Le precauzioni dell’allora superlatitante Michele Zagaria per non destare sospetti nelle forze dell’ordine

Cercansi sposini per proteggere la latitanza del boss Michele Zagaria. E’ ancora il pentito Massimiliano Caterino nell’interrogatorio del 4 maggio 2015 a raccontare ai pm antimafia come funzionava l’organizzazione della latitanza dell’allora primula rossa del clan dei Casalesi, Michele Zagaria.

Il collaboratore ricorda che la fazione Zagaria volle acquistare un appartamento “in un vicoletto ove abitano i Fontana e la famiglia paterna di Michele Zagaria” a cui il boss teneva particolarmente. “Tanto che negli anni 2003-2004, se non sbaglio, egli, attraverso i fratelli Carmine e Antonio, mi fece sapere che era interessato ad acquistarla e che aveva bisogno di una famiglia che vi soggiornasse per non destare sospetti”. Il pentito aggiunge: “Zagaria mi incaricò di trovare una coppia di giovani sposi che avessero, al massimo, un figlio, disposti ad andare ad abitare in quella casa senza alcuna spesa a loro carico e con uno ‘stipendio’ di 2mila euro al mese”. Il collaboratore di giustizia si mise in moto ma, poco dopo, sempre Carmine Zagaria gli chiese di fermare la ricerca perché avevano già risolto.

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