(Nelle foto Maria Licciardi e l'ex boss Giuseppe Simioli)

Dagli atti dell’inchiesta che ha portato al nuovo arresto di “’a peccerella” salta fuori una grossa somma di denaro per pagare le mesate ad affiliati e parenti dei detenuti. Intanto il gip di Roma convalida il fermo

Più che un clan, un colosso economico. Ma come tutte le “aziende” anche i Licciardi, intorno al 2012, hanno attraversato un profonda crisi. Tanto che la capoclan in persona, Maria Licciardi “’a peccerella”, avrebbe chiesto e ottenuto un presti di oltre 100mila euro dall’allora reggente del clan Polverino di Marano. Aveva bisogno di soldi. I sequestri e i tanti arresti avevano prosciugato le casse del clan. Ma lei, da stratega, non ci aveva pensato su due volte e aveva chiesto 150mila euro ai suoi storici alleati. Soldi che le ha consegnato Giuseppe Simioli, per anni reggente della cosca, da pochi mesi passato tra le fila dei collaboratori di giustizia. 

Un “finanziamento” che è stato restituito con rate da 20mila euro al mese e senza alcun interesse, proprio in virtù dell’amicizia tra le due cosche. Il particolare emerge dal decreto di fermo notificato alla donna e convalidato questa mattina. È lei a raccontare di questo prestito con un affiliato quando si sparge la voce che Simioli si fosse pentito. A marzo scorso dice a Ciro De Vita: «Io con questo tre quattro anni fa, io a lui personalmente non lo conosco, gli mandai un’imbasciata che mi servivano 150mila euro per pagare le mesate, lui me li mandò e dopo un mese glieli rimandai, però a me non mi conosce». Circostanza confermata dallo stesso Simioli nel corso dell’interrogatorio reso ai pm della Dda pochi mesi fa: «Ricordo che nel 2012-2013 venne Antonio Nuvoletta per dirmi che Maria Licciardi aveva bisogno di 100 mila euro. Ricordo che le mandammo, tramite Antonio Nuvoletta, questa somma di denaro che fu poi restituita».

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Un altro episodio emblematico della potenza e della forza intimidatrice di Maria Licciardi riguarda la sua intermediazione in una estorsione che il clan della Vanella Grassi di Secondigliano aveva fatto al titolare di un garage, che apparteneva a un affiliato al Licciardi. Dalla cifra iniziale di 15mila euro si è arrivati a 3mila euro da pagare in tre rate spalmate in un anno. E infine decideva chi doveva pagare le tangenti e chi no. Come nell’ottobre del 2014 quando si impose addirittura contro il clan Bosti. In una conversazione del 16 ottobre 2014 tra Francesco Mallardo ed Ettore Bosti quest’ultimo si lamentava con lo zio perché Maria Licciardi, in qualità di capo del clan della Masseria Cardone, si era opposta a un’estorsione del clan Contini nei confronti di un imprenditore della Doganella, che, per non pagare, si era rivolto a Licciardi, nella circostanza indicata come “Maria ’a scigna” che aveva di fatto impedito la definizione dell’estorsione, sostenendo che l’imprenditore taglieggiato era a lui vicino.

Intanto oggi pomeriggio il gip Valerio Savio del tribunale di Roma ha convalidato il fermo per Maria Licciardi, boss della camorra arrestata due giorni fa all’aeroporto di Ciampito. Resta in carcere, ma gli atti del suo procedimento sono stati inviati a Napoli per competenza territoriale poiché tutti i reati contestati dalla Dda si sono compiuto nel capoluogo campano. 

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