martedì, Dicembre 6, 2022
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L’emozione del killer pentito: «Cosimo voleva i risultati, feci spegnere l’auto»

Il neo pentito fa luce sulla strage nella tabaccheria di Melito, trema il clan Di Lauro: «Eravamo tutti in tensione, non avevamo mai commesso omicidi»

di Luigi Nicolosi

Una nuova incudine pende sulle sorti giudiziarie dei capi del clan Di Lauro ed è rappresentata dalle inedite, scottanti dichiarazioni del neo pentito Massimo Molino, storico affiliato alla cosca di cupa dell’Arco, da pochissimi mesi passato dalla parte dello Stato. Molino, con le sue rivelazioni, ha già contribuito a fare luce sul brutale omicidio di Domenico Riccio, riciclatore del rivale clan Abbinante, e dell’innocente Salvatore Gagliardi. Per quella mattanza avvenuta il 20 novembre 2004, nel pieno della prima faida di Scampia, pochi giorni fa sono state arrestate quattro persone, tra cui i ras Ciro Di Lauro e Salvatore Petriccione, inquadrati come partecipi al delitto proprio sulla scorta delle accuse lanciate da Molino. Il pentito ha però rivelato che pochi giorni prima dell’agguato il commando era già entrato in azione, pur non riuscendo a centrare l’obiettivo.

Il retroscena è stato svelato, con tanto di nomi e cognomi, nel corso dell’interrogatorio al quale Molino è stato sottoposto lo scorso 17 novembre: «Passarono tre o quattro giorni e questa cosa non si faceva, per una ragione o un’altra. Ricordo che un giorno venne “er Nino”, Antonio Mennetta, a casa di Salvatore Petriccione e disse che Cosimino Di Lauro voleva i risultati, facendo capire che se non fossimo stati in grado di commettere l’omicidio, ci avrebbe pensato lui. “’O marenaro” si offese perché era stato mandato questo ragazzo a fare l’imbasciata. Un sabato, circa ad ora di pranzo, ci preparammo perché all’orario di chiusura del tabaccaio si doveva fare l’omicidio». La cosca era dunque pronta a scatenare tutta la propria furia contro l’uomo che, secondo i ras Di Lauro, stava agevolando gli affari criminali degli acerrimi rivali del gruppo Abete-Abbinante.

Ricostruito il contesto, Molino passa dunque alle fasi esecutive, tirando anche in ballo i presunti complici: «Dovevano andare “Cicciotto” Ciro Barretta, Pasquale Malavita, “Totore ’o marenaro” e Maurizio Maione. Successe che mentre stavamo presso i box del Parco Copec, dove c’erano l’auto rubata, caschi, passamontagna, etc, venne Costantino, cugino di Enricuccio D’Avanzo, e disse “venite subito a casa di Salvatore “’o marenaro” perché è venuto “’o riserva”, che sarebbe Antonio Buono, che portava un’imbasciata di Cosimino. Andammo là pensando a un contrordine, ma ancora una volta ci fu rappresentato, questa volta da Buono, che Cosimino stava come un pazzo perché non arrivavano i risultati. Nel frattempo il tabaccaio aveva chiuso. Preciso che il filatore era Rosario Di Bello. Il pomeriggio di quel sabato Rosario Di Bello ci disse che il negozio non era stato aperto da Mimmo Riccio, ma da un’altra persona. Quel pomeriggio Maurizio Maione fece finta di non sentirsi bene (devo precisare che il nostro gruppo non tanto se la sentiva di partecipare, eravamo tutti in tensione non avendo mai fatto omicidi), ma avevamo paura di tirarci indietro perché c’era il pericolo che “’o marenaro” e i Di Lauro pensassero a un tradimento».

Stando al racconto del collaboratore di giustizia, il commando si mise dunque in moto di lì a breve. Non tutto però andò secondo i piani: «La sera di quel sabato – ha spiegato Molino ai pm – a chiusura Rosario Di Bello ci disse che la tabaccheria aera chiusa, ma che forse aveva visto la vittima in pizzeria. Così partimmo io, alla guida della Ford Fiesta rubata, all’epoca nuovissima, con i fari a pallini, che ero in sostituzione di Maurizio Maione. A fianco a me c’era “Totore ’o marenaro”, seduti dietro “Cicciotto” e Pasquale Malavita. Ricordo che tale era l’emozione che lungo la salita del box del Parco Copec feci spegnere la macchina e il “marenaro” si lamentò. Tuttavia, arrivati sul luogo del progettato delitto, non trovammo nessuno». L’appuntamento non la morta era però soltanto rimandato di poche ore. Raggiunti da una raffica di colpi di pistola nella tabaccheria di Melito, Riccio e l’innocente Gagliardi non ebbero infatti alcuna possibilità di scampo.

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