lunedì, Dicembre 6, 2021
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Le vere storie dietro i personaggi di Gomorra: chi è Scianel

A ispirare la spietata donna boss in guerra con il clan Savastano per il predominio su Secondigliano interpretata da Cristina Donadio è la figura di Maria Licciardi «’a piccerella».

Prosegue la serie di articoli di Stylo24 alla scoperta dei veri volti che si celano dietro i personaggi di ‘Gomorra – La Serie’, che il 19 novembre si appresta a raggiungere la quinta e ultima stagione. Dopo aver raccontato le vicende di Gennaro e Pietro Savastano, “Sangueblu”, Ciro Di Marzio, Salvatore Conte e Valerio, è la volta di Scianel. Il personaggio interpretato da Cristina Donadio, ruolo fondamentale nello sviluppo della serie nella seconda e nella terza stagione. “O saje pecchè me chiammano accussì? Pecchè ne capisco assaje ‘e prufumi: e tu puzz giá e muorto”. “Lo sai perché mi chiamano così? Perché ne capisco molto di profumi. E tu puzzi già di morto”. E’ la stessa Annalisa Magliocca a spiegare, durante una rapina subita, il motivo per cui nasce questo soprannome. Sorella di “Zecchinetta”, diventa, alla morte del fratello, la reggente dell’importante piazza di spaccio delle Case Celesti.

Ed è ciò che accade anche a Maria Licciardi, che ha ispirato la figura di Scianel. Nata nel quartiere napoletano di Secondigliano, è figlia e sorella di camorristi. In particolare, Gennaro Licciardi, detto “a Scigna” (la scimmia) era un boss molto potente, nonché membro fondatore dell’Alleanza di Secondigliano. Morirà il 3 agosto 1994 di sepsi mentre era detenuto nel carcere di Voghera. Anche il marito di Maria Licciardi, Antonio Teghemié, era camorrista. Dopo l’arresto di quest’ultimo e dei fratelli Pietro e Vincenzo, “a piccerella”, come viene soprannominata (ma è conosciuta anche come “la madrina” o “la principessa”), sale al potere del clan. Prima donna a ricoprire un ruolo di vertice nel clan Licciardi, e a prendere il comando dell’Alleanza di Secondigliano. Sotto la sua guida, l’Alleanza di Secondigliano diventa più organizzata, riservata, sofisticata e di conseguenza più potente. La sua idea è che le luci della ribalta vadano evitate. Che la vera forza di un boss e, di conseguenza, di una organizzazione criminale, sia proprio la riservatezza.

Il boss deceduto Gennaro Licciardi, storico capo dell’Alleanza di Secondigliano

Tra i cambiamenti introdotti nella cosca, anche l’inedita scelta di estendere le attività anche allo sfruttamento della prostituzione. Campo dal quale i boss si erano sempre tenuti alla larga. Con Maria Licciardi la camorra strinse affari con la mafia albanese per procurarsi ragazze da avviare alla prostituzione, pagandole circa 2.000 euro l’una.

Gli affiliati e gli altri boss le hanno sempre riconosciuto doto quali l’intelligenza, il senso pratico, un carisma che un collaboratore di giustizia definì “d’acciaio”.

Il pentito Gaetano Guida disse: «Loro (le donne ndr) sono in prima linea. È sempre stato così nel clan Secondigliano, nel senso che le donne (mogli, sorelle e madri dei dirigenti) hanno sempre avuto un ruolo influente in molte decisioni. Maria Licciardi, sorella di Gennaro, è un classico esempio. Prendeva gli ordini dal fratello [che continuava a comandare dal carcere] e li ripartiva fra gli uomini, anche quelli di maggiore importanza. In più di un’occasione, fu lei a ricevere e trasmettere gli omicidi su commissione. Non ricordo i dettagli, ma sappiate che per il nostro clan parlare con Maria Licciardi era come parlare con Gennaro, il boss. Posso aggiungere che le donne di Secondigliano svolgevano ogni sorta di mansione per conto dell’alleanza: portavano messaggi ai prigionieri, distribuivano le paghe agli affiliati, e gestivano le attività dell’organizzazione, in particolare il gioco d’azzardo e il racket delle estorsioni, insomma: costituiscono la spina dorsale dell’organizzazione».

Di lei il giudice Luigi Bobbio affermò che: “Nel momento in cui una donna si fa carico dell’organizzazione, paradossalmente assistiamo ad un abbassamento del livello di coinvolgimento emotivo, e ad un migliore svolgimento delle attività del gruppo”.

Proprio il tema dei pentiti venne ritenuto centrale dalla Licciardi, che avviò importanti iniziative contro le testimonianze dei collaboratori di giustizia. E’ il caso di Costantino Saropochi, che, dopo aver abbandonato il luogo protetto in cui si trovava, incontrò proprio “a piccerella” per trattare un pagamento in denaro in cambio di una sua ritrattazione delle dichiarazioni rilasciate all’autorità giudiziaria. Nel gennaio del 1998, quando la polizia fermò un’auto per un normale controllo, al suo interno c’era proprio Maria Licciardi, in compagnia della sorella Assunta e della cognata, in possesso di circa 300 milioni di lire, che i pm ritennero essere il presunto pagamento pattuito proprio con Saropochi.

Controlli nella Masseria Cardone, tra Miano e Secondigliano
La Masseria Cardone, tra Secondigliano e Miano, è il quartier generale dell’Alleanza di Secondigliano

Ma non tutti gli altri boss vedevano bene una donna al vertice dell’Alleanza di Secondigliano. E’ il caso del clan Lo Russo, che, nel 1999, disobbedendo proprio al volere della Licciardi, inondò le strade con una partita di eroina arrivata dalla Turchia. Nonostante Maria avesse affermato che si trattava di droga troppo pura, che avrebbe causato la morte del “consumatore medio”, attirando l’attenzione dell’opinione pubblica e delle forze dell’ordine. E andò effettivamente così. Costringendo la cosca di Miano a fare un passo indietro rispetto all’Alleanza, portando a una guerra interna tra i vari clan dell’organizzazione a colpi di autobombe e bazooka. Proprio indagando su quanto stava avvenendo per le strade di Napoli in quei giorni, la figura di Maria Licciardi uscì dall’ombra e finì per essere conosciuta dagli investigatori. Tanto da finire nella lista dei “30 italiani più ricercati”. Comincia così la sua latitanza, durante la quale, per anni, pur non abbandonando mai la “Masseria Cardone”, la fa diventare invisibile agli occhi delle forze dell’ordine. Continua a portare avanti la sua attività di capo e avvia una guerra con il clan Giuliano di Forcella, a sua volta retto da una donna, Erminia Giuliano, la quale aveva assunto il comando in seguito alla cattura del fratello Luigi.

Ma il cerchio attorno a lei continua a stringersi sempre di più grazie al lavoro del procuratore generale Luigi Bobbio e dei suoi uomini. Tanto che nel gennaio 2001 viene fatto detonare un ordigno presso l’edificio in cui si trovavano gli uffici di Bobbio. Al termine di una stagione fatta di molte perdite per il clan, il 14 giugno 2001, Maria Licciardi viene intercettata a bordo di un’auto a Melito e arrestata. Nel 2009, dopo meno di otto anni di carcere, viene rilasciata. Ma dieci anni dopo, il 26 giugno 2019, riesce a sfuggire a una colossale operazione anticamorra e torna a darsi alla latitanza. Il provvedimento di custodia cautelare viene annullano il 12 luglio 2019, ma il 7 agosto 2021, in un blitz presso l’aeroporto di Ciampino, in seguito a nuove prove raccolte sulla sua ripresa attività di reggente del clan, finisce in manette prima di imbarcarsi su un volo diretto a Malaga.

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