Sullo sfondo l'interno del santuario della Madonna dell'Arco, in primo piano l'ex boss Ciro Sarno e il defunto padrino Mario Fabbrocino

Il collaboratore di giustizia Salvatore Giuliano racconta del tentativo della cosca di Ponticelli di affermarsi nel Vesuviano

di Giancarlo Tommasone

Secondo quanto fa mettere a verbale il collaboratore di giustizia Salvatore Giuliano, che prima di pentirsi, da Cassino – dove era «confinato» – stava cercando di riorganizzare l’omonima organizzazione criminale di Forcella, si registrarono problemi con il clan Sarno. La cosca di Ponticelli, infatti, provò ad affermarsi sul territorio della provincia di Napoli. «Mi viene chiesto – dichiara Salvatore Giuliano, il 26 settembre del 2006 – se sia a conoscenza di un tentativo di espansione dei Sarno nella zona dei paesi vesuviani o se abbia mai raccolto lamentele in tal senso da Domenico C.».

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Quest’ultimo, all’epoca, era il braccio destro del padrino Mario Fabbrocino (deceduto nel 2019), vertice del clan di San Giuseppe Vesuviano. «Rispondo che – continua il collaboratore di giustizia – l’espansione dei Sarno era un argomento di conversazione, perché era un problema comune tra me e quelli di San Giuseppe, poiché anche nel territorio di Napoli, i Sarno grazie all’alleanza con i Misso e i Mazzarella, si erano imposti». E c’è di più; stando a quanto racconta Giuliano, si registrano infatti, veri e propri sconfinamenti armati da parte del clan che ha la «roccaforte» storica al Rione De Gasperi.

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«Quanto alla presenza dei Sarno nella zona vesuviana, Domenico mi parlò di alcuni episodi, in particolare di sparatorie verificatesi nei pressi del Santuario della Madonna dell’Arco e riconducibili proprio alla volontà dei Sarno di affermarsi sul territorio», spiega il pentito. Della circostanza – afferma – era venuto a conoscenza nel corso di uno degli incontri avuti con il braccio destro di Mario Fabbrocino, il già citato Domenico C. «Quando mi incontravo con lui, Domenico si recava a Cassino sempre scortato e sempre con macchine diverse. Gli incontri sono avvenuti o nel parco macchine della concessionaria (che Giuliano gestiva insieme a un socio, ndr) o presso l’agriturismo che la mia famiglia aveva impiantato nel Lazio», sottolinea il pentito.