Luigi Leonardi e Salvatore Borsellino

di Giancarlo Tommasone

Due anni e mezzo per ricevere un no, il terzo; forse quello più doloroso, perché proviene dal Capo dello Stato. Nei giorni scorsi, però, è stato apposto il sigillo che di fatto rigetta, in maniera definitiva, la richiesta di Luigi Leonardi di vedersi risarcito per il rogo che ridusse in cenere il suo negozio ad Aversa. Era il 2 novembre del 2009.

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Una settimana prima, l’imprenditore anticamorra aveva denunciato le estorsioni subite da un clan del Nolano.

Ad effettuare i riscontri relativi al caso furono i carabinieri, che non solo rilevarono che una delle porte di ingresso del negozio era stata danneggiata (proprio per introdursi nello store), ma fu rinvenuta anche una tanica di benzina da 20 litri.

I danni per il rogo doloso furono «periziati» per un totale di 436mila euro.

A questo punto, parte la trafila burocratica di Luigi Leonardi per vedersi riconosciuto il risarcimento previsto secondo la legge per le vittime di racket.

La prima richiesta va a vuoto.

«Ero da tempo sotto estorsione da parte di 5 clan – spiega Leonardi a Stylo24 – Il componente di uno di queste organizzazioni era riuscito a fare protestare un assegno a mia firma, ragione per cui, siccome per continuare a lavorare avevo necessità di un conto corrente, dovetti intestare l’attività alla mia fidanzata dell’epoca. Quando, la prima volta, presentai domanda di risarcimento alla Prefettura di Caserta, mi sentii rispondere che il negozio non era mio, ragion per cui la richiesta non poteva essere accolta».

Luigi Leonardi e Luigi de Magistris

E quindi come si evolse la situazione? «Presentai una seconda richiesta, questa volta con una documentazione mastodontica. Tra le carte anche le intestazioni delle utenze del negozio di Aversa e oltre ad altre prove documentali, una dichiarazione formale e giurata della mia fidanzata dell’epoca (quella a cui avevo intestato il negozio dopo il fatto dell’assegno protestato).

Attraverso tale perizia scritto lei affermava che l’amministratore di fatto dell’attività ero io ed ero sempre stato io, come appunto è nella realtà.

Ma l’amministratore di fatto, mi disse il responsabile dell’ufficio prefettizio preposto all’istruttoria della mia pratica (che in seguito ho denunciato per abuso d’atti d’ufficio), non era figura riconosciuta dall’ordinamento giuridico», continua Leonardi.

Luigi Leonardi insieme a Ciro Scarciello davanti alla salumeria costretta a chiudere l’anno scorso

«Anche in questo caso, dunque, la richiesta fu respinta – dichiara Leonardi – Siccome non potevo fare ricorso al Tar, l’unico mezzo a mia disposizione era quello di presentare domanda di accoglimento della mia richiesta al Capo dello Stato. Cosa che feci.

Tra l’altro solo in valori bollati ho speso più di seicento euro.

La risposta è arrivata, dopo due anni e mezzo: il Presidente della Repubblica ha rigettato il ricorso dichiarandolo inammissibile».

Il Capo dello Stato, Sergio Mattarella

«Sono stanco e avvilito per quanto continua a verificarsi. Con la decisione del capo dello Stato sembra chiudersi la speranza di velocizzare la mia ripartenza imprenditoriale e quella di recuperare il tempo perso dietro processi e burocrazia. Nonostante ciò io continuerò a combattere», conclude Luigi Leonardi.

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