Le vere storie dietro i personaggi di Gomorra: chi è Pietro Savastano
Paolo Di Lauro e Fortunato Cerlino nei panni di Pietro Savastano

L’interpretazione di Fortunato Cerlino nelle prime stagioni di Gomorra – La Serie si rifà alla vita di Paolo Di Lauro, il boss invisibile di via Cupa dell’Arco, per tutti «Ciruzzo ‘o milionario».

Prosegue la serie di articoli di Stylo24 alla scoperta dei veri volti che si celano dietro i personaggi di ‘Gomorra – La Serie’, che a novembre si appresta a raggiungere la quinta e ultima stagione. Dopo aver raccontato le vicende di Cosimo Di Lauro, a cui si ispira la figura centrale nella serie targata Cattleya di Genny Savastano, e di Walter Mallo ed Emanuele Sibillo, da cui gli autori sono partiti per creare “Sangue Blu”, è la volta di don Pietro Savastano. Il capo clan interpretato in maniera a dir poco perfetta (per ciò che vuole rappresentare) da Fortunato Cerlino. Dietro di lui si celano le sembianze e l’anima nera di Paolo Di Lauro, per molti “il boss invisibile”.

Sì perché Paolo Di Lauro assomiglia – nella gestione del potere criminale – ai padrini siciliani, o meglio ancora ai capi delle ’ndrine calabresi. Poco incline alle plateali manifestazioni di forza, riservato, regista occulto di grandi fortune economiche, non rilascia interviste come Raffaele Cutolo e non telefona ai giornalisti per smentire le notizie, come Michele Zagaria o Antonio Iovine.

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Il ras di Secondigliano ha sempre pensato che la vera forza di un capo sia quella di comandare senza farsi vedere. Dalgi amici come dai nemici. Ecco perché la sua voce non è mai stata intercettata e il suo coinvolgimento, che ha portato a una condanna nel maggio del 2006 a 3 ergastoli per traffico di droga, concorso in omicidio e associazione a delinquere, è stato riscontrato soprattutto attraverso le dichiarazioni dei pentiti.

In una intercettazione telefonica, il boss Raffaele Abbinante, a proposito del perenne stato di irreperibilità del padrino, afferma: «Ma quello quando va scappando e non lo trovate e quando non va scappando, nemmeno lo trovate. Perché quello non esce mai…».

L’unica fotografia

E anche le immagini a disposizione di inquirenti e giornalisti sono poche. Basti pensare che, fino al momento dell’arresto, di lui esisteva una sola fotografia, scattata al momento dell’interrogatorio in Procura, a seguito del pestaggio di Cosimo Infante, insegnante di educazione tecnica nella scuola media “Pascoli II” di Secondigliano. Secondo le cronache giudiziarie dell’epoca, a ordinare il raid fu l’allora 13enne figlio del ras, Nunzio Di Lauro, che voleva punire il docente per aver rimproverato sua cugina. Al pm Luigi Bobbio, il 6 novembre 1998, Di Lauro senior racconterà di non conoscere i motivi dell’aggressione e di essere “un uomo di pace”.

Ma quella convocazione, all’apparenza di poco conte, in realtà è un grande colpo a favore delle forze dell’ordine. A raccontare il perché è proprio lo stesso Bobbio qualche tempo dopo: «Mentre era in corso l’interrogatorio, mettemmo sotto controllo i telefoni dei suoi più stretti uomini di fiducia, molti dei quali si trovavano all’esterno degli uffici, preoccupati delle nostre reali intenzioni. Non sapevano, infatti, il motivo della convocazione era legato al pestaggio del professore e temevano un arresto. Li intercettammo anche quando chiesero a Vincenzo Di Lauro, che allora era poco più di un ragazzo, se dovevano andare a proteggere “Pasquale” armati all’uscita dalla Procura. Quella fu la conferma, in diretta, che Paolo Di Lauro era un padrino della camorra e che Pasquale era il soprannome usato a Secondigliano per indicarlo».

La sua latitanza comincia nel 2002, quando su di lui pende un mandato di cattura per traffico internazionale di stupefacenti e associazione camorristica. E’ il primo vero grande colpo al clan Di Lauro, che porta all’arresto di una sessantina di affiliati. Nel 2004, il ministero dell’Interno lo inserisce nell’elenco dei trenta ricercati più pericolosi d’Italia e, il 16 settembre 2005, viene arrestato dai carabinieri del Ros in un anonimo appartamento in via Canonico Stornaiuolo, nel cuore della vecchia Secondigliano. Quando i carabinieri bussano alla porta, alle 3 del mattino, lo trovano già vestito. Sei mesi dopo, sarà condannato a trent’anni di carcere per droga.

Gli anni ’80 con Aniello La Monica

E’ la parola fine alla sua libertà e l’inizio del declino di una carriera criminale che comincia molto tempo prima sotto l’ala protettrice del boss Aniello La Monica. Gaetano Guida, in un interrogatorio racconta: «Nel 1980, a Secondigliano, non esisteva ancora un riferimento al clan Licciardi. Chi contava, in quegli anni, era il solo Aniello La Monica… lo stesso La Monica era il più feroce avversario di Raffaele Cutolo… nel 1980, il nome di La Monica era legge in tutta Napoli… lui abitava “miezz all’arco”, in una costruzione alla quale si accedeva dalla strada attraverso un grosso cancello di ferro… vicino alla sua abitazione c’era un bar che usavamo come punto di ritrovo e c’era anche un suo negozio di abbigliamento, che aveva l’insegna con il nome “pyton” dal nome del tipo di revolver che lui preferiva e che portava sempre con sé».

Nel riquadro, in due foto della fine degli anni Settanta, i boss Aniello La Monica e Paolo Di Lauro

«Il gruppo di La Monica – si legge nei verbali – era principalmente impegnato nella guerra con i cutoliani e si commettevano tanti omicidi… ad esempio, fu personalmente Aniello La Monica a decapitare un tale, soprannominato “bambulella”, responsabile di aver preso parte all’omicidio di un amico di La Monica, tale Antonio Palmieri, detto ’o muscio, avvenuto nel carcere di Poggioreale, padiglione San Paolo».

Ma a uccidere Aniello ‘o pazzo, come veniva soprannominato, non sarà uno dei killer di Raffaele Cutolo, bensì un commando di quelli che credeva suoi alleati. A raccontare quei fatti del 1 maggio 1982 è Antonio Ruocco. «Il giorno successivo al mio incontro con La Monica, lo stesso venne eliminato nel corso della mattinata. Appresi direttamente da Raffaele Abbinante che aveva partecipato all’agguato come si erano svolti i fatti. Mi fu riferito che avevano fatto una telefonata a La Monica, attirandolo fuori casa, con la scusa di fargli acquistare dei brillanti. Aniello era caduto nella trappola ed era uscito, unitamente a un suo guardaspalle. Era sopraggiunta, improvvisamente, un’auto a forte velocità su cui appunto viaggiava il commando, che lo aveva investito in pieno. Mentre il corpo doveva ancora cadere, a causa dell’impatto, sul selciato, gli aggressori erano già scesi dall’auto ed avevano iniziato a sparare. Fu Abbinante a riferirmi che sull’auto c’era anche Ciruzzo ’o milionario, Raffaele Prestieri, che guidava, e Rosario Pariante. Tutti e quattro parlavano della vicenda e si vantavano di quanto avevano fatto».

La nascita di un soprannome

E’ l’alba del clan Di Lauro. Che vivrà da protagonista l’epoca forse più sanguinaria della camorra napoletana, all’interno della ‘Nuova Fratellanza’, o ‘Fratellanza Napoletana’, che poi sfocerà nella ‘Nuova Famiglia’. L’insieme di tutti cartelli criminali che nei primi anni ottanta si opposero all’ascesa proprio di Raffaele Cutolo e della Nuova camorra organizzata. Tra i fondatori c’era Luigi Giuliano, ‘O Rre’ di Forcella. Che una sera si trovava allo stesso tavolo di poker proprio con Paolo Di Lauro.

Paolo Di Lauro e Luigi Giuliano

A un certo punto della partita, il boss di Secondigliano perde una mano economicamente molto importante. Ma non è di certo tipo da alzarsi dal tavolo e andare via così. Anzi. E lo dimostra a tutti quando mette le mani in tasca per prendere ulteriore denaro con cui tornare al livello degli altri partecipanti. Ma nel fare quel gesto, una serie di centomila lire gli cadono a terra come se fossero caramelle. A quel punto Giugliano lo guarda ed esclama: “E chi è arrivato, Ciruzzo ‘o milionario?”. E’ quello il momento in cui nasce il soprannome che Paolo Di Lauro porterà per sempre con sé.

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