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Un “like” su Facebook può essere considerato come apologia dello Stato Islamico, se quel post o video o foto inneggia al martirio o riporta di un imam arrestato per aver reclutato combattenti per l’Isis o aver portato solidarietà a noti terroristi. Ad affermarlo è stato il gip Cesare Bonamartini nelle motivazioni della sentenza che ha condannato a due anni in primo grado il 26enne kosovaro Gafurr Dibrani.

 

Dibrani è stato arrestato a Fiesse, dove viveva con moglie e figlio, il 3 novembre 2016, dopo aver, appunto, postato un video sui social dal titolo “Tut Elimi de Gidelim Cihada” (“Prendi la mia mano e andiamo al jihad”). La Cassazione aveva disposto la custodia cautelare, ribaltando la decisione del Riesame che aveva, invece, ritenuto come non sussistessero elementi indiziari sufficienti. A carico del Dibrani pende una richiesta di estradizione, oltre a un mandato di cattura europeo, nonostante abbia sempre continuato a sostenere di non avere nulla a che fare con l’Isis. Moglie e figlio, invece, vivono ancora nel Bresciano.

 

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