La giornalista Simona Zecchi, autrice del libro “L’inchiesta spezzata di Pier Paolo Pasolini”, a Stylo24: se non capiamo il periodo storico in cui è stato ucciso il poeta, non riusciremo mai a comprendere quello in cui viviamo oggi.

A 45 anni dalla morte violenta di Pier Paolo Pasolini, avvenuta la notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 all’Idroscalo di Ostia, la giornalista Simona Zecchi prova a ricostruire una vicenda ancora oggi avvolta da un alone di mistero nel libro “L’inchiesta spezzata di Pier Paolo Pasolini”, edito da Ponte alle Grazie. L’autrice, dopo “Pasolini, massacro di un poeta” (Ponte alle Grazie, 2015) a cui è seguito “La criminalità servente nel caso Moro” (La nave di Teseo, 2018), prosegue l’indagine sul periodo cosiddetto della “strategia della tensione”, aprendo scorci importanti anche su episodi come quello della strage di Piazza Fontana.

Se nel primo libro Zecchi ha analizzato “il chi e il come”, a distanza di sei anni, si concentra sul “perché”. Un movente che sarebbe nascosto dietro il lavoro del Pasolini giornalista, inteso come colui che “anticipa le cose”, alla ricerca dei responsabili di quel “piano di destabilizzazione atto a stabilizzare il Paese (verso una posizione centrista o autoritaria a seconda delle cordate che avrebbero prevalso)”.

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Nel testo, ruolo importante hanno le lettere (pubblicate per intero per la prima volta) scambiate da Pasolini, negli ultimi mesi della sua vita, con Giovanni Ventura, neofascista ed editore, che voleva inviargli dei documenti con rivelazioni “scottanti”. La ricostruzione di un arco temporale che avvicina sempre più PPP alla sua tragica fine, che, forse, trova il punto di non ritorno nell’articolo “Cos’è questo golpe”, uscito nel novembre del 1974 sul Corriere della Sera, noto come “Io so”, nel quale il poeta afferma di conoscere i responsabili delle stragi che colpirono l’Italia di quegli anni, a partire proprio da Piazza Fontana.

Una matassa da provare a sbrogliare attraverso un lavoro importante con l’auspicio che questo possa portare anche alla riapertura di una inchiesta, che faccia finalmente luce e giustizia. Come rivelato dalla stessa Zecchi a Stylo24.

Dopo “Pasolini, massacro di un poeta” del 2015, torni a parlare di PPP. Come nasce l’idea di questo nuovo libro e perché il riferimento a una inchiesta spezzata?

“Chiudendo le pagine del primo, posso dire come ci fosse in me già l’idea di riprendere questa inchiesta. In “Massacro di un poeta”, la volontà era quella di fare tabula rasa di ciò che era stato mistificato o anche soltanto non detto e persino nascosto sulla morte di Pasolini. E’ stata una ricostruzione fattuale sul crimine in sé e sul contesto, che, però, mi ha portato a una pista nuova, che sentivo la necessità di non chiudere subito. Da qui sono nate le indagini successive che ho portato avanti e che ritroviamo in “L’inchiesta spezzata”. A partire dalle lettere che Pasolini scambia con il neofascista Giovanni Ventura, tra i protagonisti della strategia della tensione. In realtà, il titolo ha un doppio significato. Il primo fa riferimento proprio alla volontà di tirar fuori il movente preciso dell’omicidio. Nel libro del 2015 volevamo capire il chi e il come, qui il perché. E poi perché si tratta di un proseguimento di quel lavoro e di quella inchiesta spezzata con la sua morte”.

Simona Zecchi

Nella tua inchiesta fai anche riferimento al famoso articolo pubblicato dal ‘Corriere della Sera’, “Che cos’è questo golpe”. Quanto ha pesato sulla sua tragica fine quella denuncia?

“E’ un articolo molto importante, del quale analizzo la seconda parte, cioè quella in cui lui critica la sinistra e gli intellettuali, ovvero il suo schieramento politico, in merito a quello che non si è voluto vedere dell’opera di Pasolini e di ciò che stava portando avanti come giornalista. Nel testo, scritto un anno prima della morte, PPP fa un vero e proprio atto d’accusa, ma scrive anche di non avere le prove di ciò che dice. A distanza di un anno, però, a partire dal marzo del ’75, quelle prove cominciano ad arrivare. Io inseguo cronologicamente quel periodo, fino alla sua morte. E’ una indagine sul movente in senso stretto”.

Il tuo libro è anche un viaggio nel tempo. Quale correlazione c’è tra l’Italia degli anni ’70 e quella in cui viviamo?

“Oggi ci sono, presso le più importanti Procure italiane, dei processi e delle inchieste in vita che hanno tutte origine da quel periodo. Basti pensare alla questione della strategia della tensione o al processo ‘ndrangheta stragista, così come al processo sulla trattativa Stato-mafia. Nelle carte ci si imbatte continuamente in riferimenti all’Italia di quegli anni. Quella di Pasolini. E se non capiamo quel periodo, non riusciremo mai a comprendere questo in cui viviamo. Alcuni dei personaggi che, oggi come ieri, fanno il bello e cattivo tempo nelle istituzioni, nella magistratura, nel giornalismo, sono figure cerniera di questi mondi. Che, in qualche modo, detengono segreti e svolgono questa leva di ricatto nei confronti di chi vuole andare a fondo a determinati argomenti. Per questo motivo è importante continuare a scavare per trovare le risposte a certe domande di verità, legate a questi ultimi 30-40 anni”.

Dopo 45 anni, pensi che si possa puntare a una riapertura dell’inchiesta sulla morte di Pasolini? E si può dire che sia anche uno degli obiettivi del tuo libro?

“E’ difficile rispondere. Penso ci vorrebbe una magistratura che, nonostante tutte le crisi che sta vivendo, abbia la reale volontà di affrontare questa tematica. Ma, al momento, non ritengo ci sia. Almeno io non la vedo. La possibilità che ci siano elementi dai quali si può ripartire c’è. Almeno per una commissione d’inchiesta. Ci sono documenti, indizi, ma anche persone ancora vive. Dal punto di vista documentale, soprattutto con riferimento al movente, ho portato avanti un lavoro investigativo che si può senza dubbio acquisire. Ed essendo una doppia inchiesta, che riguarda anche i finanziamenti della strage di Piazza Fontana e, più in generale, di tutte le stragi politiche avvenute nel periodo storico della strategia della tensione, potrebbero essere addirittura due i mondi da riportare alla luce. L’ultima inchiesta su Piazza Fontana è stata archiviata nel 2013, ma ancora oggi va avanti una lunga querelle attorno a chi ha lavorato su quelle carte. Il libro, in questo senso, è anche una ricapitolazione di molte cose che si sono perse nel tempo”.

Qual è l’insegnamento più grande che ci ha lasciato il Pasolini giornalista?

“Trattare di un caso come questo è un lavoro immane, va detto, ma è anche molto bello, perché riesci a leggere, rileggere e studiare, quello che andrebbe preso come un insegnamento. Il ruolo del giornalista svolto da Pasolini, tema centrale nel libro, è quello meno studiato e compreso, ma io ritengo sia un vero e proprio master per chiunque voglia diventare, essere e migliorarsi come giornalista. Inteso come colui che mette insieme i pezzi e, in maniera eccelsa, anticipa le cose”.

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