Chi era il libanese
Franco Giuseppucci e Francesco Montanari nei panni del Libanese

Continua la rubrica di Stylo24 «Serie Criminale», che si sposta a Roma per raccontare le anime nere che si celano tra i personaggi della fiction Cattleya: la prima, decisiva per la nascita della Banda della Magliana, è quella di Franco Giuseppucci.

“Pijamose Roma e pijamosela mò, prima che ‘o faccia quarcun’artro!”. E’ la frase più iconica è rappresentativa del personaggio del Libanese, figura centrale nel Romanzo Criminale di Giancarlo De Cataldo, che ha dato vita a un film prima e a una serie poi. Quest’ultima soprattutto, potendo esplorare meglio l’arco temporale che ha visto la Banda della Magliana in azione, è quella rimasta maggiormente nell’immaginario collettivo. La rubrica “Serie Criminale” di Stylo24, dopo aver svelato il mondo dietro “Gomorra” e le anime nere che hanno dato vita ai personaggi, si sposta di qualche chilometro. Quelli che dividono Napoli e Roma. Facendo un salto temporale di qualche decennio.

La storia della Banda della Magliana potrebbe essere una storia di gangster, criminali, non molto dissimili da quelli che hanno imperversato per la Chicago degli anni ’20 e ’30 del secolo scorso. Al posto di Al Capone e Johnny Torrio ci sono personaggi come Er Negro e Er Criminale. Figure che hanno fiutato il vuoto di potere lasciato, nella seconda metà degli anni ’70, dal clan dei Marsigliesi, nella Capitale. E qui torniamo alla frase pronunciata da Francesco Montanari, che interpreta in maniera perfetta la trasposizione cinematografica di Franco Giuseppucci.

ad
La Banda della Magliana

Nato a Roma, nel quartiere popolare di Trastevere, nel 1947, viene soprannominato ‘Er Fornaretto’ prima (dal mestiere del padre, che ogni tanto aiuta) e ‘Er Negro’ poi, a causa del colore della sua carnagione. Ma Giuseppucci ha altro in mente del lavoro in un forno. Ecco allora che, complice il fisico massiccio e il carattere, che trova un posto come buttaguori in una sala corse di Ostia. E’ lì che inizia a fare le prime conoscenze nell’ambiente della mala romana e a intraprendere la carriera criminale con una batteria di rapinatori del Trullo. La sua prima denuncia risale al 1974 per detenzione e porto illegale di una pistola. Ciò che gli viene riconosciuto subito è il carisma del leader, che si rivelerà fondamentale alcuni anni dopo. Ma è anche uno di cui potersi fidare ‘Er Negro’. E allora le varie batterie di rapinatori gli affidano le armi, che lui custodisce nella sua roulotte, parcheggiata al Gianicolo. Un giorno, però, la polizia scopre la cosa, e lo arresta. Ma a salvarlo è un vetro rotto. Quello grazie al quale sparisce la prova giudiziale della consapevolezza da parte del proprietario che nel mezzo fossero nascoste delle armi. Dopo qualche mese di detenzione è di nuovo libero.

Enrico De Pedis

Conosce tante persone Giuseppucci, si fa tanti amici, e tra questi c’è Enrico De Pedis. ‘Renatino’ gli affiderà un borsone con delle armi, che, ‘Er Negro’ nasconderà in un maggiolino Volkswagen. Ma un giorno l’auto gli viene rubata. Giuseppucci si mette subito alla ricerca e scopre che le armi gli sono state sottratte da un certo Giovanni Tigani (detto Paperino). E si trovano nelle mani di Emilio Castelletti, rapinatore che all’epoca operava in una batteria del quartiere San Paolo capeggiata da Maurizio Abbatino, detto ‘Crispino’. E’ a lui che ‘Er Negro’ si rivolge per reclamarne la restituzione.

Maurizio Abbatino

In un interrogatorio del 13 dicembre 1982, è lo stesso Abbatino a ricostruire quei fatti. «Era accaduto che Giovanni Tigani, la cui attività era quella di scippatore, si era impossessato di un’auto Vw “maggiolone” cabrio, a bordo nella quale Franco Giuseppucci custodiva un “borsone” di armi appartenenti ad Enrico De Pedis. Il Giuseppucci aveva lasciato l’auto, con le chiavi inserite, davanti al cinema “Vittoria”, mentre consumava qualcosa al bar. Il Tigani, ignaro di chi fosse il proprietario dell’auto e di cosa essa contenesse, se ne era impossessato. Accortosi però delle armi, si era recato al Trullo e, incontrato qui Emilio Castelletti che già conosceva, gliele aveva vendute, mi sembra per un paio di milioni di lire. L’epoca di questo fatto è di poco successiva ad una scarcerazione di Emilio Castelletti in precedenza detenuto. Franco Giuseppucci, non perse tempo e si mise immediatamente alla ricerca dell’auto e soprattutto delle armi che vi erano custodite e lo stesso giorno, non so se informato proprio dal Tigani, venne a reclamare le armi stesse. Fu questa l’occasione nella quale conoscemmo Franco Giuseppucci il quale si uni’ a noi che già conoscevamo Enrico De Pedis cui egli faceva capo, che fece sì che ci si aggregasse con lo stesso. La “batteria” si costituì tra noi quando ci unimmo, nelle circostanze ora riferite, con Franco Giuseppucci. Di qui ci imponemmo gli obblighi di esclusività e di solidarietà»

Quell’episodio, all’apparenza uno dei tanti di quelli che potevano capitare a Roma in quegli anni, vengono messe le basi per la nascita della futura Banda della Magliana. Che si ritroverà, il 7 novembre 1977, a commettere il primo crimine insieme con il rapimento del duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere. E’ lo stesso Giuseppucci a proporre l’unione di più batterie per portare a termine l’operazione. Che, però, si conclude nel peggiore dei modi per l’ostaggio, che vede il volto di uno dei ragazzi di Montespaccato e viene ucciso. I rapitori, comunque, riusciranno a incassare ugualmente il riscatto di 2 miliardi, che decideranno di reinvestire in nuove attività criminali.

Il duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere

Se il rapimento del duca Grazioli è il primo crimine messo a segno dalle varie batterie insieme, la nascita della Banda della Magliana come una unica organizzazione si può identificare con l’uccisione di Franco Nicolini, detto ‘Franchino er criminale’, all’epoca padrone assoluto di tutte le scommesse clandestine dell’ippodromo di Tor di Valle. La sera del 27 luglio 1978 la Banda gli tende un agguato.

Nel 1992, Maurizio Abbatino, che faceva parte del «commando» di Tor di Valle, rivela l’andamento dei fatti al giudice istruttore: «I componenti del gruppo che commise l’omicidio erano: Renzo Danesi alla guida della Fiat 132, io alla guida della Fiat 131, Enzo Mastropietro, Giovanni Piconi, Edoardo Toscano, Marcello Colafigli, Nicolino Selis. A sparare furono Toscano e Piconi, le armi usate erano a canna corta e tutti, comunque, eravamo armati. All’interno dell’ippodromo si trovava, invece, il solo Franco Giuseppucci. Successivamente all’esecuzione dell’omicidio abbandonammo le auto e ci portammo tutti a casa mia, dove in un secondo tempo ci raggiunse anche Giuseppucci. La mia abitazione in quel periodo era libera, poiché la mia famiglia aveva affittato una casa sul litorale di Fondi insieme a Renzo Danesi. Per commettere l’omicidio ci eravamo spostati, sia io che il Danesi, da Fondi a Roma, il che doveva rappresentare una specie di alibi».

Il via libera all’omicidio era arrivato anche da Raffaele Cutolo. Il boss della Nuova camorra organizzata, da qualche mese evaso dal manicomio di Aversa era in contatto con i Maglianesi grazie alla figura di Nicolino Selis. Anni dopo sarà proprio Don Raffaè a raccontare di come il Selis gli abbia riferito novità importanti sul nascondiglio di Aldo Moro, ma, stando al boss, la risposta fu “Fatevi i fatti vostri”.

Ormai la Banda ha assunto il potere su Roma. Tratta con camorristi, mafiosi, parte dello Stato. I proventi delle rapine del gioco d’azzardo, dello spaccio e di tutte l altre attività, oltre ad assicurare un adeguato livello di corruzione di periti, avvocati, personale sanitario e anche di alcuni esponenti delle forze dell’ordine, verranno divisi sempre in parti uguali.

Ma proprio quando il gruppo è all’apice del suo potere, il 13 settembre del 1980, Franco Giuseppucci viene ucciso in un agguato in Piazza San Cosimato, nel rione di Trastevere. Lì dove si fida di più. Dopo una serata passata a giocare d’azzardo assieme al fratello, quando lascia il solito bar per entrare in macchina e tornare a casa, viene affiancato da due uomini a bordo di una moto. Il colpo d’arma da fuoco fatale viene esploso dalla pistola di Fernando Proietti (arrestato poco dopo) accompagnato dal fratello Maurizio. Sono entrambi esponenti del clan rivale dei ‘Pesciaroli’, che, dopo la morte di Franco Nicolini, di cui da decenni avevano goduto d’un certo rapporto privilegiato, s’erano ritrovati di colpo privati di tutti i loro introiti dai traffici illeciti della zona di Tor di Valle.

‘Er Negro’, colpito da una pallottola nel fianco, però, non muore sul colpo. Riesce persino a mettere in moto la rua Renault 5 e ad andare in ospedale, dove, però, morirà, mentre i medici cercavano di salvargli la vita. Verrà tumulato il 16 settembre nel cimitero Flaminio a Roma, in un colombario.

La furia della Banda si riverserà contro i Pesciaroli, portando alla morte di Fernando e Maurizio Proietti, tra gli altri, e finendo con l’unire, forse per l’ultima volta i suoi componenti, dalla morte di quello che è stato senza dubbio il loro rappresentante più carismatico. Se è vero che, citando proprio Romanzo Criminale, l’idea iniziale era quella di una “democrazia di criminali”, Giuseppucci è stato una figura, forse l’unica, in grado di tenere unite tutte quelle teste, che, invece, terminata la sete di vendetta, finiranno col ritrovarsi le une contro le altre.

Se per la Banda e gli inquirenti la morte di Giuseppucci è da attribuire ai Proietti, o almeno non solo, secondo quanto riferirà il pentito Maurizio Abbatino in una delle sue confessioni, Giuseppucci sapeva fin troppe cose sugli omicidi di Mino Pecorelli e Aldo Moro, finendo col rimanere vittima di un agguato, a un mese dalla strage di Bologna, per mano di chi (I ‘Pesciaroli’) mai avrebbe osato tentare l’omicidio di una figura come quella del ‘Negro’, se non su richiesta espressa di qualcuno. Inoltre Abbatino lancia anche altre accuse in merito al reale motivo del decesso del suo vecchio amico, che non sarebbe da riscontrarsi nella ferita per il colpo di pistola in quella sera del luglio 1978, ma in una azione premeditata avvenuta all’interno dell’ospedale in cui Giuseppucci era riuscito anche ad arrivare dopo l’agguato.

Riproduzione Riservata