Il ministro Marco Minniti

di Giancarlo Tommasone

L’esplosione o l’implosione è rappresentata dal caso di Macerata. Con la barbara uccisione della giovane Pamela Mastropietro. I nigeriani irregolari sono diventati un problema, tanto che il ministro Marco Minniti ha avviato una operazione finalizzata ad allontanare dal territorio nazionale tutti quegli immigrati che non abbiano i requisiti per restare in Italia. Eppure a ben vedere, come riporta l’edizione odierna de Il Giornale, già nel 2017 si era cercato di contrastare i ‘clandestini’.

Pamela Mastropietro

Il Viminale, il 26 gennaio di un anno fa, inviò alle questure di Roma, Torino, Brindisi e Caltanissetta – sedi dei dei Centri di identificazione ed espulsione – un documento con l’intestazione «Ministero dell’Interno, dipartimento della pubblica sicurezza, direzione centrale dell’immigrazione e della polizia delle frontiere».
L’oggetto? Attività di contrasto all’immigrazione clandestina. Ma se Minniti si era accorto con anticipo della gravità del problema e in questi giorni è stata avviata l’operazione contro chi non è in regola, bisogna sottolineare una falla nel sistema, a nostro parere ben più grave: il governo, infatti, pare aver «dimenticato» che durante questi anni ha preso piede la mafia nigeriana. I particolari sono contenuti nell’ultima relazione semestrale della Dia inviata alla Camera. Ma che tale organizzazione esistesse anche in Italia, è storicamente e giudiziariamente confermato. Anche dalla decisione del Tribunale del Riesame di Napoli datata aprile 2017.

L'arresto di Innocent Oseghale
L’arresto di Innocent Oseghale

La mafia nigeriana, che nel nostro Paese, ha a Castel Volturno, una delle sue principali basi operative, è paragonabile a qualsiasi altra organizzazione «camorristico-mafiosa, come per esempio il clan dei Casalesi, e per questo i suoi membri sono incriminabili per associazione mafiosa». Questo ha stabilito, con una decisione tra le prime di questo genere in Italia, il Tribunale del Riesame di Napoli che ha emesso ordinanza di custodia cautelare in carcere per sei esponenti della mafia africana, appartenenti al gruppo noto come quello degli «Eye», o dei «Neo Black Movement» o anche dei «Black Axe» (le temibili Asce Nere).

Donne nigeriane costrette a prostituirsi

Dietro le sbarre sono finiti, dunque, per associazione mafiosa, soggetti residenti a Castel Volturno e considerati ai vertici dell’organizzazione criminale che ha la sua sede in Nigeria e ramificazioni in altri Stati africani e in diversi Paesi europei ed extraeuropei.

Le asce nere – la relazione della Dia

Una mafia misteriosa quella nigeriana, che come sottolinea la relazione semestrale della Dia, in Italia opera soprattutto attraverso il clan delle Asce Nere, «una consorteria a struttura mafiosa ben radicata anche in altri contesti, il cui vincolo associativo viene, tra l’altro, esaltato da una forte componente mistico-religiosa». La struttura dedita soprattutto al traffico di sostanze stupefacenti e alla tratta di esseri umani finalizzata alla prostituzione, si distingue per i metodi efferati con cui mette in atto i suoi propositi. Le prostitute dei mafiosi nigeriani sono «incatenate» dai riti voodoo o dei ju-ju. La forte componente religiosa e superstiziosa può considerarsi alla base della potenza distruttiva dei clan. Struttura che è giunta perfino ad indottrinare i nuovi arrivati sul territorio nazionale attraverso dei ‘pizzini’ in cui si spiega cosa scrivere e dire per ottenere lo status di rifugiati.

i ‘pizzini’ per ottenere lo status di rifugiati

Frasi come  «sono un povero ragazzo nigeriano… mi hanno ucciso i genitori… ho dovuto fare sesso con un uomo anziano… cerco solo un’occasione per potermi rifare una vita in Italia». E’ così che magari un corriere della droga è diventato un ‘perseguitato’, costretto a scappare dalla sua patria. Il ‘pizzino’ stilato in pessimo inglese, sorta di ‘prestampato’ utilizzato da chissà quante persone per – si stima – centinaia di richieste di asilo, è stato ritrovato nel corso di una perquisizione delle forze dell’ordine, in un appartamento di un affiliato a Roma. Questo il testo integrale del documento: «Sono un povero ragazzo nigeriano e vengo da una famiglia composta da tre persone: mio padre, mia madre e io. Mio padre è considerato una sorta di re del villaggio dove viviamo. Un uomo malvagio lo ha però minacciato, dandogli soltanto sette giorni per andare via e avere il regno. Mio padre si è rifiutato e così l’uomo malvagio ha ordinato ai suoi guerrieri di occupare, per prima cosa, la chiesa. Sono entrati e hanno distrutto tutto… tante persone sono scappate per cercare di salvarsi. I guerrieri hanno preso in ostaggio i miei genitori e li hanno uccisi. Io sono scappato. Ho incontrato un uomo anziano che mi ha promesso di aiutarmi. Sono stato a casa sua per tre giorni e sono stato costretto a fare sesso con lui prima di ricevere una carta di credito Visa come regalo. Tre giorni dopo sono arrivato in Italia. Sono stato a Roma, con quest’uomo… E’ stata l’ultima volta che l’ho visto, ho dormito due giorni alla stazione Termini. Qualcuno mi ha portato alla Caritas. E lì ho saputo, parlando, che potevo avere asilo politico e un lavoro migliore per la mia vita».