sabato, Maggio 28, 2022
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L’estorsione al Santuario della Madonna della Libera

INFORMATIVA CERBERUS – La camorra non si ferma, anche il restauro di una chiesa può fruttare soldi

Alcuni boss e affiliati si dicono profondamente cristiani. Vanno in chiesa sperando di ottenere così la grazia divina o di essere protetti. Altri non si fanno scrupoli. Il clan D’Alessandro una volta provò a estorcere denaro perfino alla ditta che doveva effettuare i lavori di restauro del Santuario della Madonna della Libera di Castellammare di Stabia. Lo si apprende dall’informativa Cerberus sul clan di Scanzano. Ad allertare le forze dell’ordine, nel 2014, fu il priore del santuario che chiamò il 112. Giunti sul posto questi parlarono con il responsabile di una ditta che stava eseguendo i lavori alle facciate esterne al fabbricato.

L’uomo affermò che un suo operaio, il 4.11. 2014 verso le 11 del mattino, mentre si trovava nel cantiere, era stato contattato da una persona sconosciuta, giunta al Santuario a bordo di un motociclo, che chiedeva di parlare esclusivamente con il titolare della ditta responsabile. Non riuscendovi per la sua assenza informava l’operaio che sarebbe ritornato. Fatto che avvenne effettivamente il giorno dopo. L’uomo, anche questa volta non trovò l’imprenditore e fece chiaramente intendere all’operaio che «dovevano pagare – si legge nell’informativa – una somma di denaro a titolo estorsivo o in caso contrario sospendere tutto e lasciare il cantiere».

«Incastrato» dalle telecamere e dalle indagini

Tutto ciò però fu registrato dalle telecamere del sistema di videosorveglianza del Santuario. Materiale che fu consegnato agli investigatori che incrociarono i dati con quelli estrapolati dal sistema di video-sorveglianza del Comune.

Da lì riuscirono a risalire al motociclo che era intestato ad Armando D.M.. La sua foto segnaletica fu mostrata all’operaio insieme ad altre. «Nel corso dell’esame – si legge nell’informativa – il L. visionava il fascicolo con genericità, dichiarando di non riconoscere tra le foto l’estorsore, assumendo sin da subito un atteggiamento poco collaborativo, presentandosi impaurito, nonostante le assicurazioni, verosimilmente per le conseguenze che un eventuale riconoscimento dell’autore dei fatti gli avrebbero cagionato».

Dalle successive indagini però le forze dell’ordine riuscirono a risalire all’esponente dei D’Alessandro e lo arrestarono. Armando D.M. provò a sviare le accuse «con una versione di comodo, accollandosi comunque quell’azione nel corso dell’udienza di convalida senza coinvolgere però i mandanti».

Nelle fasi d’investigazione però, l’uomo fu «immortalato sempre in compagnia del giovane Giuseppe V., tale comportamento a sottolineare che nella vicenda estorsiva al santuario ci fosse lo zampino dei Verdoliva, mandatari dell’azione anche perché, Armando D.M., fino a quel momento altri non era che il fac-totum dei Verdoliva stessi e non aveva il carisma e le possibilità delinquenziali di porre in essere un’azione del genere senza avere prima avuto il “permesso” di portare a compimento un così delicato reato». Inoltre, specifica la p.g. lo stesso fu autorizzato «da Teresa Martone, matriarca del clan a commettere attività illecite per conto del clan D’Alessandro pur essendo imparentato con “i pentiti”».

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