Da sinistra, Pippo Calò, Michele Zaza, Luigi Giuliano e Roberto Calvi

L’ex re di Forcella parla del raid fallito all’interno del caveau della Banca Antoniana di Padova. Il colpo organizzato per recuperare documenti che interessavano alla mafia e al banchiere di Dio

di Giancarlo Tommasone

Una serie di documenti scottanti, relativi alla vicenda del Banco Ambrosiano; carte di «vitale importanza» che, su commissione della mafia, l’ex re di Forcella, Luigi Giuliano (poi passato a collaborare con la giustizia), avrebbe dovuto recuperare nel caveau della filiale patavina della Banca Antoniana di Padova e Trieste. Il tentativo di furto, però fallì, e ciò avrebbe aiutato a innescare il meccanismo che portò all’omicidio del banchiere di Dio, Roberto Calvi.

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La circostanza emerge dalla deposizione che Giuliano rende nel 2006, nell’ambito di un procedimento che si svolge a Roma, per la morte del finanziere «suicidato», e ritrovato cadavere il 18 giugno del 1982, sotto il ponte dei Frati Neri, a Londra. «Calvi fu ammazzato anche per colpa nostra – spiega Giuliano in aula – Perché non riuscimmo a portare a termine il furto nella banca di Padova, e a recuperare quei documenti, per lui e per la mafia. Il fatto che Calvi fosse stato ucciso e non si fosse suicidato, mi venne detto la prima volta da Giuseppe Misso (Missi, all’anagrafe), e poi in seguito mi fu confermato da mafiosi siciliani e da altre persone».

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Tutto ha inizio nell’estate del 1976, all’epoca Luigi Giuliano – come sottolinea nel corso della deposizione – era solo «un ladro, non ero ancora uno dei capi della Nuova famiglia». Siamo all’interno del Club 21; a quei tempi, il locale notturno di Via Nazario Sauro, era il più in voga di Napoli, ed era molto frequentato anche da camorristi e mafiosi. «Quella sera io e Misso fummo avvicinati da Michele Zaza e da Pippo Calò (detto il cassiere della mafia, ndr); quest’ultimo ci cominciò a parlare del colpo che bisognava fare alla Banca Antoniana a Padova». «Nei fatti, dovevamo recuperare dei documenti che interessavano alla mafia e a Roberto Calvi», racconta Giuliano.

Gli incontri al Club 21 e in
un ristorante di Santa Lucia

A distanza di una settimana, si svolge un altro incontro, questa volta in un ristorante di Santa Lucia. «Alla riunione – spiega Giuliano – partecipammo, tra gli altri, io, Misso, due romani che facevano parte del nostro gruppo (gruppo di ladri specializzato nei furti in banca, ndr), Pippo Calò, Gaetano Badalamenti, Michele Zaza, Ciro Mazzarella. E poi ci raggiunse anche Roberto Calvi». Il banchiere, racconta l’ex boss di Forcella, «insisteva sulla necessità, che bisognasse recuperare questi documenti. Lui ci dava tutte le garanzie rispetto alla preparazione del colpo. Metteva a disposizione anche un tecnico tedesco, che avrebbe provveduto a disinstallare l’allarme, quando saremmo entrati nella banca».

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«Accettai di partecipare al colpo, anche se temevo, che una volta recuperati e consegnati i documenti alla mafia, ci avrebbero ucciso. Mi rendevo conto di trovarmi di fronte a qualcosa di molto più grande di me», afferma il pentito. Alla fine dell’incontro al ristorante, vengono consegnati anche i numeri delle cassette di sicurezza, in cui erano custoditi i documenti. «Erano quattro cassette, distanti le une dalle altre, furono fatte vedere anche delle foto relative al loro posizionamento», racconta Giuliano. Si dà il via alla missione, «io fui l’ultimo ad andare a Padova, restai lì per alcune settimane, e poi fummo pronti per il colpo».

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Il raid scatta di domenica, il tre ottobre del 1976. «Riuscimmo a entrare grazie a un metronotte che ci aprì la porta della banca, poi il tecnico mandato da Calvi, disinnescò l’allarme e potemmo cominciare ad operare», afferma Giuliano. «Alla fine, però, il colpo fallì, ci comportammo da principianti, nonostante avessimo effettuato molti sopralluoghi – spiega il collaboratore di giustizia – Per aprirci una breccia nella porta blindata del caveau avevamo bisogno come minimo di 16 bombole di ossigeno per alimentare il cannello, ma ne avevamo portate con noi, soltanto 8. Quando ci accorgemmo che era impossibile proseguire, decidemmo di interrompere l’azione e tornare sui nostri passi». I documenti restarono al sicuro, nelle cassette, e stando alle dichiarazioni di Giuliano, il fatto che le carte non fossero entrate in possesso di Calvi, rappresentò una delle cause che portarono al suo omicidio.