Il padrino della Nuova famiglia, Mario Fabbrocino, in una foto d'epoca

di Giancarlo Tommasone

All’inizio è conosciuto solo con l’alias di ’o gravunaro (il carbonaio), Mario Fabbrocino, l’appellativo di «boss dei due mondi» verrà dopo, dal 1997 in poi, quando viene catturato in Argentina. Il padrino originario di San Gennarello di Ottaviano, è morto in ospedale, a Parma, lo scorso 23 aprile. Aveva 76 anni. L’ultimo arresto che lo riguarda, risale al 14 agosto del 2005, quando latitante da quattro mesi, viene scovato in un appartamento di San Giuseppe Vesuviano. Abitazione a cui la Dia di Napoli arriva grazie a una telefonata intercettata, durante la quale, l’argomento della conversazione verte su una ricetta per preparare «il ragù per lo zio».

Fondamentale, in quell’occasione, l’attività
di intelligence effettuata dagli uomini della Direzione investigativa antimafia.

Attività che si era rivelata ulteriormente necessaria, quando si trattò di individuare con precisione, il luogo in cui il fuggitivo si nascondeva, in Sudamerica. Una ricerca estenuante, che impegnò uomini e mezzi in giro tra Europa e America latina. «I telefoni erano sotto controllo da ottobre del 1996, e già il 24 febbraio del 1997 – racconta a Stylo24 un investigatore della Dia che partecipò alla cattura “argentina” di Fabbrocino – pensavamo di aver individuato il latitante. Secondo quanto ipotizzavamo, era in partenza da Colonia per raggiungere un Paese del Sudamerica. L’operazione scattò, ma nell’occasione ci trovammo di fronte non Fabbrocino, ma Berardo Striano, braccio destro e fedelissimo del boss. L’uomo era in compagnia di altre due persone, residenti nel Vesuviano, che gli avevano portato i documenti per partire».

L’arresto di Mario Fabbrocino, scovato dagli agenti della Dia in Sudamerica nel 1997

La caccia al latitante assume anche aspetti,
per certi versi singolari, e vede gli uomini della Dia partecipare perfino a un pellegrinaggio che li porta a visitare i santuari mariani di Lourdes e Fatima.

«A giugno del 1997, alcuni componenti della famiglia di Mario Fabbrocino partecipano a un pellegrinaggio, muovendosi a bordo di un pullman – racconta l’investigatore – sul quale c’erano altri fedeli. Pensando che ci potesse essere un incontro con l’uomo che stavamo cercando, personale della Dia, senza perdere mai di vista i familiari del latitante, effettuò un controllo a tappeto nelle Nazioni toccate dal pullman durante il tragitto, vale a dire la Francia, la Spagna e il Portogallo. Anche in quell’occasione non trovammo Fabbrocino, ma raccogliemmo elementi che si sarebbero rivelati utili per la sua cattura».

Carmine Alfieri
Carmine Alfieri, il capo della Nuova famiglia

«Riuscimmo a individuare il luogo in cui si nascondeva il latitante, solo un paio di mesi dopo, grazie a una estenuante operazione di intelligence. Avevamo messo sotto controllo numerosi telefoni e riuscimmo a capire che il ‘nostro uomo’ si trovava in Argentina. Era il mese di agosto e bisognò monitorare tutte le cabine di varie aree di servizio. Poi arrivò la telefonata che aspettavamo», racconta l’investigatore. La chiamata che si attende da mesi fa comprendere agli uomini impegnati nella caccia, che «Mario Fabbrocino era tenuto in casa di tale Giovanni Viglietto, padre di Arturo. Si trattava di persone legate alla famiglia del camorrista che stavamo cercando».

Il boss della Nco, Raffaele Cutolo

Il blitz scatta il 3 settembre del 1997: Fabbrocino, credendo di trovarsi davanti a poliziotti argentini, e fingendo di cadere dalle nuvole, in perfetto spagnolo, domanda quale sia il motivo del fermo. Non aveva fatto i conti con la presenza sul posto degli uomini della Dia di Napoli. Uno degli investigatori, infatti si rivolge al ricercato, facendogli capire che si tratta di forze dell’ordine italiane. Al che Fabbrocino gioca l’ultima carta (perdente), affermando di essere tale Pasquale Miranda, nome che compare effettivamente sul passaporto che reca con sé, ma il documento è falso. Il latitante viene arrestato in località San Martin, a una trentina di chilometri da Buenos Aires.

Fabbrocino aveva fatto ritorno in Argentina
dall’Uruguay, dove, secondo gli inquirenti avrebbe passato la maggior parte della latitanza, perché in quest’ultimo Paese non c’era sistema di estradizione.

«Il latitante, però, ogni tre mesi doveva tornare in Argentina, per poter rinnovare il visto e fu proprio in quel periodo che si riuscì a catturarlo. Se il blitz non fosse scattato in quei giorni, avremmo rischiato perché Fabbrocino avrebbe potuto di nuovo recarsi in Uruguay», conclude l’investigatore della Dia.