TI OFFRIAMO INFORMAZIONE GRATUITA, RICAMBIA CON UN GESTO DI CORTESIA: CLICCA QUI E LASCIA UN LIKE SULLA PAGINA FACEBOOK DI STYLO24.IT

Brano tratto dal libro «Viaggio al centro della notte. Una fotografa, un’auto contromano, sei minuti di mistero: giovani sogni e vite spezzate in una storia vera» (Guida Editori, 2018)

ad

L’auto, dopo la sbandata controllata, si rimette in carreggiata, nella corsia centrale e prosegue. Ancora nel verso giusto di marcia, direzione Pozzuoli, ma per poco: l’irreparabile è alle porte. Alle 4.20 e 30 secondi, poche decine di metri prima della barriera degli Astroni, la Clio rallenta e si sposta leggermente sulla destra, come per fermarsi, ma non lo fa: Nello Mormile lascia sfilare un’auto, poi vira a 360 gradi e si mette a guidare nel senso di marcia sbagliato, tornando verso Agnano e Fuorigrotta, tenendo la sua destra, quella che per chi viene dalla direzione giusta è una corsia di sorpasso, la più veloce delle tre corsie della Tangenziale. È l’inizio di un assurdo contromano, i primi secondi di altri sei minuti interminabili che si consumano in quell’auto lanciata contro tutti, con a bordo un uomo che guida sereno e una povera ragazza che non si sa cosa faccia nella macchina: dorme, come sosterrà il fidanzato, o è sveglia ed è terrorizzata per quello che sta accadendo? Lotta, piange o si diverte con lui?

La vettura procede spedita, con qualche piccola correzione di rotta verso il centro della mezzeria: non si sa cosa stia accadendo a bordo, cosa pensi l’autista, cosa faccia Livia, quale sia il motivo di quella decisione così assurda e improvvisa, quale sia l’obiettivo dell’improvvisato kamikaze, se abbia intenzione di fermarsi o voglia andare fino in fondo. Fino in fondo significa la prevedibile morte, anche se la Tangenziale è abbastanza sgombera, siamo in piena notte e dall’altra parte arrivano pochi veicoli. Purtroppo, però, quegli automobilisti che marciano nel senso giusto tutto possono immaginare tranne che di doversi scansare per l’arrivo di un mezzo dall’altro lato. Ecco perché le auto sfiorano quel bufalo impazzito evitandolo solo per miracolo dopo aver strombazzato e lampeggiato per provare a farsi vedere, per segnalare a quell’uomo il suo tragico errore.

Nello inizia a guidare contromano a velocità ridotta, che piano piano aumenta, dai 30 all’ora ai 60-70, si muove lungo la mezzeria della seconda e della terza corsia senza sbandare forse, toccando ogni tanto il freno. Nessuno sa cosa gli passi in mente: quella sera ha una barba lunga ma curata, un grosso orecchino circolare che gli deforma il lobo dell’orecchio fino a farglielo penzolare come una goccia e indossa una maglietta nera con una svastica e una scritta in inglese che sostiene il valore pacifista di quel simbolo, “This is not a fucking nazi sign”!. Qualche ora prima il ragazzo s’è fatto un selfie col viso segnato da una smorfia cattiva e l’ha postato su Fb facendo il pieno di like e pollici in su. Ha bevuto molto ma non s’è drogato, ha caldo, suda, guida, si muove leggermente sulla mezzeria ma non sbanda, avanza a velocità moderata, quasi da crociera, ma semina terrore, scatena urla, fa accapponare la pelle di chi nota quello sguardo che non guarda, come se ignorasse chi, dall’altro lato, gli bussa, gli fa segni, lo insulta, gli urla contro, lo stramaledice e vilipendia i suoi morti.

I minuti passano mentre ai centralini della polizia arrivano decine di segnalazioni di persone sconvolte dalla scena, è il festival della bestemmia e dell’impotenza, il mondo è rovesciato, chi lo percorre dalle parti di Agnano e incrocia la Clio nera di Nello e Livia è fuori di sé. Ma lei dov’è? Che fa? I minuti trascorrono lentissimi. Alle 4.23.21 nelle immagini di una telecamera si vedono le persone che incrociano l’auto contromano fare a Nello delle disperate segnalazioni con i fari lampeggianti, ma invano: alle 4.23.42 l’auto evita per miracolo un paio di vetture in terza corsia: alle 4.24.24 la Clio passa dalla corsia di sinistra a quella centrale, un’auto con dei ragazzi filma la vettura con un telefonino e la segue, chiede aiuto, tempesta di telefonate la polizia facendo quasi una radiocronaca in diretta di quanto accade. Nello prosegue la sua marcia folle, ha un progetto nella sua testa o forse non sa dove si trovi e cosa stia facendo, è come in trance, non muove le braccia dal volante perché l’auto va dritta, è paralizzato su quello sterzo che non ruota ma sposta solo di qualche millimetro perché sente la strada tutta sua, la domina, la sottomette, la cavalca imbizzarrito. I sei minuti stanno finendo e Nello non s’è ancora fermato, non è rinsavito, non s’è svegliato. Lui, l’artista, il grande amore di Livia, il bravo ragazzo, di buona famiglia, con la passione della musica, impegnato in politica, amante degli animali, dei fumetti, di Greenpeace, il pacifista, il seguace delle meditazioni orientali, quello che fotografa musetti di cagnolini e colombi per strada, che adora il mare ma non sa nuotare ed è fresco di assunzione in una grande azienda, stanotte è nel posto sbagliato e nella direzione peggiore.

I sei minuti stanno per finire. Sono le 4.25 quando l’auto esce miracolosamente integra dalla galleria di Fuorigrotta, percorso netto anche lì, ma il tempo è scaduto, manca un minuto alla fine, la tragedia è imminente e forse inevitabile, anche se, incredibilmente, viene innescata da una fatalità. Dalla direzione giusta, mentre sugli schermi di segnalazione è già comparso l’avviso di fare attenzione per un veicolo contromano, sta arrivando Aniello Miranda: procede a 60 all’ora, nella corsia centrale, a bordo di una Fiat Panda. Nella maledizione di quella notte ci mette lo zampino anche la sfortuna. Davanti a lui c’è un furgone che gli oscura la visuale, in un attimo il camioncino si scansa in extremis perché di fronte si ritrova l’auto di Nello e Livia che arriva sulla stessa corsia, il camioncino riesce ad evitare l’impatto ma la Panda dietro si ritrova la Clio praticamente addosso: Aniello Miranda ha meno di due secondi per frenare o sterzare, forse riesce a spostarsi leggermente alla sua sinistra ma l’impatto tra le due auto avviene con l’effetto moltiplicatore dell’inerzia, visto che nessuno dei due autisti riesce a toccare il freno ed entrambi viaggiano tra i 60 e gli 70 km all’ora. Sono le 4.26.28 del 25 luglio 2015. Lo scontro è tremendo, le due auto si prendono di punta, si inclinano sollevando le ruote di dietro come due cervi che iniziano un duello colpendosi con una testata dall’alto verso il basso a zoccoli sollevati, poi ricadono al suolo nel fumo dei radiatori sbriciolati e dei motori aperti che schizzano olio con i cofani aperti, i parabrezza distrutti, gli airbag rigonfi, le scintille che brillano nella
notte.

Luca Maurelli, l’autore

Quel conducente del furgone che evitando Nello all’ultimo istante ha determinato, senza volere, lo schianto di Aniello Miranda contro la Clio contromano, si ferma dopo qualche minuto, sconvolto, all’autogrill successivo, per raccontare a un barista la scena a cui aveva assistito, ma non sarà mai rintracciato. Scomparso nel nulla, anche lui, come i ricordi di Nello. La folle corsa s’è conclusa dopo 4 chilometri e ottocento metri, dopo sei minuti di marcia da quella folle inversione a “U”: siamo all’altezza dello svincolo di Fuorigrotta, poco dopo un cavalcavia, il viadotto Tertulliano. Aniello Miranda, da Torre del Greco, padre di Mena, studentessa iscritta alla facoltà di scienze dell’educazione, e di Angelo, diplomato, muore sul colpo senza sapere come e perché. Un eroe invisibile che si svegliava all’alba per mantenere agli studi quei due ragazzi che aveva cresciuto – ironia della sorte – nel disprezzo assoluto delle droghe e dell’alcol. Livia non è ancora morta ma è stesa agonizzante sul tappetino del sedile di dietro della Clio: ha perso conoscenza ma esala ancora un sibilo profondo e affannoso che Nello, davanti, ferito solo a una gamba, percepisce nitidamente – “E io l’ho sentita respirare…” – ma non può o non vuole voltarsi, è bloccato, con le mani sul volante, mentre davanti a lui altre auto frenano, si toccano, sbandano cercando di evitare 43 le due vetture distrutte al centro della carreggiata, una contro l’altra.

“Livia, Livia, abbiamo fatto un incidente…”, mormora il ragazzo senza ottenere risposta. Arrivano un paio di persone per provare a soccorrere il dj, lui incredibilmente si scusa timidamente con loro, come se avesse tamponato un’auto al semaforo e si offrisse di fare la “lettera”, dice di star bene, chiede di aiutare la sua fidanzata, che non vede ma “sente”. Arriva il 118, l’ambulanza e quella dottoressa che raccoglie ciò che resterà, agli atti, la prova più forte a carico del dj, la prova della sua “lucidità” e della sua consapevolezza: “Dottoressa, ho fatto una cazzata”. Livia è già altrove, viva ma incosciente: viene trasferita su una lettiga, col collarino, e messa sull’ambulanza che parte a tutta velocità verso la rianimazione dell’ospedale Cardarelli, a cui viene anticipato che la fotografa è gravissima e che probabilmente sarà necessario operarla d’urgenza. Di visibile ha solo un taglio sulla fronte che le recide il cuoio capelluto ma le lesioni più gravi sono invisibili, tutte interne. La barella che s’infila nell’ambulanza sarà l’ultima immagine di Livia anche per Nello, prima che perda conoscenza per qualche minuto. Non rivedrà mai più la sua ragazza, se non nelle foto in tv e sui giornali che accusano lui di averla uccisa e gli ricordano la loro bella e invincibile storia d’amore. Livia Barbato arriva all’ospedale Cardarelli alle 5.03 in arresto respiratorio, gravissima: “Spiccata bradicardia, midriasi bilaterale subtotale della regione frontale, otorragia, traumi escoriati multipli per il corpo con politrauma con trauma cranico e scuoiamento cuoio capelluto”, dice il referto del triage, codice rosso. È in fin di vita, anzi, è già un po’ oltre, procede velocemente nel tunnel della luce. Mentre si prepara una sala operatoria per provare ad arrestare e rimuovere le emorragie interne, alle 5.45 la procedura si blocca, il monitor fa segnare assenza di attività elettrica, polsi e pressione non apprezzabili, inizia la caduta irreversibile verso la morte. Un precipizio nel quale Livia scivola in fretta.

La folle corsa contromano di Nello Mormile

Alle 6.05, nonostante le disperate manovre di rianimazione del pronto soccorso, il cuore di Livia si ferma e il medico di turno constata il decesso. Livia è morta nell’ora del sole nascente, il suo cellulare è ancora sul luogo dell’incidente e squilla all’impazzata fino a quando qualcuno trova il coraggio di rispondere. È una poliziotta, si chiama Eugenia, ha il compito più difficile, sa tutto ma l’esperienza le insegna che deve dire solo il necessario, quanto basta per lasciare soltanto intuire a chi è dall’altra parte, lentamente – come una lama affilata che si appoggia con rispetto su un corpo assolutamente indifeso – che qualcosa di terribile è accaduto. Sullo schermo del telefonino che suona lampeggia una scritta, “Betty boop”, è il nick name della mamma di Livia ma la poliziotta non può saperlo e Angela non può immaginare chi sia quella donna dall’altro lato che risponde al cellulare della figlia. “Pronto?”. “Livia, dove cazzo stai?”. “Non sono Livia, sono un agente di polizia, chi è lei”?

In quei pochi secondi di dialogo cieco c’è l’epilogo spietato del peggior incubo di un genitore: il sangue alla testa, il fiato che manca, la voce che si strozza, la nebbia che cala. “Io sono la mamma di Livia Barbato”. “Signora…”. “Che è successo? Mi passi Livia, dov’è Livia?”. “Deve andare subito in ospedale, signora”. “Livia come sta?”. “In ospedale, lì le diranno…”. Ma lei ha già capito tutto.

TI OFFRIAMO INFORMAZIONE GRATUITA, RICAMBIA CON UN GESTO DI CORTESIA: CLICCA QUI E LASCIA UN LIKE SULLA PAGINA FACEBOOK DI STYLO24.IT