di Giancarlo Tommasone

I recenti fatti di cronaca – quelli relativi all’arresto dei fratelli Esposito – hanno messo sotto i riflettori i contatti tra personaggi legati alla criminalità e alcuni calciatori del Napoli (che risultano, è bene sottolinearlo, estranei alle indagini).
Era capitato anche a Diego Armando Maradona, immortalato nella famosa foto della vasca con i Giuliano di Forcella. Per una storia diversa da quella dello scatto, Diego patteggiò una condanna a un anno e due mesi con la sospensione della pena, perché quando si arrivò in dibattimento, fu accolta la richiesta dell’avvocato del Pibe de Oro, Vincenzo Maria Siniscalchi. Richiesta alla quale non si oppose il pubblico ministero, Luigi Bobbio.
Era mercoledì 18 settembre 1991. Diego in aula non c’era, era in Argentina, anche nel suo Paese, si trovava sotto inchiesta. La prima mossa del collegio difensivo era stata quella del rinvio, ma il tentativo fu respinto, accolta, invece, la domanda di patteggiamento. A distanza di quasi 17 anni, Stylo24 ha raccolto la testimonianza dell’allora pm del pool antidroga di Napoli, Luigi Bobbio, il magistrato che voleva arrestare Maradona.

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Diego Armando Maradona

Come si arrivò al calciatore argentino?
All’epoca ero alla Sezione antidroga della Procura di Napoli, era il periodo compreso tra la fine del 1990 e l’inizio del 1991. Indagavamo su Mario Iovine e su un traffico di cocaina imbastito nella zona al confine tra il territorio napoletano e quello casertano. Durante l’inchiesta, effettuata insieme al Ros dei carabinieri che svolgeva attività di polizia giudiziaria, ci imbattemmo in alcune telefonate in cui si faceva il nome di Maradona.
In quale maniera, Maradona, era coinvolto nell’indagine?
Dopo aver focalizzato l’attenzione sulle telefonate e sui loro contenuti, riuscimmo a ricostruire la vicenda e soprattutto la «passione» di Maradona per la droga , l’uso che ne facesse e anche la cessione. Risultò, anche da numerose testimonianze, che il calciatore si incontrasse con delle prostitute presso l’hotel Paradiso e in tali occasione, cedesse loro della cocaina.

Castel Capuano a Napoli

Furono effettuati dei test antidroga?
Assolutamente sì. E tutti risultarono positivi. Del resto, circostanza alquanto singolare, nel momento in cui la vicenda diventò di pubblico dominio, e dopo l’interrogatorio, alla prima partita Maradona risultò positivo all’antidoping. Non era mai capitato prima. Si tratta del match di campionato Napoli-Bari (17 marzo 1991, l’ultima gara ufficiale di Diego a Napoli, ndr).
Durante l’interrogatorio, lui fece delle ammissioni?
Dichiarò soltanto che facesse uso di cocaina, ma per quanto riguarda la cessione di droga alle ragazze con le quali si accompagnava, respinse l’addebito. Anche se, la circostanza della cessione di stupefacenti, era chiara e provata. E confermata da decine di persone che ascoltammo come testimoni.
Voleva arrestare Maradona, le fu impedito. Perché?
Partiamo dal presupposto, dal mio punto di vista e da quello del pm, che Maradona andava arrestato. Perché avrebbe dovuto godere di un trattamento diverso da quello che si rivolge a qualsiasi altro cittadino che commette un reato sul territorio italiano? Fatto sta però, che quando chiedemmo che venisse emessa la misura di custodia cautelare, non ci fu concesso. Credo che la valutazione del procuratore capo dell’epoca fosse legata a ragioni di opportunità ambientale. Io non fui per niente d’accordo, ma presi atto della decisione, circa la quale si potesse procedere nell’inchiesta con Maradona a piede libero.

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