Luigi de Magistris festeggia la vittoria col gesto dell'ombrello

E il Pd continua ad essere rappresentato da un capogruppo che non ha la tessera del Pd

di Giancarlo Tommasone

E’ inutile girarci intorno: ieri, in Consiglio comunale, si è registrata l’ennesima sconfitta dell’opposizione, al di là delle tanto sbandierata «ferocia» di critiche contro il sindaco, che molti consiglieri si sono affrettati a denunciare, postando sui propri profili Facebook i video con i rispettivi interventi. Appena 14 i voti a favore della mozione di sfiducia a Luigi de Magistris, nemmeno i 16 che ci si aspettava, in virtù delle firme in calce al documento. Il sindaco incassa il sostegno di 22 «inquilini» di Via Verdi e continua il suo mandato. Ma non è di Giggino, dei suoi, e del complotto (smascherato dall’audio pubblicato da Repubblica) che vogliamo parlare oggi, lo abbiamo già fatto ampiamente, e ce ne sia dato atto, avevamo previsto con largo anticipo, come sarebbe andata a finire.

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La mozione di sfiducia non passa,
l’opposizione racimola appena 14 voti

Ci concentriamo piuttosto sulla minoranza e sul fatto che non abbia una guida capace di aggregare forze ed energie per fare della vera opposizione. Manca un capo, l’unico, che forse, avrebbe potuto portare avanti questo ruolo, è Gianni Lettieri. Ma l’imprenditore, sfidante di de Magistris, si è dimesso a marzo del 2017. Il comando è passato a Mara Carfagna, la vicepresidente della Camera, però, a Napoli è un «fantasma», perché è quasi sempre a Roma a causa dei suoi «superiori» impegni istituzionali. Impegni istituzionali che hanno pesato anche ieri, perché uno dei voti venuti a mancare a sostegno della sfiducia, è quello della parlamentare salernitana, che ha dovuto lasciare l’aula prima di depositare la sua «ostraca» nelle cassetta per mandare Giggino e la sua amministrazione a casa. Dai 16, manca anche il voto di Stanislao Lanzotti (Forza Italia); il consigliere non ha potuto votare perché ha dovuto abbandonare il Consiglio per impegni inderogabili e improcrastinabili.

Carfagna e Lanzotti di FI hanno
abbandonato il Consiglio comunale
prima di esprimere la propria preferenza

Non entriamo nel merito della questione (Lanzotti avrà sicuramente avuto motivi seri per andare via), sottolineiamo però che il voto, in questo caso di sfiducia, rappresenta parimenti un impegno improcrastinabile per un consigliere di opposizione. Tornando al ruolo di leader della minoranza, che dovrebbe essere espresso da Forza Italia, è evidente che il già citato Lanzotti e lo stesso collega di partito Guangi, vanno ritenuti elementi capaci, volenterosi, che si distinguono per l’impegno. Ma non hanno nelle corde le doti di aggregatore, di cui c’è bisogno in minoranza. Ci verrà detto: però c’è il Pd. Certo, l’unica che forse poteva catalizzare forze e consenso intorno a sé, era Valeria Valente, ma pure lei ha optato per i lidi romani, visto che siede in Senato. Ah, il Pd, ecco, il Pd. Non dimentichiamo che il capogruppo dei dem in Consiglio comunale è Aniello Esposito, che come rilevò Stylo24 (in un articolo dell’otto gennaio scorso), non ha la tessera del Partito democratico.

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il capogruppo del Pd non è iscritto al Pd

Tutto questo per dire che è inutile che l’opposizione dia sfoggio di attacchi politici ex post, pubblicando i video su Facebook. In realtà ci sarebbe una sola cosa da fare, dopo aver constatato che il Comune è allo sbando, per dimostrare di non voler essere «complici» della deriva della città: i consiglieri di minoranza dovrebbero dimettersi. Perché, sapete come si dice? Se si fa parte del sistema, si fa parte del problema.