Il padrino della Nuova famiglia, Mario Fabbrocino (deceduto nel 2019), in una foto risalente agli anni Ottanta

I VERBALI INEDITI Il boss che durante le missioni di morte indossava una parrucca

di Giancarlo Tommasone

Stando a quanto dichiara il collaboratore di giustizia Fiore D’Avino, nel corso dell’interrogatorio del 28 gennaio 1995 (di cui Stylo24 pubblica i verbali), il primo omicidio da lui commesso, fu quello di un commerciante di stoffe di San Giuseppe Vesuviano. «Credo fosse il 1979 o forse il 1978. Questo (commerciante) aveva provocato guai giudiziari a un fratello di Mario Fabbrocino, testimoniando in un processo o forse facendo da confidente nei confronti di questi».

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«Non so bene cosa, in concreto – continua D’Avino – spinse Fabbrocino a decretarne la morte, fatto sta che Mario decise che doveva morire e  ottenne il consenso di Salvatore Zaza (il capo della famiglia, ndr), senza il quale ovviamente nulla poteva farsi». Secondo quanto afferma il collaboratore di giustizia, «Mario (Fabbrocino), deciso ad ogni costo a vendicare il torto subìto dal fratello, incaricò Pasquale Russo dell’ esecuzione. Pasquale, ancora non legalizzato (fu anzi questo delitto a determinare Fabbrocino a riconoscere i meriti di Pasquale proponendone l’ affiliazione alla famiglia), chiese a me di aiutarlo».

D’Avino racconta che per uccidere il commerciante, furono effettuati numerosi appostamenti, ma non si riusciva ad individuarlo, tanto che «vedendo l’inutilità dei nostri tentativi, Fabbrocino prese contatti con Carmine Alfieri (anche lui in seguito passato a collaborare con la giustizia, ndr) chiedendogli di provvedere per suo conto all’eliminazione (dell’obiettivo)». Le cose, però, cambiarono improvvisamente, perché «una sera venne a casa mia (di D’Avino, ndr) Pasquale Russo invitandomi a seguirlo a San Giuseppe (Vesuviano)».

Le fasi della missione di morte

«Con Pasquale – continua il resoconto del collaboratore di giustizia –, ci portammo prima a Sant’Anastasia, dove prendemmo una Alfetta lì parcheggiata. Si trattava di una macchina rossa, se non sbaglio, proveniente da un furto e procurata da Pasquale Russo proprio in vista dell’ omicidio. Presi io la guida di quella macchina e, seguito da Pasquale, che guidava una macchina “pulita”, mi diressi  verso San Giuseppe Vesuviano. Lungo la strada, nei pressi di località Reviglione, Pasquale lasciò la macchina pulita e salì sull’ Alfetta». Una volta giunti a San Giuseppe, nei pressi del negozio del commerciante, «Pasquale Russo, che indossava una parrucca per meglio nascondersi, si stese sul sedile posteriore».

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Nella piazza principale del paese, i due individuarono il target della loro missione, e lo videro «portarsi verso una fontanella per bere». «Io – fa mettere a verbale D’Avino – lo indicai a Pasquale Russo, il quale, verificato che si trattava proprio del nostro obiettivo, rimanendo nella macchina, che a quel punto si trovava di fronte alla chiesa ubicata in quella piazza, sparò più colpi con il fucile che portava, uccidendo così il commerciante. Si trattava di un fucile che forse aveva la punta della canna segata e che poi abbandonammoall’interno dell’Alfetta prima di dare fuoco a questa,  una volta raggiunta località Reviglione dove prendemmo l’altra macchina per poi nasconderci». «Il successo della nostra azione diede a me e a Pasquale prestigio agli occhi di Fabbrocino, ma anche e soprattutto a quest’ultimo autorevolezza all’interno della famiglia», spiega il collaboratore di giustizia.