Da sinistra, Cosimo Di Lauro (al momento dell'arresto), il fratello Marco (poche ore dopo essere stato catturato), e Ugo De Lucia (in una foto recente)

LA STORIA DELLA CAMORRA L’intercettazione di Ugo De Lucia (condannato all’ergastolo per l’omicidio di Gelsomina Verde) che critica il reggente del clan di Cupa dell’Arco

di Giancarlo Tommasone

E’ un periodo assai complesso per il clan Di Lauro quello della fine del 2004; con il padrino Paolo in fuga, il «Capo di Stato maggiore», Cosimo, costretto a nascondersi, l’organizzazione si trova a fronteggiare la faida contro gli Scissionisti senza poter contare sulla presenza attiva di un leader riconosciuto da tutti i componenti del sodalizio. La cosca di Cupa dell’Arco è retta, in quel delicato frangente, da Marco Di Lauro – quarto figlio di Ciruzzo ’o milionario – che però riceve dure critiche dagli affiliati di vertice.

ad

Tra questi c’è Ugo De Lucia, all’epoca 26enne. Dieci giorni prima che si compisse l’efferato delitto di Gelsomina Verde (uccisa il 21 novembre del 2004, per l’omicidio, De Lucia è stato condannato all’ergastolo, ndr), Ugariello, come è meglio conosciuto nell’ambiente della mala secondiglianese, viene intercettato mentre discute di leadership con un sodale.

Lo scoop di Stylo24 / Permessi premio
e un figlio per Ugo De Lucia, il boia di Mina Verde

Parole trasudanti appunti amari alla gestione del clan da parte di Di Lauro jr. Marco viene definito «capo senza cervello», vale a dire senza il polso né la testa adatti al comando. «La critica – è riportato nell’informativa di polizia giudiziaria redatta all’epoca dei fatti – riguarda la circostanza» che le armi fossero state messe «in mano a dei ragazzini», come afferma, intercettato, De Lucia. Che continua: «A questi li dobbiamo chiudere sopra a una casa, perché se è una cosa li facciamo scendere insieme a noi». In sostanza, dunque, dalle parole di De Lucia, emerge la sfiducia nei confronti di Marco Di Lauro che si era contornato di un gruppo di ragazzi (con esperienza nulla in campo criminale) e li aveva armati.

Le argomentazioni di De Lucia sono anche di natura strettamente strategica, perché attraverso la frase «li dobbiamo chiudere sopra a una casa», intende che sia per colpire obiettivi mirati, sia per evitare di attirare le forze dell’ordine, il gruppo che fa capo a Marco deve essere guidato e allo stesso tempo tutelato da persone più esperte, da lì le parole «li facciamo scendere (in strada, solo) insieme a noi».

Leggi anche / «Marco Di Lauro
è spietato e il clan lo comanda lui»

Comportamenti «leggeri» e «imprevedibili» avrebbero infatti messo a repentaglio l’intera organizzazione, che già annaspava nella guerra di camorra contro gli Scissionisti. Anche perché, lo ribadiamo, all’epoca in cui viene intercettato De Lucia, Cosimo Di Lauro (leader riconosciuto del clan) era praticamente irraggiungibile, e non era possibile contattarlo nei covi in cui trovava rifugio per sfuggire alla legge e al fuoco dei «separatisti».

L’approfondimento / Cosimo Di Lauro,
la «pazzia» del boss detenuto al 41bis

Tale circostanza aveva portato a delegare, per i compiti operativi, il fratello Marco, che però non era riconosciuto come capo dagli affiliati di punta della cosca. Nel gruppo dei fedelissimi di Marco Di Lauro, c’erano perfino dei minorenni. Uno di questi, passato poi a collaborare con la giustizia, nel 2004 aveva appena sedici anni.

Riproduzione Riservata