giovedì, Gennaio 20, 2022
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Le vere storie dietro i personaggi di Gomorra: l’omicidio di Gelsomina Verde

Uno degli atti più efferati commessi durante la faida di Scampia è senza dubbio l’atroce assassinio della 21enne, rapita, torturata e data alle fiamme: il tutto è riportato nella prima stagione della serie tv Cattleya.

Non è mai facile riportare sullo schermo atti di assoluta crudeltà accaduti nella vita reale. “Gomorra – La Serie”, trattando un tema così delicato come lo è quello della camorra, ha dovuto fare anche questo. E senza dubbio, uno dei più cruenti episodi è quello dell’omicidio della giovane Manu, fidanzatina di Daniele (Vincenzo Sacchettino). Il meccanico che finisce sulla cattiva strada dopo essere rimasto affascinato dai guadagni facili prospettati da Ciro Di Marzio (Marco D’Amore). L’Immortale, dopo essersi servito di lui per l’omicidio del braccio destro di Salvatore Conte (Marco Palvetti), decide di eliminarlo. Ma il ragazzo capisce tutto e decide di darsi alla fuga. Ciro, a questo punto, non può lasciare libero un testimone così scomodo e comincia la sua caccia all’uomo, nella quale finisce anche Manu. Rapita, torturata e data alle fiamme dal boss che vuole a tutti i costi sapere dove si trovi il fidanzato. Informazione che lei, però, non conosce. Sebbene romanzati, i fatti riportano alla mente la vicenda di uno dei crimini più efferati commessi durante la prima faida di Scampia: l’omicidio di Gelsomina Verde.

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Mina, come veniva chiamata la 21enne, è stata una vittima innocente della camorra. Dalla quale è sempre stata completamente estranea. La ragazza lavorava infatti come operaia in una fabbrica di pelletteria e nel tempo libero si occupava di volontariato: la sua unica “colpa” era quella di essere stata legata sentimentalmente per un breve periodo a Gennaro Notturno, entrato in seguito a far parte del cosiddetto clan degli scissionisti di Secondigliano. Una relazione che si era peraltro conclusa diversi mesi prima del suo barbaro assassinio.

Ma questo per i killer non conta. Gli uomini del clan Di Lauro, infatti, si mettono sulle tracce di Mina, perché sono convinti che sappia dove si trova Notturno. A raccontare le ultime ore della giovane è il pentito Pietro Esposito. Sarà lui ad attirare la 21enne in trappola. I due si sono conosciuti proprio durante le ore di volontariato che Mina porta avanti con amore per l’intera comunità. Anche per chi ha sbagliato.

«Ho iniziato a parlare con Mina, senza scendere dall’auto. Dopo una decina di minuti, vennero su un ciclomotore tipo Sh di colore nero, Ugo De Lucia alias Ugariello, Pasquale Rinaldi e Luigi De Lucia», dichiara Esposito al pm Giovanni Corona. «Luigi e Pasquale con tono minaccioso entrarono nell’auto dove si trovava Mina e dissero alla ragazza di spostarsi, visto che lei sedeva sul sedile del guidatore. Al suo posto – continua Pietro Esposito – si mise Luigi, mentre Pasquale si sedette dietro. Ugo si avvicinò a me e mi disse di tornare a casa… Mina era impaurita dall’atteggiamento dei tre, ma Ugo mi tranquillizzò, dicendomi che non le avrebbe fatto nulla e che dovevano solo chiederle dove si nascondessero i compagni, facendo riferimento a Sarracino (Gennaro Notturno, nda) e agli altri ragazzi che lei normalmente frequentava. Io tornai quindi a casa, ma mentre stavo andando via vidi che alla Seicento si accodò una Y10 di colore blu metallizzato, che era condotta da Sergio De Lucia, zio di Ugo e di Luigi. Essi lasciarono il luogo dove mi ero incontrato con Mina, intorno alle 23.10».

«Preciso che quando vidi Pasquale prendere posto sul sedile di dietro, mi accorsi chiaramente che egli aveva una pistola nascosta nel suo giubbotto, in quanto per sedersi dovette prenderla tra le mani e riporla tra le gambe. La pistola era di tipo semiautomatico, una calibro 9×21 di colore cromato…». Poi i tre ragazzi si allontanarono a bordo dell’auto di Mina con Sergio De Lucia che li seguiva con un’altra auto.

Si è ipotizzato che il cadavere della giovane donna, uccisa con tre colpi di pistola alla nuca dopo ore di torture, sia stato bruciato per nascondere le tracce dello scempio inflittole dopo ore di torture, che gli sceneggiatori di “Gomorra – La Serie” hanno dovuto edulcorare. Il boia scelto per questa atroce missione di morte è Ugo De Lucia, soprannominato “il mostro”. E’ il figlio di Lucio De Lucia, capozona del rione Berlingieri, ex affiliato negli anni Ottanta al clan Licciardi e presto trasmigrato nelle fila dell’esercito di Paolo Di Lauro. Mina non parla. Ma il suo carnefice non le crede. Ha un ordine. Un obiettivo. E se entri nel “Sistema”, devi portarlo avanti fino alla fine. Calci, pugni, sevizie, una tortura difficile da immaginare. Poi l’esecuzione. E le fiamme. Quello scempio va nascosto. E’ troppo anche per una guerra di camorra.

E’ il 21 novembre 2004. Cinque giorni dopo i carabinieri fanno irruzione in via Parascandolo, rione Perrone, Scampia. E’ lì che abita Pietro Esposito. Che si difende: “Io non c’entro nulla”. Il 31 novembre, il pm Giovanni Corona, però, riceve una telefonata dal carcere di Poggioreale: “Esposito di è pentito”. Racconterà tutto, farà nomi. Il 7 dicembre, polizia e carabinieri vanno a casa di Ugo De Lucia, ma non lo trovano. E’ fuggito. Dalle forze dell’ordine e dalla vendetta degli Scissionisti. Il 23 febbraio la polizia lo scova in Slovacchia.

Il 4 aprile 2006 Ugo De Lucia viene condannato all’ergastolo, Pietro Esposito a 7 anni e 4 mesi (poi ridotti a 6 in appello) perché “non voleva uccidere la ragazza”.

Il 13 dicembre 2008 Cosimo Di Lauro è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Gelsomina Verde perché ritenuto mandante dell’omicidio.

L’11 marzo 2010 lo stesso Di Lauro, pur non ammettendo la responsabilità del delitto, ha risarcito la famiglia di Gelsomina con la somma di trecentomila euro, importo che aveva incassato da un premio assicurativo per un incidente occorsogli quando era adolescente.

Nel dicembre 2010 Cosimo Di Lauro è stato assolto dall’accusa di essere il mandante dell’omicidio.

Nel dicembre del 2017 l’avvocatura di Stato ha deciso di non concedere il risarcimento per le vittime innocenti della criminalità organizzata ai familiari di Gelsomina sia per quel risarcimento ottenuto da Di Lauro, sia perché un cugino di secondo grado del padre di Mina aveva avuto precedenti di tipo associativo. Un parente che nessuno della famiglia della giovane, né tantomeno quest’ultima, aveva mai e poi mai frequentato.

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