lunedì, Novembre 29, 2021
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«Marco Di Lauro fornì droga e armi per la faida della Sanità»

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di Giancarlo Tommasone

Nessuna parola, come durante il precedente interrogatorio, quello che si è svolto martedì mattina davanti al giudice per le indagini preliminari Pietro Carola. Identico il copione seguito ieri da Marco Di Lauro, un copione vuoto, completamente bianco, come e più del silenzio. Ha «parlato» con gli occhi, sgranati, atteggiati alla sorpresa, mentre il gip Marco Carbone gli contestava l’ipotesi di reato: associazione di stampo mafioso finalizzata al traffico di stupefacenti. Trentotto anni, di cui più di quattordici passati in clandestinità, il boss (quarto dei dieci figli maschi di Paolo Di Lauro), avrebbe detto ai suoi legali, Gennaro e Carlo Pecoraro, che durante il periodo di latitanza non si sarebbe mai allontanato da Secondigliano.

Gli inquirenti lavorano per dimostrare il contrario
e per individuare la rete di fiancheggiatori
che ha reso possibile una delle fughe più lunghe
registrate per malavitosi italiani.

Basti pensare che nella speciale classifica del ministero dell’Interno, prima di lui c’era (e continua ad esserci) solo Matteo Messina Denaro. Seppur con qualche probabile puntata fuori dalla città di Napoli ed eventuali periodi vissuti in altri posti d’Italia e (si pensa) del mondo, è comunque ipotizzabile che Marco Di Lauro abbia trascorso diverso tempo a nascondersi nell’area nord del capoluogo partenopeo.
La circostanza collimerebbe, anche con quanto reso nel corso degli anni, dai collaboratori di giustizia, che a partire dal 2005 lo collocano sempre (o quasi sempre) al vertice dell’organizzazione malavitosa di Cupa dell’Arco.

Adesso, se c’è una cosa che più delle altre
contraddistingue la tipicità del leader di un’organizzazione criminale, questa è il controllo del territorio.

La regola è: per esercitare potere decisionale sui propri uomini bisogna restare nella zona di competenza. Naturalmente con le dovute precauzioni e allontanandosi in periodi di particolare crisi, dovuta o alla massiccia azione di monitoraggio delle forze dell’ordine o a quella esclusivamente di «caccia» esercitata dai clan rivali.

Tornando ai pentiti, tra coloro che hanno parlato di Marco Di Lauro, c’è anche Giuseppe Misso jr, nipote dell’omonimo ex boss della Sanità (anche se suo zio all’anagrafe è registrato Missi). Nel corso della deposizione resa il 30 maggio del 2007, Misso jr affronta l’argomento dell’appoggio chiesto al clan Di Lauro, alla vigilia della faida scoppiata contro la fazione guidata da Salvatore Torino. «Quando poi apparve inevitabile lo scontro tra noi e ’o gassusaro (Salvatore Torino, ndr), e fu chiaro che quest’ultimo avrebbe avuto l’appoggio degli Scissionisti (tramite Cesare Pagano), noi cercammo una sponda anche nei Di Lauro per il tramite di Francesco Cardillo, affiliato ai Di Lauro e cognato di Luigi Esposito», dichiara il pentito. A Cardillo viene illustrato il problema, e gli si esterna la disponibilità da parte dei Misso di acquistare la cocaina dai Di Lauro; a questo punto l’affiliato al clan di Cupa dell’Arco porta il messaggio al gotha della sua cosca.

«(Cardillo) ci fece attendere una riposta
– racconta Misso jr al pm – perché ne avrebbe
dovuto parlare con i vertici dei Di Lauro, ossia
Nunzio Di Lauro e il defunto Pica Giuseppe».

Questi ultimi due, però vengono relegati a semplici «ministri» che si interfacciano con il capo del clan perché, racconta sempre Misso, entrambi «ricevevano le direttive da Marco Di Lauro (l’unico ad avere potere decisionale e la classica ultima parola). Quando poi (Cardillo) ci fece sapere che la risposta era positiva, come già detto, Vincenzo Di Maio ed Antonio Mazza andarono a Secondigliano, al Terzo Mondo (Rione dei Fiori), dove» chiusero l’accordo con i Di Lauro.
«Secondo i termini dell’accordo, noi ricevevamo la fornitura di 5 chili di cocaina al mese che avremmo pagato a 172.500 euro. Abbiamo concretamente avuto non più di due forniture, nell’ottobre-novembre 2005 perché poi è scoppiata la faida della Sanità ed i commerci si sono bloccati. L’accordo con i Di Lauro prevedeva anche la fornitura di armi che abbiamo utilizzato nella faida della Sanità (soprattutto pistole), mentre non avevamo bisogno di uomini che pure ci erano stati offerti», dichiara ancora Giuseppe Misso jr.

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