche questo che non gli viene perdonato. L’aver affrontato tutto e tutti così. Anche parte dell’intellighenzia, o presunta tale, partenopea. Senza mai piegarsi, fino a trattare anche ‘a pesci in faccia’ qualche cosiddetto intoccabile.

O forse, più semplicemente, l’amore abbandonato molto spesso si trasforma in odio. Forse tra chi ha approfittato della sconfitta contro Guardiola per esternare tutto il suo rancore, c’è anche chi avrebbe voluto che Sarri fosse ancora sulla panchina azzurra. Per prendersi la rivincita di una stagione forse unica, di cui si potrà raccontare, in maniera indiscutibile, di aver visto il calcio più bello, all’ombra del Vesuvio e non solo. Anche se non il più vincente. Ma la rivoluzione culturale non si fa solo con i risultati. Gli stessi che, all’arrivo di Ancelotti, sono stati la base principale per provare a intaccare il ricordo del tecnico toscano con sangue bagnolese nelle vene. Quelli che, fuori dalla Coppa Italia e a 11 punti di distacco dalla Juventus, potrebbero rivelarsi un pericoloso boomerang a fine stagione. Bel gioco o risultati, d’altronde, nella vita si tratta di scegliere. Come ha sempre fatto lui. E, a tal proposito, se appare difficile comprendere davvero come mai una parte del mondo Napoli ce l’abbia così tanto con Sarri, non lo è affatto ricordarsi perché l’altra metà del cielo azzurro non possa fare a meno di considerarlo sempre il proprio Comandante. Fino al Palazzo e ritorno.

 

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