lunedì, Dicembre 6, 2021
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Marano, sequestro beni per 10 milioni al clan Polverino: c’è anche una scuola

Sigilli a una serie di immobili tra cui due ville da 12 vani complessivi

Sequestro beni per 10 milioni di euro al clan camorristico Polverino, tra questi anche una scuola. I carabinieri del Nucleo investigativo del Comando provinciale di Napoli hanno eseguito il decreto di sequestro emesso, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia, dal Tribunale di Napoli-Sezione per l’applicazione delle misure di prevenzione. Sigilli a una serie di immobili a Marano di Napoli: due ville da 12 vani complessivi, due garages e un magazzino-deposito in via Marano Quarto, sei locali commerciali di via San Rocco, un magazzino deposito in via della Recca, tre appezzamenti di terreno delle dimensioni complessive di 39.220 metri quadrati, un immobile adibito a scuola di via Caracciolo.

Il provvedimento ablatorio è stato eseguito nei confronti dei proprietari degli immobili, Antonio, Luigi e Benedetto Simeoli, rispettivamente padre e figli, già destinatari nel 2013 di un’ordinanza di misura cautelare perché ritenuti responsabili di partecipazione al clan camorristico Polverino, falsità ideologica in concorso, abuso di ufficio e trasferimento fraudolento di valori: condotte per le quali hanno riportato “condanne irrevocabili“.

Il provvedimento di sequestro – ricostruire l’Arma in una nota – è stato emesso a conclusione di un’attività investigativa, coordinata dalla Dda di Napoli, che hanno permesso di individuare in Antonio Simeoli e nei suoi due figli, tra gli imprenditori di maggior rilievo del clan Polverino, dall’inizio degli anni ’90 sino al 2009, quando il sodalizio si interruppe per divergenze di natura economica. A seguito di un vero e proprio patto societario occulto, il capo del clan, Giuseppe Polverino, avrebbe finanziato le imprese dei Simeoli e partecipato al 50% dei relativi introiti, costituendo il reimpiego degli ingenti profitti delle attività criminali (soprattutto di quelli conseguenti all’importazione di stupefacenti) nelle loro iniziative imprenditoriali.

Il reimpiego “era funzionale non soltanto al personale arricchimento del capoclan, ma anche ad alimentare l’ulteriore capitalizzazione dei traffici di droga e a finanziare le attività illecite del gruppo criminale nelle cui casse venivano versate, a titolo di contributo, somme fisse per ciascun appartamento costruito e tale denaro veniva poi impiegato per il pagamento degli stipendi e per sostenere le spese dell’organizzazione criminale“. Le attività investigative, le intercettazioni e gli accertamenti patrimoniali, avvalorate anche dalle dichiarazioni concordanti dei collaboratori di giustizia, si sono estese anche alla società Garden City Cooperativa edilizia Spa che è risultata, di fatto, gestita dai Simeoli.

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