Stylo24 consiglia cinque testi da leggere (o rileggere) in un periodo in cui si è costretti a restare a casa

di Angela Ariano

La sensazione di vulnerabilità, spavento e forte preoccupazione di fronte al coronavirus, a una nazione dichiarata rossa e a una pandemia globale crea un’evidente angoscia che non dovrebbe trovare conforto solo nei media, che alimentano il senso di ansia, ma in un tipo di evasione differente, nella lettura, ad esempio. Un libro non è solo arricchimento culturale ma intellettivo, sociale, etico e morale. E in questo marasma così caotico e privo di certezze e punti fermi, aiuterebbe tutti quanti appassionarsi a una storia, un racconto, un romanzo.

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Restiamo a Napoli, 1799. Eleonora de Fonseca Pimentel poetessa, scrittrice e una delle prime donne giornaliste in Europa, amica di intellettuali e rivoluzionari, ebbe un ruolo di primo piano negli sfortunati moti partenopei del 1799.

Il resto di niente di Enzo Striano (1927-1987) indaga con straordinaria forza evocativa e con rigore la sua parabola di donna: l’impegno politico, un matrimonio infelice, la scomparsa prematura dell’unico figlio, gli amori di gioventù e quelli di maturità, la fede, l’amicizia, le passioni fino alla tragica fine. A far da sfondo la Napoli di fine Settecento; un affresco vivissimo capace di restituire intatti al lettore i rumori delle strade, i colori degli abiti, i suoni dei dialetti, gli odori delle pietanze, tra lo splendore della corte borbonica e la miseria del popolo.

Malacqua. Quattro giorni di pioggia nella città di Napoli in attesa che si verifichi un accadimento straordinario è abbandonarsi a una lingua evocativa, farsi trascinare dal ritmo ipnotico della pioggia che continua a cadere e delle parole che si susseguono sfidando la punteggiatura. Malinconico, ombroso e scostante, frutto della raffinatissima penna di Nicola Pugliese (1944-2012) milanese di nascita ma napoletano per tutta la vita.

Un racconto, che si svolge nell’arco di tre giorni, dal 23 al 26 ottobre, durante i quali una pioggia incessante cade fitta su Napoli, causando non solo crolli e frane ma suscitando anche presagi oscuri ed eventi anomali che si intrecciano a riflessioni amare e dolenti sulla quotidianità, sull’esistenza e sulla vita dei personaggi di questa storia. La pioggia che paralizza e immobilizza Napoli è una metafora dell’essenza della città, ferma, rassegnata, stanca, arresa, poi pare aprire alla speranza proprio come il raggio di sole che finalmente il giorno dopo spunterà dalle nuvole.

Il ventre di Napoli nasce come un reportage giornalistico a puntate e si prefigge l’ambizioso obiettivo di descrivere la realtà del popolo napoletano di fine Ottocento.

È la penna di Matilde Serao a descrivere lo squallore inenarrabile dei luoghi e la vitalità e la forza delle persone che cercano nel gioco del lotto la speranza. Un inno all’ipocrisia della politica urlato e mostrato senza veli, con la forza incredibile di una donna del secolo scorso che non indugia di fronte all’improbo compito di difendere i deboli, di essere voce di un popolo muto e penna di un popolo analfabeta.

Una lettura consigliata, per troppo tempo dimenticata, un’autrice che non si limita a scrivere un libro, denuncia una situazione scandalosa e lo fa dalle prime pagine di un giornale, senza paura, senza peli sulla lingua, ma con la genuina schiettezza del popolo napoletano.

Napoli. Nostalgia di domani. Paolo Macry tocca le nervature profonde, ripercorre i segni di un tessuto urbano bimillenario, i comportamenti di lungo periodo della popolazione. Napoli è uno di quei luoghi che ciascuno crede di conoscere anche se non l’ha mai fatto, un immaginario spesso ideologico, fatto di stereotipi, di racconti ossificati, di un’infinita aneddotica. La città si giudica continuamente e viene continuamente giudicata. Sconta il pessimismo indulgente che non di rado gli stessi «nativi» si cuciono addosso e sconta la lontananza culturale, arcigna o paternalistica, di chi la osserva dall’esterno.

Last but not least: L’amica geniale. Forse il segreto del successo di Elena Ferrante è quell’appeal emotivo presente in ciascun lettore che si convince di sapere chi sia l’autrice, chi si nasconde dietro questo nom de plume. Più ci si immerge nel magma delle parole più ci si accorge che quel nome ci sta sfuggendo di un soffio e forse, alla fine, Elena Ferrante non è semplicemente un nome fittizio dietro cui si nasconde chissà quale grande autore italiano, ma è l’ombra dietro cui si cela la nostra coscienza di lettori, tutti ossessionati dallo stesso male, la paura di lasciare tra le righe una parte di noi.

La quadrilogia dell’amica geniale è un romanzo che non somiglia a nessun altro. È un libro che si può scrivere solo alla fine di una vita con il distacco necessario. La voce narrante del romanzo tocca delle vette altissime di complessità con personaggi vividi come quelli delle favole noir, sentimenti ingarbugliati, spesso insondabili, terribilmente veri. Un romanzo che ha in sé una forza ondivaga, ma anche un potente sostrato metaforico che lo inserisce all’interno della grande letteratura, proprio come hanno affermato a più riprese le grandi testate giornalistiche statunitensi, New York Times, Wall Street Journal, New Yorker che si sono espresse in maniera encomiastica nei confronti della scrittrice. Leggere tutta la sua opera significa cogliere il suo genio, ma anche il genio della cultura italiana, che si può contaminare, allontanare, perdere per qualche tempo, ma mai sparire davvero.