De Magistris festeggia con la corona in testa

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di Giancarlo Tommasone

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Nei giorni scorsi, Luigi de Magistris ha aderito alla petizione «No alla secessione dei ricchi» lanciata sulla piattaforma change.org.
Gianfranco Viesti, redattore del documento, lo presenta con queste parole: «Il Veneto, la Lombardia e sulla loro scia altre undici Regioni si sono attivate per ottenere maggiori poteri e risorse (…) Ma nei giorni scorsi è stata formalizzata dal Veneto (e in misura più sfumata dalla Lombardia) una richiesta che non è estremo definire eversiva, secessionista».

L’assessore Enrico Panini mentre fa volantinaggio in strada contro il “debito ingiusto”

Attenzione, il sindaco di Napoli qualche giorno fa (anche se ormai da anni, ha imbastito la sua politica sull’indipendenza e su sentimenti meridionalisti) ha annunciato l’approvazione di tre delibere che prevedono l’autonomia, la moneta napoletana e l’auto-cancellazione del debito ingiusto. Tre componenti che effettivamente convergono tutte verso la secessione. E nel caso in cui si concretizzasse, quella del Comune di Napoli, avrebbe in sé tutti gli elementi di un’azione «eversiva».

Dunque da un lato de Magistris vuole per Napoli la secessione, la scissione, l’autonomia, l’indipendenza o come vogliamo chiamarla, dall’altro si oppone
al fatto che a volerla siano Veneto e Lombardia.

«Noi siamo per un’Italia unita nelle sue differenze e autonomie – scrive il sindaco – e diciamo basta ad un Paese ancora traboccante di insopportabili discriminazioni nei confronti del Sud».

Il governatore della Lombardia, Attilio Fontana

Ma è un controsenso, Giggino fa confusione ancora una volta. Come la fa quando accosta sentimenti neoborbonici – che poi sarebbero neomonarchici – a quelli comunisti; elementi assolutamente in antitesi tra loro.

Effettivamente in certi contesti, guardando e ascoltando de Magistris
si ha l’impressione di vedere e sentire un Francesco II di Borbone
che fa il pugno chiuso.

Parla di discriminazioni, il sindaco, ma questa volta a discriminare è lui. Torna su quanto (dal 1861 in poi) subisce il Meridione, ma poi la sua si chiama volontà di autonomia all’interno del Paese, quella di Lombardia e Veneto è secessione, è eversione. Quasi a dire che va bene essere autonomi potendo contare sui soldi del Governo centrale, non va bene uscire fuori dall’unità nazionale, quando, tra l’altro, si ha la forza economica per farlo.

Il governatore del Veneto, Luca Zaia

Come la favoletta che ci racconta il compagno di liceo, quando incontrandolo qualche anno dopo il diploma, ci dice di essere andato via di casa a vent’anni. Per poi scoprire che abita nell’appartamento (di proprietà dei genitori) di fronte a quello dei suoi, che tra l’altro continuano a pagargli le bollette e a fargli la spesa. Però ormai, dice lui, vive da solo ed è «autonomo». Ecco, la forza economica dell’indipendenza; giusto per fare un po’ di chiarezza, in quanto a Prodotto interno lordo pro capite – secondo dati diffusi da Eurostat in relazione al 2016 – la Lombardia con 36.600 euro si colloca davanti a potenze quali la Gran Bretagna (36.500 euro) e la Francia (33.300 euro), mantenendosi abbondantemente sopra la media italiana (27.700 euro) ed europea (29.200 euro).

Ancora meglio è andata l’anno scorso, quando l‘attività produttiva regionale lombarda ha raggiunto un Pil pro capite di 37.258
con un aumento dell’1,8%.

Tra le città spiccano i dati di Milano, con il Pil salito del 6,2% negli ultimi 4 anni. A questi numeri, il separatista neoborbonico Giggino può opporre soltanto quelli del «Pil della felicità».

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