giovedì, Gennaio 20, 2022
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Le vere storie dietro i personaggi di Gomorra: la strage del Bar Fulmine

La storia dell’agguato camorristico avvenuto nel cuore del rione Monterosa a colpi di kalashnikov e bombe, in cui persero la vita i fratelli Raffaele e Rosario Prestieri, riportato nella prima stagione della serie.

“Ci poteva stare uno qualunque di noi, e non l’Immortale, che non lo uccide nessuno. Uno qualunque di noi e ora stavamo piangendo un morto”. Così don Pietro Savastano in una delle scene della prima puntata della prima stagione di Gomorra – La Serie, parlando dell’agguato contro il suo clan avvenuto all’interno di un bar in cui si trovava Ciro Di Marzio per alcune riscossioni. In quel momento, comincia a “piovere” all’interno una serie infinita di proiettili, alla quale fa seguito il lancio di due bombe a mano. Immagini drammatiche, da lasciare a bocca aperta, che qualcuno potrebbe ritenere figlie solo della finzione televisiva. Ma così non è. Sì perché quella scena prende spunto da un agguato camorristico avvenuto il 18 maggio 1992 a Secondigliano, nel rione Monterosa. Ed è ancora oggi ricordato come la strage del Bar Fulmine.

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Sono da poco passate le 11.30 di una mattina all’apparenza come le altre nel cuore di Secondigliano, quando il Bar Fulmine, luogo di ritrovo conosciuto del clan Prestieri, che le indagini successive identificheranno come un’appendice di quella gigantesca e sinistra struttura che è stato il clan Di Lauro, si trasforma in un luogo di guerra. Mentre ai tavolini sono seduti Raffaele e Rosario Prestieri, veri obiettivi del raid, un commando di 8 killer arriva a bordo i quattro moto e comincia a fare fuoco con i rispettivi kalashnikov. Il bilancio della mattanza sarà di 4 morti, tra cui i fratelli Prestieri, e 3 feriti. Caduti sotto i colpi dell’atto più efferato avvenuto nell’ambito della faida tra gli uomini di Paolo Di Lauro e gli scissionisti capeggiati da Antonio Ruocco, conosciuto come Capa ‘e seccia. Per coprire la loro fuga, i messaggeri di morte non esitano a lanciare persino una bomba russa M75.

Una vecchia foto segnaletica del boss Paolo Di Lauro, alias Ciruzzo ‘o milionario

Alla base dell’atto terroristico messo a segno dai seguaci dell’ex alleato, la spartizione, non ritenuta giusta, delle piazze di spaccio, decisa da Ciruzzo ‘o milionario. Si racconta che, in Spagna, a Barcellona, di fronte a un tramonto, proprio Paolo Di Lauro, il boss inattaccabile, si lasciò andare a un pianto liberatorio ricordando il vecchio amico Raffaele Prestieri, di fronte al fratello Maurizio, che, dopo il duplice omicidio, divenne uno dei più fidati elementi della cosca di via Cupa dell’Arco. Tanto che per Di Lauro, la caccia ai partecipanti alla strage del Bar Fulmine diventa una vera e propria ragione di vita da condividere con il Prestieri.

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Sarà lui stesso, anni dopo, divenuto collaboratore di giustizia, a raccontare alcuni degli omicidi messi a segno proprio per vendicare quell’atto. Come quello di Rocco Capuozzo, detto Rocchino, lo “specchiettista”. Ovvero colui che avrebbe avvisato i killer della presenza degli obiettivi. Colpito con un proiettile alla nuca mentre si trovata seduto, di spalle, in un salone da barbiere, Capuozzo non morì subito. “Non era morto dopo che Abbinante (Antonio ndr) gli aveva sparato, così lui iniziò a colpirlo talmente forte don la canna della pistola da bucargli il cranio. Quella stessa arma – racconterà Prestieri – mi è stata data in regalo con ancora sopra i resti della materia cerebrale di Rocchino”.

E non vivrà una fine migliore Alfredo Negri, altro partecipante alla strage. Rapito, torturato e bruciato vivo, come riferirà Prestieri “sotto la mia cella a Secondigliano. Lui stava chiuso nel cofano di una macchina e io potevo sentirne le urla di dolore”.

L’ira dei Di Lauro si abbatterà anche sul figlio di Rocco Capuozzo, ucciso davanti alla madre proprio mentre entrambi si trovavano al cimitero sulla tomba di Rocchino, e sulla madre e il fratello di Antonio Ruocco. Una scia di sangue che gli altri clan dell’Alleanza di Secondigliano, dai Giuliano ai Licciardi, proveranno a fermare, ma senza riuscirci. La gravità dell’atto, messo a segno nel suo territorio, per Ciruzzo ‘o milionario non avrebbe potuto avere altra risposta.

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