Le vere storie dietro i personaggi di Gomorra: chi è Enzo «Sangue Blu»
Walter Mallo, Arturo Muselli nei panni di "Sangue Blu" ed Emanuele Sibillo

Per creare il baby ras interpretato da Arturo Muselli in Gomorra – La Serie, sono state intrecciate le vite e le anime nere di Walter Mallo ed Emanuele Sibillo, le cui storie sono finite in maniera diversa per quanto ugualmente tragica.

Prosegue la serie di articoli di Stylo24 alla scoperta dei veri volti che si celano dietro i personaggi di ‘Gomorra – La Serie’, che a novembre si appresta a raggiungere la quinta e ultima stagione. Dopo aver raccontato le vicende di Cosimo Di Lauro, a cui si ispira la figura centrale nella serie targata Cattleya di Genny Savastano, è la volta di Enzo “Sangue Blu”. Il baby boss, che, dalla terza stagione, viene portato in scena dalla splendida interpretazione di Arturo Muselli, si ispira a due delle figure più controverse della camorra moderna: Walter Mallo ed Emanuele Sibillo.

Walter Mallo, il giovane ras che osò sfidare il clan Lo Russo

Il primo è il giovane ras del Don Guanella che, allora 26enne, osò sfidare il potere del clan Lo Russo di Miano, prima di essere arrestato. In comune con “Sangue Blu”, Mallo ha in comune soprattutto il passato. Una delle frasi iconiche di Enzo è “Nuje simm’ figli ‘e fantasmi”, a voler ricordare l’omicidio del genitore, del quale non si è mai ritrovato il corpo. E anche il padre di Walter Mallo fu vittima di “lupara bianca”. Altro punto in comune con quest’ultimo è un tatuaggio che sta a ricordare e rappresentare proprio quel passato così tormentato. Per il baby ras della fiction sono le tre croci sul collo, mentre per quello della realtà una lacrima sotto l’occho sinistro.

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“Voglio la testa di Mallo nel cesso di casa mia”: fu questo l’ordine di Carlo Lo Russo per mettere fine a quella che per il boss dei “capitoni” era diventata una vera e propria ossessione. Il giovane ras, che si era impossessato di una casa popolare a Miano, in cui aveva persino un rettilario con i serpenti, e da cui aveva deciso di dichiarare guerra a uno dei clan più potenti di Napoli, creando un covo di killer, andava stanato a tutti i costi. Ogni sera usciva armato con una “paranza” e si spingeva, rione dopo rione, sempre di più verso il don Guanella. Un affronto inaccettabile per Lo Russo, che, l 26 aprile del 2016, ne decretò la morte, ordinando che la sua testa fosse tagliata e esposta in un water come trofeo. Ma non ci riuscì mai. Anzi, Walter non ne ha paura, è spavaldo, sul suo profilo Facebook cita Fidel Castro (“Patria o morte”) e Che Guevara (“Hasta la victoria siempre”). Quando viene ucciso uno dei suoi affiliati, Giuseppe Calise, non esita a giurare vendetta: “Fratello mio, un’anima buona come la tua non meritava questo. Avrai potuto fare tutti gli sbagli che diranno ma sono stati infami e la pagheranno”.

Il 5 maggio del 2016 viene arrestato. Le immagini della sua uscita in manette con aria spavalda, a testa alta, sono lo specchio di quello che è sempre stato. Oggi, a soli 31 anni, si trova rinchiuso nel carcere di Badu ‘e Carros, al regime del 41 bis.

Emanuele Sibillo e la “Paranza dei bambini”

E, d’altronde, a quella età soprattutto, sono solo due le possibili strade. Una porta dietro le sbarre, mentre l’altra verso la morte. E questa è quella che ha percorso Emanuele Sibillo, l’altra figura criminale a cui si ispira il personaggio di Enzo “Sangue Blu”. Rispetto a Walter Mallo, Emanule Sibillo ha un volto che non emana cattiveria, anzi. Quando si trova nel carcere di Nisida e compie alcuni lavori giornalistici si potrebbe dire abbia proprio il classico volto da bravo ragazzo. Finito, forse, solo nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Ma, in realtà, è proprio allora, che Emanuele ha in programma di diventare ES17, dalle sue iniziali e dal numero che nella ‘smorfia’ rappresenta la sfortuna. Un capo. Il capo di quella che sarà ribattezzata, nel corso della cosiddetta ‘terza faida di Forcella’, come la “Paranza dei bambini”, proprio per la giovane età di tutti i suoi appartenenti. Un gruppo camorristico che, però, ha tutto per poter essere definito tale.

E così, alleata con le nuove leve dello storico clan Giuliano, con i gruppi dei Brunetti e degli Amirante questi ultimi alleati del clan Ferraiuolo-Stolder e appoggiati esternamente dal clan Rinaldi di San Giovanni a Teduccio, la Paranza dei bambini dichiara guerra al cartello Mazzarella-Del Prete-Buonerba per il controllo dei rioni di Forcella, Maddalena e Duchesca. “Io voglio quello che mi spetta. Io voglio Forcella”, dirà Enzo “Sangue Blu” a Genny Savastano durante la guerra di camorra contro le vecchie famiglie del centro storico. E Forcella è la stessa ossessione di Emanuele Sibillo. Che, come si evince dalle intercettazioni ambientali, non riesce più a stare “fianco a fianco con dei traditori, perché a stare con lo zoppo si impara a zoppicare”. E allora quello che prima era un amico, un vicino, qualcuno con cui giocavi dambino, diventa un tuo nemico. O stai dai una parte o dall’altra.

La figura di Emanuele Sibillo, che la sera in tv guarda proprio “Gomorra – La Serie” in tv e poi va a imperversare per strada con le cosiddette “stese”, ovvero i colpi di pistola esplosi in aria per segnare un territorio, diventa sempre più conosciuta dagli inquirenti. Che lo cercano e provano a stanarlo. Nel giugno del 2015 riesce anche a sfuggire a un blitz, in cui vngono arrestate circa 60 persone, tra luogotenenti, killer ed estorsori che terrorizzano il centro storico di Napoli. Da quel momento, insieme con il fratello Pasquale, detto Lino, diventa a tutti gli effetti un latitante.

Fino alla sera del 2 luglio 2015. Quando i due fratelli Sibillo e altri sodali del clan, sono sui loro scooter in direzione via Oronzio Costa, a pochi passi da Forcella. L’obiettivo è dimostrare ai Buonerba che loro non hanno paura. Anzi, che sono i padroni. Ma il gruppo rivale li sta aspettando. Sono appostati. E una volta entrati in quella strada, da quella sera ribattezzata “la strada della morte”, uscire è complicatissimo. E’ un senso unico e stretto. E loro lo sanno. Rispondono agli spari contro i palazzi, mirando ad altezza uomo. E prenderanno, con i loro proiettili, quello che loro stessi, definiranno “quello più pesante”. Un colpo solo. Alla schiena. Tanto basta a Emanuele per crollare e morire. Ad appena 19 anni. I suoi ultimi istanti di vita sono riportati nell’aggiacchiante documentario prodotto dalla Divisione Digitale del Gruppo Gedi (Espresso), in collaborazione con 42° Parallelo e Sky. Con le videocamere di sorveglianza che riprendono una moto di grossa cilindrata arrivare al pronto soccorso dell’ospedale Loreto Mare. E due persone che trasportano in braccio un corpo. E’ il suo, di Emanuele Sibillo. La sua vita si è spenta una sera d’estate come tante. Di quelle che i ragazzi di 19 anni trascorrono vicino al mare, con gli amici, a divertirsi e a sognare il futuro.

Due anni e mezzo dopo l’omicidio, il gup del Tribunale di Napoli, Paola Piccirillo, ha condannato all’ergastolo Gennaro Buonerba, Antonio Amoroso, Luigi Criscuolo e Andrea Manna.

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