Il punto di Mario Polese

di Mario Polese

Il 2021 deve essere l’anno della messa in sicurezza della tenuta sociale ed economica del Paese. Disoccupazione alle stelle, chiusura record di piccole imprese e settore della ristorazione e dello spettacolo completamente in sofferenza: questo il quadro attuale che merita una inversione di tendenza. Bisogna superare l’approccio emergenziale che fino a ora ha guidato tutte le scelte governative altrimenti ci troveremo tra 12 mesi a raccontare di un’Italia forse avviata all’uscita dalla Pandemia ma interamente collassata nei suoi asset economici e sociali.

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Sia chiaro: nessuno poteva immaginare quello che è accaduto un anno fa con la realtà che ha superato la fantasia e con il mondo che a un tratto si è trovato catapultato in uno scenario pandemico degno di un perfetto apocalyptic movie. La reazione delle istituzioni a tutti i livelli è stata quella di affrontare una emergenza inedita con la massima buona volontà e con la consapevolezza comune che nessuno fosse immune da errori. Il primo step è stato quello della protezione delle persone dal contagio con il distanziamento. Metodo empirico ereditato dai secoli scorsi quando la peste e le altre pandemie venivano affrontate con l’isolamento e la chiusura delle zone infette. Non c’era altro da fare a marzo dello scorso anno. Bisognava semplicemente chiudersi a casa e aspettare che il peggio passasse. Con buona pace di negozi, bar e ristoranti chiusi: non c’era soluzione. Il mantra è ed era: prima la salute e poi l’economia. Giustissimo in quella fase. Anche perché venivano assicurate ricette e impegni statali e internazionali per il mentre e soprattutto per il dopo. Non tutti mantenuti e con un problema di fondo: nessuno aveva avuto il coraggio, soprattutto che chi governa, di prospettare che la durata della pandemia e quindi dell’emergenza sanitaria non fosse da coniugare nel tempo presente o al massimo nel futuro breve. Un errore veniale in quell’istante che poi con il passare dei mesi è diventato grave.

La cosa più drammatica, almeno in Italia, è che si continua a ragionare come se la pandemia dovesse essere sconfitta in qualche settimana con la presunzione di aver fatto il massimo. Insomma la sensazione è che a fronte della gravità della situazione ci sia un fronte compatto che non vuol essere giudicato schermandosi dietro l’emergenza e che non abbia la consapevolezza che così ci si stia avviando a trecento all’ora contro un muro fatto di povertà delle classi più abbienti e di interi settori produttivi. Eppure i numeri sono impietosi. Gli ultimi dati dell’Istat sono chiari: c’è un vertiginoso aumento dei disoccupati in Italia. Nel 2020 sono stati persi 440 mila posti di lavoro. Una drammatica realtà che fotografa una crisi a cui bisogna offrire risposte concrete. Mentre in Italia impazza un dibattito tutto improntato alla difesa strumentale di postazioni di Governo l’Istat certifica il fallimento totale e senza appello delle politiche a sostegno delle imprese e dell’occupazione. Credo che sia il momento di archiviare il politicismo estremo portatore di retroguardie da Prima Repubblica e cominciare realmente a guardare al futuro e alle nuove generazioni partendo dalla messa in sicurezza del presente. Nonostante l’illusione del recupero dei posti di lavoro avvenuto tra luglio e novembre 2020 e nonostante il blocco dei licenziamenti il dato generale è in profondo rosso. Nel solo mese di dicembre sono stati persi 79 mila posti di lavoro rispetto a novembre che nell’intero 2020 arrivano a quasi 450 mila. Complessivamente il tasso di occupazione è sceso al 58 per cento dal 58,9 di dicembre 2019.

Insomma fuori dalle strumentalizzazioni e dalle veline di Palazzo i dati certificano in tutta evidenza che la politica degli annunci sui social (e degli attacchi scomposti a chi chiede una discontinuità con quanto fatto finora sul piano della tenuta del Paese a fronte della crisi socio economica e sanitaria dovuta alla pandemia) è mera propaganda che non serve certo al benessere degli italiani ma solo al mantenimento di postazioni raggiunte molte volte non per merito. In tutto questo a pagare il prezzo più alto sono state le donne e i giovani. Secondo il Cnel, infatti, “se in generale il Covid ha peggiorato le condizioni del mercato del lavoro nei prossimi mesi con la fine del blocco dei licenziamenti e della cassa integrazione, le donne con i giovani saranno ancor più danneggiati”. Al danno la beffa perché se il blocco dei licenziamenti ha tutelato i lavoratori a tempo indeterminato non ha garantito lo stesso per il comparto del lavoro a termine e in quello indipendente che interessa maggiormente gli under 40 e appunto le donne. La domanda a questo punto è: quanto ci si renderà conto che tutto quello immaginato finora al netto dei vari Conte uno, due e tre è solo un salto verso il baratro per milioni di cittadini? Perché la propaganda a un certo punto finirà e i disastri resteranno.

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