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Home Inchieste e storia della camorra

Bomba da Sorbillo, Luigi Giuliano jr: Forcella è perduta

di Redazione
21 Gennaio 2019
in Inchieste e storia della camorra
Tempo di lettura: 3 minuti
Luigi Giuliano jr, figlio di Nunzio

Luigi Giuliano jr, figlio di Nunzio e nipote di 'Lovigino'

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di Giancarlo Tommasone

E’ nato nel 1972, Luigi Giuliano, nipote e omonimo dell’ex boss di Forcella, poi passato a collaborare con la giustizia. E’ cresciuto in un quartiere in cui da sempre aveva respirato camorra. Nonostante la lezione che, ha più volte dichiarato, gli impartì il padre Nunzio, dissociatosi dall’organizzazione criminale già negli anni Ottanta (e ucciso nel marzo del 2005 da una coppia di sicari; killer che ancora oggi rimangono senza volto).
A poche ore dall’episodio della bomba carta fatta esplodere davanti alla pizzeria di Gino Sorbillo, in Via dei Tribunali (poche centinaia di metri la separano dall’ex «regno di Loigino»), Luigi Giuliano, commentando un post su Fb, ha scritto: se ci fossero stati i miei familiari non sarebbe mai successa una cosa del genere come tante altre cose che sono avvenute a Forcella e dintorni.

Per comprendere a pieno il senso di queste parole,
Stylo24 ha raggiunto telefonicamente il 46enne,
che vive e lavora in una regione del nord Italia.

Ha detto che se ci fosse stata la sua famiglia a Forcella, non avremmo assistito all’episodio delittuoso attuato contro Sorbillo e ad altri eventi del genere. Perché?
«Perché nonostante gli errori, i crimini, gli illeciti portati a termine da alcuni componenti della famiglia Giuliano, all’epoca nessuno si sarebbe mai permesso di fare una cosa simile né a Forcella, né nei rioni vicini. La gente, i commercianti, i bottegai, il quartiere voleva bene alla mia famiglia. E la mia famiglia voleva bene a loro».
Non crede si sia potuto trattare, da parte degli abitanti di Forcella, piuttosto di rispetto, forma di reverenza innescata dalla paura?
«No, non penso. Certo ci sarà sicuramente stato chi temeva i Giuliano e li riveriva perché sapeva che erano i boss del rione, però ribadisco, la gente di Forcella non ne aveva paura, perché i miei familiari si comportavano bene nei loro confronti. Non avrebbero mai chiesto estorsioni ai commercianti, né avrebbero mai messo le bombe. C’era una sorta di rispetto reciproco».

Naturalmente ha espresso una sua considerazione. E oggi, invece, cosa è cambiato, perché si mettono le bombe?
«Abbiamo a che fare con sbandati. Il vuoto lasciato dai Giuliano, che avrebbe dovuto essere riempito con la legalità, la cultura, l’opera per salvare un rione e le nuove generazioni, è stato riempito da gruppuscoli che vivono grazie ai proventi dello spaccio di droga e delle estorsioni. Non lo sanno che stanno sbagliando tutto, che è solo un’illusione che li porterà a finire male. Come non sanno queste cose, ignorano, però, pure di essere vittime».
Vittime di cosa?
«Vittime dell’abbandono, nessuno ha impartito loro la lezione di cui avevano bisogno. Sono nati e cresciuti in un ambiente camorristico, senza la presenza dello Stato, non hanno avuto alternative, né realtà migliori con cui confrontarsi e integrarsi. Non parlo solo dei ragazzi, ma anche delle ragazze. Le ha mai viste? A 13, 14 anni già hanno raggiunto l’obiettivo prefissato, tramandato, inculcato: quello di avere una famiglia, di convivere, nel migliore delle ipotesi, di sposarsi. E di restare in casa».
Un quadro desolante, che ci riporta agli anni Ottanta. A Forcella funziona ancora così?
«Certo, io ogni tanto ci torno. E mi rendo conto che la situazione è ulteriormente peggiorata. In certi rioni di Napoli, i giovani non conoscono altro che gli pseudo valori diffusi attraverso la musica neomelodica, che però di musica non ha niente. Interi quartieri ne sono inquinati. E poi se a questi giovani parli di cinema o di arte, possono risponderti solo su Gomorra, che non ha fatto altro che continuare a inguaiarli».
Lei ha detto che per salvare i figli dei camorristi, occorrerebbe portarli via ai genitori. E’ solo questa l’alternativa per sanare Forcella e gli altri quartieri cosiddetti difficili?
«Sì. Purtroppo, sì. Sono passati 30 anni da quando i Giuliano erano a Forcella e la situazione è peggiorata. C’è chi, come mio padre, si è dissociato subito e ha provato a cambiare le cose, a spiegare ai giovani che la strada della camorra era quella sbagliata da seguire. Che i valori erano altri ed erano quelli della legalità, delle gioia, che si contrappongono a violenza e prevaricazione. Ma è stato lasciato solo, emarginato e sappiamo come è andata a finire. Per liberare Forcella e i rioni a rischio c’è bisogno di integrazione, di portare lo Stato, la legalità e i servizi prima nella parte ‘difficile’ della città e poi in quella che si definisce la Napoli bene. Mi sembra che sia accaduto sempre il contrario. E come allora, continua ad accadere oggi».

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