Maria Muscarà, consigliere regionale M5s
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di Antonio Averaimo

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Fin dal primo giorno in cui ha messo piede nel Consiglio regionale della Campania ha dichiarato guerra alla Gori, la società mista pubblico-privato che gestisce il servizio idrico di 76 comuni della regione da decenni al centro delle polemiche. Maria Muscarà, consigliera regionale del M5s, ha scomodato perfino i magistrati della Corte dei conti per inchiodare l’azienda che dal 2002 deve, secondo le stime dei pentastellati, oltre 400 milioni alla Regione. Poi c’è la questione trasparenza: come «Stylo24» ha accertato in un’inchiesta, la Gori non pubblicava da due anni i dati relativi alle consulenze e alle collaborazioni, in aperta violazione della legge. «Se dovessi dire in sintesi cos’è la Gori, direi che è un grande carrozzone politico dove i partiti si dividono le poltrone a danno dei cittadini».

Consigliera Muscarà, la recente inchiesta di Stylo24 ha appurato che la Gori non rispetta le più elementari norme in materia di trasparenza. Perché questo atteggiamento da parte della Gori, già al centro di numerose polemiche per il maxi-debito nei confronti della Regione?

«Questo non posso saperlo. Però ricordo che fin da quando ho messo piede in Consiglio regionale sono rimasta sbalordita dall’opacità che caratterizza la gestione di quest’azienda. Un mio collega quasi mi invitò a farmi i fatti miei e a farmene una ragione delle logiche che sono a capo dì Gori. Tutto si riduce a una grande spartizione di nomine fra Pd e Forza Italia. Chi ne paga le conseguenze? I cittadini».

Dall’elenco dei consulenti e collaboratori del 2017, pubblicato successivamente alla nostra inchiesta, è riemersa una vecchia questione. È quella degli incarichi alla famiglia del sindaco di Ercolano Ciro Buonajuto, che per il suo ruolo siede negli organi di Gori. Nel solo 2017 ammontano a oltre 200mila euro.

«Se fossi in lui, io il problema me lo farei. È una questione di opportunità e di correttezza nei confronti dei cittadini».

Veniamo al maxi-debito della Gori nei confronti della Regione.

«Stiamo aspettando delle risposte dalla Corte dei conti, cui abbiamo presentato un esposto. È una situazione insostenibile ormai. E l’atteggiamento della Regione continua a essere ancora troppo morbido, tanto per usare un eufemismo. Tutto ciò è incomprensibile, se si pensa a quanto ci perdono l’ente e soprattutto i cittadini campani. Gira e rigira, finiamo sempre in quel patto di spartizione delle poltrone tra i vecchi partiti. Ma c’è un’altra cosa assai preoccupante…».

Cosa?

«C’è un enorme progetto di appropriazione degli acquedotti del Sud che parte da Caltagirone, socio di Acea (che è una società controllata anche dal Comune di Roma a guida 5 Stelle, ndr), e vuole mettere le mani su tutti i principali gestori idrici del Meridione, partendo dalle quote di Acea in Gesesa, che gestisce le acque di Benevento, in Alto Calore, che gestisce invece le acque di Avellino, e appunto in Gori, per poi dare l’assalto all’Acquedotto Pugliese. Noi ci opporremo in tutti i modi. Nel referendum del 2011 i cittadini hanno votato per l’acqua pubblica: a oggi Stato e Regioni non rispettano la volontà popolare».

Intanto le bollette dell’acqua aumentano sempre di più. E la differenza tra le tariffe del Comune di Napoli, il cui servizio idrico è nelle mani dell’Abc, un ente pubblico, è pari all’87%, secondo uno studio dello sportello No Gori.

«Esatto. Evidentemente questi signori si sentono protetti, nonostante le tante denunce dei cittadini. Le tariffe crescono ogni anno e sono sempre più i cittadini che arrivano persino al punto di non voler più pagare le bollette. E parlo di cittadini perbene, che si sono solo scocciati di essere presi per i fondelli».

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