lunedì, Dicembre 6, 2021
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Le vere storie dietro i personaggi di Gomorra: chi è Ciro Di Marzio

Marco D’Amore ha dato vita al ruolo forse in grado di creare maggiore empatia con gli spettatori della serie: ma dietro all’Immortale c’è la storia di Gennaro Marino McKay, prima fedele sodale dei Di Lauro e poi figura fondamentale nel clan degli Scissionisti.

Prosegue la serie di articoli di Stylo24 alla scoperta dei veri volti che si celano dietro i personaggi di ‘Gomorra – La Serie’, che a novembre si appresta a raggiungere la quinta e ultima stagione. Dopo aver raccontato le vicende di Gennaro e Pietro Savastano e di Enzo “Sangue Blu”, è la volta di Ciro Di Marzio. Il personaggio interpretato da Marco D’Amore è forse il più emblematico della serie, tanto da aver fatto persino il grande salto nelle sale cinematografiche, nonché essere “resuscitato” dopo un colpo di pistola al cuore. Perché “l’Immortale non lo uccide nessuno”.

Un soprannome di famiglia

Ma dietro l’interpretazione dell’attore si cela, come per quasi tutti gli altri personaggi di ‘Gomorra – La Serie’ una vita, una storia, un’anima nera. In questo caso, quella di Gennaro Marino, per tutti Genny McKay. Il soprannome un marchio di famiglia, in quanto lo stesso del fratello Gaetano (ucciso a Terracina il 23 agosto del 2012, così come accadrà a uno dei più fraterni amici di Ciro Di Marzio nella serie) e del padre, Crescenzo, per una vaga somiglianza di quest’ultimo con Zeb Macahan (storpiato in McKay), protagonista della serie ‘Alla conquista del West’.

La storia di Gennaro Marino

Gennaro Marino è stato tra i più fedeli soldati del clan Di Lauro, prima di passare anche lui dalla parte degli Scissionisti nella sanguinosa guerra per il controllo del traffico della droga a Secondigliano. A raccontare come avviene il passaggio del Rubicone per Marino è Luigi Secondo, collaboratore di giustizia secondo cui è il 2004 l’anno dell’entrata dei McKay tra le fila degli “Spagnoli”.

«Fino ad allora, Genny Mckay (Gennaro Marino) era stato indeciso, ma quando Arcangelo Abete tornò dalla Spagna, dove aveva chiuso un accordo con Cesarino (Cesare Pagano) e ’o Lello (Raffaele Amato) per entrare nella Scissione, si convinse “a scendere a Secondigliano per fare la guerra a Cosimo Di Lauro (allora reggente del clan)”».

«Abete spiegò a Marino – continua il pentito – che era stato convinto ad andare in Spagna, dal fratello di Pariante. Come prova della sua lealtà, si rese disponibile ad uccidere il fratello di Pariante, ma Gennaro Marino disse che non era il caso. E che la cosa importante era rappresentata dal contenuto dell’incontro avuto in Spagna con Pagano e Amato. A questo punto Mckay fece sapere che anche lui era intenzionato a unirsi ai (“separatisti”), che contavano “ufficialmente”, tra le loro fila già gli Amato-Pagano, gli Abete, i Pariante, e gli Abbinante».

I rapporti tra il pentito e Gennaro Marino erano di lunga data. E’ lo stesso Secondo a ricordare il loro primo incontro «nel 1991, in quanto con gli stessi effettuava rapine in danno di conducenti di tir. Arrestato, fu detenuto dal 1992 al 1997». Uscito di prigione, Secondo viene presentato, proprio da McKay, a Paolo Di Lauro, che lo affilia al clan.

«Gennaro Marino – è scritto nella citata informativa – spiegò a Secondo, che aveva convertito il proprio ruolo criminale; da rapinatore, infatti, era diventato affiliato al clan Di Lauro. Era molto stimato da Paolo Di Lauro (anche detto Ciruzzo ’o milionario, oppure ’o cumpagno, ndr) tanto da vedersi affidata una piazza di spaccio, quella delle Case Celesti, nonostante (Marino) non avesse commesso delitti di sangue, che costituivano esperienza curriculare necessaria per l’affidamento del ruolo (quello appunto di capopiazza, ndr)».

Il piano per uccidere Paolo Di Lauro

A raccontare il peso specifico di Marino nella faida di Scampia è un altro collaboratore di giustizia, Antonio Prestieri, nel corso dell’interrogatorio del 16 maggio 2008. «Nel 2003, nel mese di maggio o giugno, Genni Marino detto ’o Mekkey, prelevò mio cugino Antonio Prestieri, detto ’o nano, e se lo portò dietro alle cosiddette Case Celesti, quartiere Secondigliano, sulle Quattro Vie, in una villetta di sua proprietà. Nella villetta già vi erano Arcangelo Abete, detto Angioletto, Massimiliano Mele, detto Pappagnella, ed altre persone che non ricordo. Dissero a mio cugino che volevano uccidere Paolo Di Lauro, detto Ciruzzo ’o milionario. Mio cugino rispose che lui non poteva decidere una cosa di questo genere avendo uno zio che comandava e che ne doveva parlare con lui, (lo zio) che si chiama Tommaso Prestieri».

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