(Nelle foto l'ex boss Michele Puzio e il manoscritto consegnato alla Dda)

Il pentito Michele Puzio, per oltre vent’anni ras al vertice del clan Moccia, si sfoga in una lettera inviata ai pm: «Gesù, proteggi la mia famiglia ora che ne ha bisogno»

di Luigi Nicolosi

Non un solo passo indietro. L’ex capoclan dei Moccia rivendica la propria decisione di collaborare con la giustizia e, in un’accorata lettera inviata agli inquirenti della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, assicura che il dado è ormai tratto: «Sono fiero della mia decisione e continuerò a impegnarmi al massimo. Non mi importa di chi mi dice che sono un infame». Parole dure, quelle messe nero su bianco da Michele Puzio, ex killer e capo del racket sul territorio di Afragola, destinate con tutta probabilità ad alimentare ulteriori scossoni giudiziari.

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Passato dalla parte dello Stato all’inizio dello scorso anno, l’ormai ex padrino della mala di Napoli Nord ha già contribuito, con le proprie rivelazioni, a far maturare numerose sentenze di condanna. Certo, alcune incongruenze non sono mancate, ma ad oggi è lui l’unica gola profonda che davvero potrebbe incrinare una volta per tutte l’egemonia del clan Moccia una volta per tutte. Ma Puzio, com’era facile aspettarsi, è stato bersaglio anche di feroci critiche arrivate, neanche a dirlo, proprio da quel substrato criminale di cui lui stesso ha fatto parte per oltre vent’anni dopo il “battesimo” ricevuto da Luigi Moccia quando era ancora poco più che un ragazzino.

In un breve manoscritto inviato ai pubblici ministeri della Dda all’inizio del febbraio scorso Michele Puzio rivendica però con forza la propria decisione di collaborare con la giustizia: «In questi giorni – scrive l’ex boss – ho pensato tante cose. La prima è questa. Sono fiero di quello che ho deciso e di essere uscito dal male. Voglio dare una mando allo Stato. Non mi importa di quello che dicono le persone su di me. Sono un pentito, sono un infame, sono un vigliacco. No no, queste parole non mi fanno niente».

Michele Puzio, nonostante qualche lecito timore, ha dunque tutta l’intenzione di proseguire nel proprio percorso collaborativo: «Ho preso questa decisione per dare un nuovo futuro ai miei figli e soprattutto anche per amore. Continuerò a impegnarmi al massimo e a dare una fortissima collaborazione allo Stato. Non voglio più guardare indietro, voglio solo guardare nel giusto e andare avanti». La lettera si conclude dunque con un’accorata preghiera: «Gesù dammi la forza e proteggi la mia famiglia, ora come ora ne ha bisogno».

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