domenica, Gennaio 29, 2023
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L’ultima cena del boss fantasma: la fuga del riciclatore dei Mazzarella finisce al ristorante

Giuseppe Savino stanato sull’Aurelia, era riuscito a sottrarsi al blitz che a maggio aveva decapitato le nuove cupole di Napoli Est: è accusato di aver “ripulito” oltre 2 milioni di euro

di Luigi Nicolosi

Fuga finita per il boss fantasma. La latitanza di Giuseppe Savino, presunto ras e riciclatore del potente clan Mazzarella di Napoli Est, giunge al capolinea in un ristorante di Santa Severa, in provincia di Roma. Ieri sera i Falchi della Squadra mobile della questura di Roma hanno rintracciato in un ristorante il 46enne destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal gip del tribunale di Napoli su richiesta della Dda della Procura di Napoli, per i reati di riciclaggio, impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita ed altri reati finanziari.

Il 46enne Savino avrebbe riciclato e realizzato complesse operazioni finanziarie al fine di ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa dei proventi derivanti dalla commercializzazione di carburanti tramite alcune società cartiere, create ad hoc e intestate a prestanomi, tutte utilizzate al fine esclusivo di delinquere, come accertato nel corso delle indagini condotte dalla Squadra mobile di Napoli e dalla guardia di finanza. L’uomo, riconosciuto dagli agenti, è stato sottoposto a controllo dei documenti, apparsi immediatamente artefatti e riportanti generalità false; per questa ragione è stato condotto in ufficio per gli atti di rito. Dopo essere stato foto-segnalato e ricondotto alla sua reale identificazione, Savino è stato tratto in arresto per il reato di possesso di documenti falsi validi per l’espatrio e trasferito al tribunale di Civitavecchia per il giudizio direttissimo, all’esito del quale sarà associato presso un istituto di pena in esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere.

Quello di Savino, atti alla mano, sembra essere un profilo criminale di indubbio spessore. Imparentato con i Formicola e legato allo storico clan di San Giovanni a Teduccio alleato dei Mazzarella, ma soprattutto mente finanziaria capace di accumulare beni per 2 milioni e mezzo di euro. Ecco il profilo di Savino, 46enne residente a Volla, unico a essersi sottratto al blitz del maggio scorso. È accusato di impiego di beni di provenienza illecita commesso per agevolare un’associazione camorristica, emissione di fatture per  operazioni inesistenti e trasferimento fraudolento di valori. Tutto condensato in un’ordinanza di custodia cautelare che gli investigatori non hanno potuto fino a ieri eseguire perché «Peppe» era sparito dalla circolazione prima che le forze dell’ordine gli stringessero le manette ai polsi. Era invece andato in porto il sequestro a suo carico di immobili e valori mobili, notificato dai poliziotti della divisione amministrativa della questura alla moglie.

Secondo la pubblica accusa, Giuseppe Savino agiva in combutta con altri due esponenti di primo piano della malavita di San Giovanni a Teduccio: Salvatore Fido «’o chiò» e Maurizio Donadeo, i quali sono indagati a piede libero perché già in carcere per altre accuse. Per gli inquirenti della Dda, ferma restando la presunzione d’innocenza fino all’eventuale condanna definitiva,  in sette avevano attuato un complesso sistema per evadere le imposte, evitando che potessero essere individuati i proventi derivanti dalla vendita di carburanti. A ideare le complesse manovre finanziarie era Salvatore Abbate detto «Tore ‘a cachera» e il sistema era simile a quello già scoperto altre volte in situazioni analoghe dai finanzieri. Una società “cartiera”, definita così perché fondata su carte e non su attività reali, provvedeva a emettere fatture per operazioni inesistenti sotto la regia di Giuseppe Auletta, considerato un prestanome di Savino. Alla fine di un tortuoso giro di danaro a lui, a Fido e a Donadeo venivano restituiti i soldi con la detrazione di una commissione di favore del 2 per cento per l’”opera” prestata. A tutti e 3 è stata contestata anche l’aggravante camorristica per aver agevolato il clan Mazzarella. Da ieri il cerchio delle indagini sembra però definitivamente chiuso.

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