È in libreria l’ultimo libro di Sergio Nazzaro, “Mafia Nigeriana”, tratto dalla prima indagine della SAT squadra antitratta, messa in piedi dalla polizia locale di Torino. Il giornalista e scrittore, uno dei massimi esperti di mafie straniere, autore di numerose pubblicazioni, entra con la dovizia e le informazioni dell’esperto, attraverso documenti esclusivi e intercettazioni mai rese pubbliche prima, in un mondo ai più solo superficialmente conosciuto. E forse è proprio questo la prima risposta che abbiamo dalla lettura del testo: la maggior parte dell’opinione pubblica sa poco o nulla di un argomento, che, invece, tocca tutti molto da vicino. Più di quanto faccia comodo pensare. E allora arriva dritto in pieno viso la conoscenza di un fenomeno sempre più in espansione e che molti liquidano con un malinconico “poverette” quando si trovano a incrociare lungo le strade alcune le cosiddette “belle di notte”. Dietro di loro, invece, ci sono sfruttamento, dolore, paura associata alla magia nera.

Il romanzo di Nazzaro nasce proprio dalla denuncia, nel 2012, di una cittadina nigeriana contro i suoi aguzzini. Che dà il via alla prima, vera operazione antitratta compiuta in Italia, la ‘Athenaeum’, condotta dal Pm Castellani, nel 2016. Riggs, CP, Wonder Woman, il Menestrello, La Suora, Sherlock, ovvero i soprannomi della Sat a disposizone del commissario Fabrizio Lotito. Ci vogliono 4 anni perché la squadra anti tratta arrivi ad una conclusione: 53 persone identificate, 44 in carcere con un provvedimento di custodia cautelare. Condanne che confermano in pieno l’impianto accusatorio sia in primo che secondo grado.

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Sono i Maphite, gli esponenti di una delle principali organizzazioni mafiose nigeriane operanti in Italia ed una delle più pericolose, che minaccia, sfrutta e uccide. La malavita organizzata nigeriana non arriva coi barconi, ma viaggia sugli aerei, si espande a macchia d’olio da Sud a Nord (e non solo Castel Volturno). Così si è ritagliata il suo spazio nel mondo criminale. Punendo i propri connazionali che non rispettano le regole dei ‘Cults’, i gruppi che nascono nelle università africane e crescono fino a infettare la politica per prendere potere, passando da spaccio di droga e prostituzione.

La somiglianza con i clan nostrani c’è, ma la mafia nigeriana non travalica i suoi confini, perché sa che, restandone all’interno continuerà a essere tollerata. Mafia vera e propria, con tanto di Don che comanda su tutti e si trova in Nigeria, poi i vice Don internazionali, anche loro stanziali ma con precise aree di Europa e del mondo da controllare, poi i Don nazionali, i vice Don nazionali, gli annunuciatori che danno notizia dei vertici, i Professori, i Chief, i capi della Difesa, giù giù per li rami fino ai ‘Gogo’, gli appartenenti a una determinata famiglia. Di Cults ce ne sono diversi, dai Maphite agli Eiye, Black Axe, Bucaneers, Vikings. Ognuno ha un dress code diverso, un tratto che li faccia distinguere, ma le modalità operative sono quasi le stesse. Soldi e violenza, questo è il core business.

Uno dei punti che restano maggiormente dentro il lettore riguarda la registrazione in diretta di un meeting internazionale dei Maphite, svolto a Bologna. Il vice don Internazionale, i capi da Spagna e Francia e tutti i capi e sottocapi italiani per riorganizzare e strutturare più efficacemente il clan mafioso in Italia.

Sergio Nazzaro

Il libro va avanti in una continua alternanza di vittorie dello Stato sul male e colpi in pieno viso, tanto forti da farti pensare che questa guerra, forse, non finirà mai. Ma almeno qualcuno pronto a combatterla c’è. E questo, convince ad andare avanti. Sempre. Come confermato a Stylo24 dallo stesso Sergio Nazzaro. “A volte si parla di militari, esercito. Ma l’operazione della Sat ha visto intercettare, grazie al lavoro di questa squadra, mezzo milione di telefonate, senza sparare un colpo, portando alla condanna, anche in secondo grado, di 44 mafiosi. Ecco come si batte questo fenomeno. Serve intelligence, servono persone, specialisti. E poi chiunque è complice della tratta e della prostituzione di queste donne, così come chiunque alimenta lo spaccio deve smetterla di farlo”.

Ma qual è la situazione rispetto alla mafia nigeriana in Campania?

“Nonostante si sia sempre considerato Castel Volturno come epicentro di questo fenomeno, al contempo si è avuta una crescita sempre più importante anche a Torino e poi in tutta Italia. Tant’è che la prima inchiesta che definisce mafia, la criminalità organizzata nigeriana è l’operazione ‘Niger’, del 2006 nel capoluogo piemontese. Replicata nel 2008 con l’operazione ‘Viola’ 1 e 2 portata avanti dalla Squadra mobile di Napoli. Ed è proprio il Tribunale di Napoli a scrivere che la mafia nigeriana diventa tale in Italia, assumendo tutti i crismi del nostro codice penale, diventando la seconda mafia più pericolosa al mondo”.

Di fronte a questa crescita, è lecito pensare a uno scontro tra la mafia nigeriana e quella autoctona?

“E’ un mito da sfatare. Se esiste la mafia nigeriana nel nostro Paese è perché quelle italiane lo permettono, perché ci fanno affari e, cosa che non va mai dimenticata, non sono razziste, puntando sempre e solo ad andare a braccetto con chi muove i soldi. Anzi, hanno ormai affidato quasi completamente loro i crimini di strada, quali spaccio e prostituzione. Cosa che facevano i Casalesi già 15 anni fa, che preferivano dedicarsi agli appalti, alla corruzione, ai grandi affari finanziari. La presenza della criminalità organizzata nigeriana nelle periferie diventa sempre più forte perché mafia, camorra e ‘ndrangheta curano i grandi affari di droga. Il dettaglio, una volta venduto, non interessa più. E la mafia nigeriana ha contezza di essere “ospite” in Italia. Ed anche episodi come “la strage di San Gennaro” nel 2008 o “la strage di Pescopagano” nel 1990 sono state solo affermazioni di potere. Modi per mettere paura, per dire ‘qui comandiamo noi’, non perché qualcuno stesse prendendo il sopravvento”.

A tal proposito, nel libro ci sono anche cenni storici.

“Ho voluto farlo perché oggi tanti, troppi, parlano di mafie nigeriane senza saperne nulla, senza studiare i documenti, soltanto perché è qualcosa che si integra con il discorso dell’immigrazione. Ma alla fine si finisce col parlarne soltanto a sproposito”.

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